Storia di una sanzione disciplinare (puntata 5)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

Un articolo di Giorgio Israel sulle prove di matematica e la corrispondenza tra il professore e il maestro Flavio.

Così i test Invalsi disorientano i bambini

Infuriano le polemiche sui test Invalsi e chi li difende usa un argomento perentorio: i critici sono insegnanti corporativi che si oppongono alla “valutazione oggettiva” per fare il comodo proprio. Vi sono persone del genere (come in ogni campo), ma molti si oppongono guardando al merito, su cui i paladini dei test sono elusivi. Proviamo a vedere su esempi cosa si sta confezionando per valutare i nostri bambini.

Un insegnante mi invia, con commenti pertinenti, due test di matematica recentemente “somministrati”. Nel test D2 si propone in modo obliquo di effettuare la sottrazione 150 – 40 attraverso il calcolo dell’altezza di una bambina. Vi sono tanti modi di proporre una sottrazione ma questo è il più bizzarro di tutti. Provate a chiedere a un bambino intelligente. La prima cosa che vi dirà – «con quella chiarezza e profondità di pensiero che solo i bambini piccoli possono avere, i bambini o i grandi filosofi il cui vigore speculativo si apparenta alla semplicità e alla forza del sentimento infantile» (V. Grossmann in “Vita e destino”) – è: dove mai si è visto un metro simile? Non solo è scomodo, ma è innaturale, perché si cresce dal basso verso l’alto. Inoltre, se proprio si vuol procedere dall’alto al basso, basta applicare alla testa della bambina un metro a striscia e stenderlo in giù. Si dirà che l’intento è di provocare un calcolo in un “modello” astratto di una situazione reale. Ma così si presuppone un concetto difficile, che è alla base del delicato rapporto tra geometria e aritmetica: che i numeri si rappresentano sulla retta in modo equivalente in un verso o nell’altro, e che la scelta del punto di origine è arbitraria. Chi ha ideato il test propone al bambino un calcolo aritmetico attraverso una situazione concreta irrealistica costruita su concetti formali non esplicitati. Chi è costui? Una persona dalle idee didatticamente confuse o un sadico, che pensa la matematica come un’enigmistica a trappole?

 

Nel test D19 l’approccio è rovesciato. Invece di provocare il bambino con concetti formali impliciti, ci si inchina all’immagine di un essere puramente intuitivo, incapace di astrazione. Il test vuole individuare se il bambino ha chiara l’idea di probabilità e la traduce in quella di “facile”. Commenta giustamente l’insegnante che chi ha ideato il test rivela la sua incompetenza matematica – la parola “facile” in matematica è priva di significato – e linguistica: perché mai un bambino di 7 anni dovrebbe considerare sinonimi “facile” e “probabile”? È noto che nel linguaggio comune si usa dire: «È facile che piova». Ma ciò non ha nulla a che vedere con il concetto quantitativo di probabilità che è notoriamente molto più ristretto di quelli analoghi del senso comune. Questo è un test di matematica, ma di matematica non c’è nulla, bensì una confusione che allontana dalla comprensione del concetto matematico, anche perché il disegno è sbagliato: le palline nere e bianche sono a gruppi separati, mentre una corretta valutazione di probabilità richiede che siano mescolate. Un bambino dotato della profondità di pensiero di cui si diceva, e che abbia visto in televisione che, al lotto, prima di estrarre le palline si agita l’urna, penserà che vi sia qualcosa dietro questa separazione e che la domanda contenga un trabocchetto.

Nonostante si muovano in direzioni opposte questi test hanno un tratto comune: un’idea di “bambino” preconfezionata da ideologie tecnocratiche. È un bambino astratto, visto nella pura attività di apprendimento formalizzata in queste ideologie. È un po’ come in economia l’homo oeconomicus, l’uomo considerato astrattamente nella mera funzione di produzione e scambio di merci: il puer discens, il “bambino apprendente”. Inutile dire che queste astrazioni non funzionano, né in economia né nell’insegnamento.

È con simili test che l’Invalsi pretende di conseguire una valutazione “rigorosa” e “oggettiva” degli apprendimenti in quanto ente valutatore del sistema? Ogni commento è superfluo, salvo la conferma che nulla può sostituire la funzione, educativa e valutativa, di un buon insegnante. Tante cose si possono fare in classe, anche proporre problemi a trabocchetto, ma in un processo didattico basato sul dialogo, non sottoponendo il bambino a test che generano una profonda antipatia per la matematica. E la valutazione? Certo, gli insegnanti debbono migliorare e farsi valutare. Ma a questo non servono test sui loro allievi, bensì processi di formazione e valutazione in ingresso e in servizio, costruiti (con l’ausilio di commissioni ispettive) entro la “comunità educante” (in collaborazione tra scuola e università) e non affidati al controllo incontrollato di enti burocratici di stato.
(Giorgio Israel – Il Messaggero, 13 maggio 2013)

Mail di Giorgio Israel al maestro Flavio…

Gentile prof. Maranzana, nessuno può “elencare” le competenze generali che gli studenti debbono maturare… etc. semplicemente perché questo elenco è impossibile. Vogliamo liberarci una buona volta della mania definitoria, classificatoria, che porta diritti alla peggiore burocrazia? Colletti diceva che la metodologia è la scienza dei nullatenenti. Ma la “definizionite” è peggio: è la scienza dei nullatenenti che sono anche nullafacenti. Non è giunto il momento di tornare a insegnare/apprendere invece di passare la vita a discutere sul sesso delle competenze? Abbiamo aperto la strada a una massa di cialtroni che non sanno nulla di matematica, di storia, di filosofia, di fisica, di chimica, di geografia, ecc. ecc. e perciò hanno trovato una scappatoia nel coltivare queste dottrine da don Ferrante (almeno quello aveva per riferimento Aristotele)… Loro dovrebbero essere valutati e bocciati severamente.
5/09/2013 06:16:00 PM

dal Blog di Giorgio Israel (gisrael.blogspot.com) il giorno 19 maggio 2013

Mail di risposta di Flavio Maracchia

Chiarissimo professor Israel, sono un maestro elementare impegnato nell’insegnamento delle discipline scientifiche, ma con una spiccata allergia alla matematica “animista”, quella nella quale, tanto per capirci, i numeri bussano alle porte, chiedono in prestito le decine (senza mai restituirle), o nella quale le virgole camminano indisturbate come insetti su e giù per moltiplicazioni e divisioni. Sono dell’idea che i bambini imparino meglio giocando (come succede del resto a molti cuccioli nel mondo animale) ma questo non c’entra nulla con la volgare carnevalata messa in scena da chi crede che per divertirli occorra dire banali sciocchezze.
Le vorrei raccontare cosa mi è capitato a proposito dell’Invalsi.
Premetto di essere ASSOLUTAMENTE d’accordo sulla necessità di trovare un sistema che valuti gli insegnanti, premiando i migliori e stimolando tutti gli altri a far meglio. Ma non l’Invalsi, che fa pericolosamente acqua da qualsiasi parte lo si guardi. Ho apprezzato molto i suoi autorevoli interventi sull’argomento (che molto hanno contribuito alla vittoria per knock out nelle recenti discussioni con mio padre, che lei per altro conosce) e spero davvero che possano servire a determinare un’inversione di rotta, anche se personalmente non riesco a essere ottimista sul futuro della scuola.
Il giorno 10 maggio mi sono rifiutato di somministrare le prove. Avrei potuto facilmente vanificarle aiutando i bambini, ma la mia protesta non sarebbe stata percepita. Non ho ritenuto giusto neanche cercare alleati nei genitori, invitandoli a non mandare i loro figli a scuola, perchè credo che le questioni di didattica debbano essere discusse esclusivamente all’interno delle mura scolastiche.
Così ho riconsegnato le prove in bianco, allegando una lettera con la mia obiezione di coscienza.
Tutti gli altri docenti dell’Istituto comprensivo dove insegno hanno somministrato le prove.
La dirigente scolastica ha avviato un procedimento disciplinare a mio carico per omissione di atti dovuti, inerenti (secondo lei) alla mia funzione docente. Anche se ci fossero delle medioevali frustate nel cortile della scuola con i bambini schierati in parata, non abiurerei.
Quale mondo ci aspetta, se anche la scuola ha smesso ormai di essere la culla di princípi e ideali?
Con stima

Flavio Maracchia – Istituto comprensivo di largo Oriani 1, Roma.
chito@chito.it

5/19/2013 03:19:00 AM

Mail di risposta di Giorgio Israel

Caro professore, complimenti per il suo coraggio. Lei in tal modo ha protetto i suoi bambini. Peraltro che questi siano atti dovuti inerenti alla sua funzione è assai discutibile. Con questo modo di ragionare domani qualcuno potrebbe decidere di considerare tra gli atti inerenti alla funzione di docente la pulizia dell’aula…
Anch’io non sono ottimista sul futuro della scuola, ma non resta che resistere. Molti saluti a suo padre.

5/19/2013 08:08:00 AMCosì i test Invalsi disorientano i bambini delle primarie  postato da Giorgio Israel alle 16.55 il 14-mag-2013


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