Storia di una sanzione disciplinare (puntata 27)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

All’ostinazione dei Governi nel gonfiare l’Invalsi rispondiamo con l’opposizione consapevole e continua.

L’articolo che pubblichiamo in questa puntata è ripreso dal Fatto Quotidiano e la sua autrice è Marina Boscaiono. Entrambi, il quotidiano e l’autrice, hanno il merito di prestare un’attenzione permanente e non episodica non solo alla scuola ma in modo specifico all’Invalsi ed alle sue nefandezze istituzionali e operative.

Dell’articolo ci sembra utile sottolineare almeno due punti.

Il primo è quello, appunto, che non ci si può limitare alla critica ed alla mobilitazione anti Invalsi nei soli momenti caldi che precedono la “somministrazione di quiz nelle scuole”. E’ indispensabile un esercizio permanente della critica dell’ideologia che è sottesa all’azione dell’Invalsi e prestare attenzione anche all’attività che con le stesse caratteristiche si svolge in altri paesi e a livello internazionale, OCSE inclusa.

Il secondo punto è quello di accompagnare la critica e l’opposizione ad un modello di “valutazione degli apprendimenti e del sistema scolastico” quale quello imposto dall’Invalsi un modello alternativo: umanistico, democratico che articoli e sviluppi e renda esplicita l’esercizio della critica al sistema didattico, e del sistema scolastico.

Il modello di valutazione “oggettivo e standardizzato” ha manifestato il suo carattere tecnocratico, aziendalistico, economicistico, fintamente irresponsabile rispetto al futuro della società e delle persone, sostanzialmente inefficace a produrre una valutazione utile a progettare una crescita culturale e civile dei giovani e del paese.

Questo modello proposto dall’ideologia neoliberista prima nei paesi anglosassoni e ormai diffusa a livello mondiale è ormai subissato dalle critiche che provengono dagli ambienti scientifici e pedagogici, la sua persistenza e sviluppo poggiano esclusivamente sull’imposizione dei poteri economici e finanziari che spesso sopraffanno, Parlamenti e Governi.

Al’articolazione e all’approfondimento di queste critiche si deve accompagnare l’elaborazione di un pensiero, delle idee, e pratiche diverse che già in parte caratterizzano i giudizi e l’attività di valutazioni, la critica a cui sottoponiamo permanentemente l’attività svolta dagli insegnati, dalla nostra scuola, dal sistema scolastico, dalle scelte di politica scolastica realizzate da Governi e Parlamento.

Perché questo pensiero ed elaborazione si possano realizzare è indispensabile prima di tutto definire le aspettative, i compiti che la nostra società pensa debbano essere affidati alla scuola pubblica.

Un compito impegnativo che trova il suo punto di inizio e riferimento costante nella Costituzione della Repubblica nel disegno in essa contenuto di Scuola per la repubblica ma anche nel sistema di valori che essa esprime complessivamente e specificatamente (egualitarismo, ambiente, diritti, liberà individuali e organizzative, democrazia, partecipazione, solidarietà, cittadinanza…).

Ma altrettanto indispensabile e risalire gli atti formali che hanno impegnato che hanno caratterizzato la vita della scuola almeno dal dopoguerra ad oggi: le scelte legislative, ordinamentali, i programmi, le conquiste scientifiche in campo pedagogico e delle scienze sociali che afferiscono ai problemi educativi, le buone, e cattive, pratiche di insegnamento e scolastiche….

Tutta un’attività di ricerca, impostazione e orientamento di cui l’Invalsi orgogliosamente rivendica l’ignoranza….come solo è in grado di fare perché il suo ruolo è imposto da un potere economico e finanziario che non deve rendere conto a nessuno.

Scuola, come è andato a finire il Sistema Nazionale di Valutazione

di Marina Boscaino | 7 agosto 2013

Se abbiamo davvero a cuore il tema della valutazione, noi insegnanti dobbiamo capire due cose: 1) non si può cavalcare l’emergenza in maggio (quando si celebrano i test Invalsi) e dimenticarsene poi per tutto il resto dell’anno; 2) non si può più – grazie alla nostra precedente inerzia, ma anche per motivi di opportunità culturale e miglioramento del sistema scolastico – dire no senza se e senza ma alla valutazione; bisogna, casomai, prendere parte attiva al dibattito e contribuire concretamente alla determinazione di un’idea di valutazione culturalmente significativa, esigendo piuttosto quegli spazi che ci sono sempre stati negati e che noi abbiamo accettato ci venissero interdetti. Se non riflettiamo su questi elementi, qualsiasi posizione rischia non solo di diventare inattendibile, ma anche di essere irricevibile, considerando l’andamento delle politiche scolastiche su questo tema da Moratti ad oggi e l’arroganza istituzionale con cui è stato portato avanti.

Detto questo: perché nessuno parla del fatto che il 4 luglio è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 155 il Dpr 80 del 28 marzo 2013, contenente il Regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazionein materia di istruzione e formazione, entrato in vigore il 19 luglio? Eppure quel regolamento suscitò – dopo la sua approvazione surrettizia ed intempestiva da parte del governo Monti, ad abbondante scadenza di mandato –  proteste sia nel merito che, appunto, nel metodo. Sono stati proprio l’inerzia e il disinteresse del mondo della scuola a far sì che nel silenzio generale dal prossimo anno il famoso sistema “a tre gambe” della valutazione (Invalsi, Indire, Ispettori) si applichi in quanto legge. Vuol dire aver abdicato a qualsiasi ruolo e funzione di “ricerca, sviluppo, sperimentazione”; aver cessato di proporre e di esigere un ascolto concreto, nonché il relativo riconoscimento che solo competenza, esperienza  e statuto professionale di docenti possono condurre all’elaborazione partecipata di un sistema di valutazione che non sia – come quello che subiremo – piovuto dall’alto e basato su principi asfittici e non condivisi. Non abbiamo alcun diritto di lamentarci, dunque, dal momento che non abbiamo nemmeno tentato – con il nuovo governo – di spiegare il senso di un ostruzionismo a questo modello valutativo (che ora è legge), che non è mai significato ostruzionismo tout court alla valutazione, ma a un sistema di misurazione legato a doppio nodo con premialità, meritocrazia, egemonia di un organismo governativo (l’Invalsi), disinteresse per una concezione di valutazione che abbia come primo obiettivo l’intervento costruttivo su situazioni critiche o carenti.

I risultati dei test Invalsi, prontamente pubblicati dal Miur, hanno peraltro confermato quanto già si sapeva: tra le voci dei vari commentatori degli esiti poco lusinghieri emersi, ben ha spiegato Giorgio Israel, che sottolinea come il rincorrere “mode” didattiche nel nostro Paese, non ultimo il “teaching for testing” – la subordinazione della didattica alla risoluzione dei test come principale obiettivo – abbia ibridato le discipline e ne abbia impoverito la comprensione.

È di questi giorni la polemica su quello che sarà – e non poteva chiamarsi diversamente – il VCamp, annunciato dal commissario straordinario, Paolo Sestito, dell’Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo d’istruzione e formazione): dal prossimo 25 agosto al primo settembre cento tra docenti e dirigenti di tutt’Italia parteciperanno a una scuola estiva di formazione sulla valutazione. Requisiti per la partecipazione: non meno di tre anni di ruolo per i dirigenti, cinque per i docenti, che dovranno essere stati collaboratori del dirigente scolastico, presidi incaricati o titolari di funzioni strumentali; il personale prescelto dovrà avere ancora davanti a sé almeno cinque anni di servizio da svolgere. Sono stati delegati a ciascun direttore di ogni Ufficio Scolastico Regionale l’individuazione e la segnalazione di 200 nominativi, tra i quali ulteriormente scegliere sulla base dell’esito di una selezione. Le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico o degli aspiranti corsisti o degli uffici scolastici regionali di provenienza; quelle di partecipazione alla scuola estiva saranno a carico di Invalsi.

Piovono da più parti segnalazioni sulle pratiche non proprio trasparenti adottate per il reclutamento dei candidati. Del resto non è un mistero per nessuno che – trasversalmente, a parte rari casi sporadici, da destra a sinistra – chi ha messo finora mano al tema della valutazione – nella sequenza di ministri che si sono alternati dopo Moratti – ha preferito poter contare su personale disposto a battere i tacchi e mettersi sull’attenti di fronte alle pratiche pedestri e allo scimmiottamento delle metodologia di un’Europa di maniera, piuttosto che affrontare la complessità del problema, allargare il dialogo e accettare il dibattito critico, produrre ricerca, trovare soluzioni condivise. Ma la scuola in quanto tale ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale per assecondare l’affermazione del pensiero unico. Ora il nostro silenzio, l’assenza di informazione, le assemblee di formazione disertate, la solitudine in cui molti di noi si sono trovati ad intervenire, producendo uno sforzo di ricerca non riconosciuto e spesso inascoltato, ricadranno sulla scuola tutta, sui nostri studenti e su una classe docente che negli ultimissimi anni è stata capace di mobilitarsi consapevolmente, omogeneamente e coerentemente solo davanti al pericolo delle 24 ore. Troppo poco. Ci sono battaglie culturali e politiche che non possono essere lasciate a sparute avanguardie di volenterosi.


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