Storia di una sanzione disciplinare (puntata 22)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

Vertecchi: un giudizio severo sull’Invalsi

È quasi inspiegabile il silenzio con il quale il mondo universitario assiste senza significative reazioni all’affermarsi nel nostro paese dell’Invalsi e delle su pratiche e delle sue progressive affermazioni. Ancora più oscure ci restano le ragioni del silenzio di quelle facoltà e cattedre che si muovono nell’ambito dell’educazione, dell’istruzione e delle scienze ad esse collegate.

In attesa che si manifesti un atteggiamento critico di questo, non piccolo mondo, pedagogico ci è sembrato importante pubblicare un’intervista del prof. Vertecchi (fine Giugno 2011) che rispetto all’attuale Invalsi accende luci importanti.

Ci sembra utile segnalare alcune delle idee espresse dal prof. Vertecchi.

La prima è che le ricerche sugli apprendimenti e sui sistemi scolastici debbano essere fatte da centri di ricerca veri radicati nel territorio, radicati e accreditati nel mondo scientifico che intendono esplorare, “misurare e valutare”.

Ad avviso del professore, invece, la situazione dell’Invalsi in Italia è così descritta: “Da noi abbiamo invece un manipolo di improvvisatori che pensano di cavalcare un tema di attualità con pratiche semplicemente imitative.”

Condividiamo anche l’idea che un istituto di ricerca debba impegnarsi su temi e argomenti che la società, le sue componenti, le istituzioni avvertono o denunciano o sulle situazioni problematiche che la stessa ricerca nel suo espletarsi fa emergere.

Condividiamo senza mezzi termini la valutazione che il professore formula a proposito dell’attuale Invalsi, ma siamo assai scettici sugli esempi internazionali addotti da Vertecchi ancorché essi siano le formidabili strutture che il professore descrive. Ci sembra, e cercheremo di documentare meglio, in questa rubrica che i tentativi di valutare gli apprendimenti degli studenti, quindi di scuole e professori attraverso le “prove oggettive e standardizzate” stia dando pessime prove in tutti i paesi che le hanno adottate e che si stiano moltiplicando sia le critiche in campo scientifico che le iniziative di lotta perché queste pratiche vengano cancellate.

Rimane oscuro nel testo del Prof. Vertecchi chi debba essere il committente delle ricerche da svolgere. Noi un’ipotesi ce l’abbiamo sicuramente non può essere il Governo, potrebbero essere gli organi collegiali territoriali o Nazionali, lo stesso Parlamento qualcuno deputato a rappresentare la società tutta non certo chi istituzionalmente rappresenta una sola parte ed in particolare la parte che sta esercitando il potere politico. Anche in ciò condividiamo l’avviso di Vertecchi che la ricerca educativa e di sistema debba essere un processo continuo, democratico, dal basso e non un’attività estemporanea dettate da esigenze di governo.
Piero Castello

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L’intervista

da Rassegna.it

Osservare i risultati dell’insegnamento e dell’apprendimento è fondamentale. Ma occorre farlo bene: nel lungo periodo, con un approccio di sistema e senza ansie. Non è vero che gli insegnanti non accettano di essere valutati

di Stefano Iucci

La valutazione dei risultati dell’apprendimento – e dunque del lavoro degli insegnanti – è uno dei cardini della scuola moderna. Su questo non si possono o debbono avere dubbi. La questione casomai è un’altra – e riemerge ciclicamente, l’ultima volta con la polemica sui test Invalsi –: e cioè cosa debba intendersi per valutazione, come vada fatta, con quali criteri e coinvolgendo quali soggetti. Benedetto Vertecchi, pedagogista tra i più insigni della nostra tradizione, nonché presidente in passato di Cede e Invalsi, conosce assai bene la complessità del concetto stesso di valutazione e gli intrecci stratificati con i contesti e le condizioni. Tuttavia, ci racconta nel suo studio, in tanti anni di studio sull’argomento si è fatto delle idee precise: la valutazione deve studiare i risultati dell’insegnamento nel tempo, non scattare inutili “istantanee” che al più rassicurano il “fotografo” di turno (un ministro, un preside, un insegnante, lo stesso studente); deve essere di sistema (cioè deve riguardare tutta la scuola, non uno dei suoi pezzi: docenti, studenti eccetera) e non va condotta in modo ansiogeno. “Per me la valutazione ansiogena – spiega il pedagogista – è quella che ti fa esclamare ‘Oddio, questi ragazzi non sanno più scrivere’, come si legge spesso sui giornali o si ascolta in televisione. Ma a che serve tutto ciò? Quali cambiamenti può produrre un approccio del genere? La buona valutazione, invece, è quella che accresce la capacità di interpretazione del sistema e, dunque, può favorire i cambiamenti che si ritengono necessari per tempo”.

Il Mese Professore, facciamo un passo indietro. Quando è che il dibattito intorno alla valutazione è diventato centrale nei sistemi di istruzione?
Vertecchi Sicuramente negli anni in cui la scuola ha iniziato a includere un numero sempre più grande di ragazzi e ragazze, il che in alcuni paesi è accaduto già nell’800 e in altri successivamente. Prima l’interazione tra allievi e docenti-precettori era tale e talmente stretta che questa necessità non veniva avvertita. Generalmente si ricordano due episodi che segnano questo inizio: il primo risale al 1807, in Francia e in pieno periodo napoleonico. A Parigi si scatenò una critica agli esami di maturità che sollevò molti problemi di cui si parla ancora oggi. Ma, soprattutto, va segnalato il cosiddetto Boston Inventory degli anni quaranta del secolo scorso, importante perché ha rappresentato il primo caso di utilizzo su larga scala dei test per un processo di valutazione scolastica.

Il Mese Cosa avvenne a Boston?
Vertecchi Avvenne, come oggi ormai accade di frequente, che molti cittadini lamentavano la cattiva qualità delle scuole locali; le scuole erano naturalmente sulla difensiva, ma il sovrintendente si rifiutò sia di avallare questo atteggiamento sia di sposare tout-court la posizione delle famiglie. Decise così di organizzare una rilevazione uniforme delle prestazioni e dei risultati degli studenti su basi oggettive. Questi due casi esemplificano assai bene un concetto fondamentale. Per la valutazione vale quello che in generale si dice di tutti i sistemi complessi: ci accorgiamo che essi esistono solo quando non funzionano. Se noi digeriamo bene, ad esempio, non pensiamo al nostro apparato digerente: cominciamo a farlo solo quando registriamo dei problemi. Per la valutazione è un po’ la stessa cosa. Se ne comincia a parlare con maggior frequenza quando si avvertono disagi e malfunzionamenti e però – questo è il paradosso – è qui che si nasconde anche un rischio: pian piano la valutazione inizia a essere considerata una sorta di medicina per curare i “mali” che abbiamo scoperto. Ma la valutazione non può essere una medicina, non può guarire: la “cura medica” rappresenta, infatti, un’incursione meccanicistica in un processo che invece presuppone una variazione continua.

Il Mese Come deve esser fatta dunque secondo lei una buona valutazione?
Vertecchi Il problema di una moderna valutazione non è quello di esprimere un giudizio hic et nunc su insegnanti e studenti, ma di capire come stanno cambiando i diversi fenomeni che interessano la scuola per incidere sull’intero processo. Faccio un esempio. Poche settimane fa l’Istat ha diffuso dati drammatici sugli abbandoni scolastici: uno su cinque, tra i nostri giovani, non studia né lavora. Si tratta certo di un aspetto allarmante su cui riflettere a fondo. Ma sarebbe sbagliato risolvere la questione dicendo che i ragazzi non sanno niente e che gli insegnanti non sono stati capaci di insegnargli nulla. Il problema è capire quale percorso questi ragazzi hanno compiuto, come questi fenomeni si sono determinati e se c’è stata una qualche azione di contrasto al loro determinarsi. Se si facesse seriamente questo lavoro nel tempo, si vedrebbe che in molti casi non sarebbe stato necessario attendere i diciotto anni per capire che quello studente era destinato al fallimento. Già nei primi anni di vita se vediamo agire un mix di fattori che prevedono poche interazioni con gli adulti (i bimbi abbandonati davanti al televisore o con un videogioco in mano) e altrettanta poca interazione con i bambini per lo stato in cui sono ridotte molte scuole dell’infanzia, ebbene abbiamo già un quadro dal quale i possibili scenari successivi sono facilmente prevedibili.

Il Mese Quindi?
Vertecchi Non mi stancherò mai di ripeterlo: è necessario sviluppare un’attività valutativa che incrementi la capacità di interpretazione e dunque di cambiamento del sistema. Bisogna mettersi in testa che un insegnante, pur bravo, se non adegua la sua sensibilità interpretativa al contesto in cui agisce, resta legato nella sua azione a un vago senso comune. Ma, come diceva Stuart Mill, il senso comune è il terreno di cultura del pregiudizio.

Il Mese Da quello che lei dice mi pare evidente che i test Invalsi vadano in tutt’altra direzione….

Vertecchi Direi proprio di sì. Abbiamo alcuni apprendisti stregoni che pensano che una questione così complessa si risolva distribuendo una certa quantità di test. Tra l’altro anche l’uso della parola è sbagliato. Test vuol dire semplicemente “prova” e quindi non ha nulla di sbagliato in sé. Ma i test nella fattispecie vengono ridotti esclusivamente a prove a risposta chiusa od obbligata. Tuttavia, se riduciamo la valutazione a questo, avremo una rilevazione della capacità dei ragazzi solo sincronica, fotografica. A che ci serve? È come scattare l’istantanea di qualcuno che sta precipitando dal quinto piano. Finché è per aria è vivo, ma poi? Ripeto: la valutazione deve essere diacronica, considerare i punti di partenza e quelli di arrivo. Solo così è utile per modificare l’esistente. Faccio un esempio: una delle ricerche che sta conducendo il mio dipartimento è sui cambiamenti avvenuti nella scrittura dei bimbi di 14 anni negli ultimi quarant’anni, utilizzando gli elaborati degli alunni delle scuole italiane della provincia di Bolzano. Non ci interessa arrivare alla conclusione che i bambini non sanno più scrivere, ma capire cosa sta cambiando. Questa è buona valutazione: quella che aumenta la capacità di interpretazione del sistema per, se necessario, poterlo cambiare.

Il Mese Dall’estero vengono delle indicazioni su come procedere?
Vertecchi Dagli anni novanta si sono contrapposte due linee nella teoria e nella pratica della valutazione: quella inglese e quella francese. La prima è di tipo censitario: le scuole e gli allievi sono soggetti a controlli da agenzie finanziate dallo Stato. Non mi sembra un sistema efficace: produce quasi automaticamente, infatti, un atteggiamento difensivo da parte degli istituti. L’altro approccio, quello francese, sostiene che ai fini delle interpretazioni di sistema sono migliori le indagini campionarie, molto più curate, solide e in profondità. Tutti e due, anche quello migliore che è il francese, hanno però dei limiti: sono sincronici. Sono insomma anch’essi delle fotografie statiche. Un vero salto di qualità sarebbe reso possibile dall’uso della tecnologia che ci permetterebbe di prendere in considerazione una quantità enorme di dati, sui quali poter analizzare il sistema a fondo e nel tempo.

Il Mese E quindi, soprattutto in Italia, sorge un problema di risorse e investimenti.
Vertecchi È così. Se pure si volesse continuare a usare il sistema dei test Invalsi, per dargli senso occorrerebbe un apparato scientifico e tecnico imponente per studiare e analizzare i dati. Pensi che l’agenzia Usa di valutazione, l’Educational Testing Service con sede a Princeton, ha molte migliaia di ricercatori che elaborano dati e fanno ricerca oltre che fornire servizi; in Olanda opera una struttura che si chiama Cito e che ha alcune centinaia di ricercatori a tempo pieno più varie migliaia di collaboratori. Da noi abbiamo invece un manipolo di improvvisatori che pensano di cavalcare un tema di attualità con pratiche semplicemente imitative.

Il Mese È vero secondo lei che gli insegnanti hanno una certa resistenza, in Italia, a farsi valutare e dunque giudicare?
Vertecchi Guardi, a me questo sembra davvero un luogo comune. Quando sono stato presidente del Cede – e per un breve periodo dell’Invalsi –coinvolgemmo molte scuole in un’attività valutativa che non incontrò alcun ostacolo. La quantità di ricerche e azioni realizzate in quegli anni fu impressionante. Il motivo è semplice: la scuola vedeva il Cede come un’organizzazione di ricerca e nei confronti della ricerca non c’è diffidenza; la diffidenza è venuta dopo, quando con la Moratti l’Invalsi veniva presentato come una sorta di Grande Inquisitore. Si è passati, certo più nelle intenzioni dei politici che di chi vi lavorava, da una struttura che aveva come scopo l’approfondimento e l’analisi a un’altra che ha assunto un altro ruolo: quello di sbirro, di sentinella.

Il Mese Però ci fu il famoso concorsone, quello su cui cadde Berlinguer.
Vertecchi All’epoca lo dissi al ministro: quello è un esempio di modernizzazione mal interpretata. Non si trattava, e non si tratta ancora, di fare un test, che è una scorciatoia, ma di creare una cultura e poi su quella lavorare in profondità.
23/06/2011 11:44


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