Storia di una sanzione disciplinare (puntata 31)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

L’articolo che segue è tratto dal sito della FLC – CGIL scuola (l’articolo cui l’autore fa riferimento è quello di Maurizio Tirittico, da noi pubblicato nella puntata n.26) e ci lascia perplessi. Intanto per il valore salvifico dell’Autonomia scolastica rispetto al dilagare della Scuola dei Quiz, quando, a nostro avviso, ma anche da una sommaria ricostruzione storica degli ultimi 15 anni di politica scolastica, appare evidente quanto il SNV costituisca uno degli esiti della Autonomia scolastica anziché una contraddizione. In secondo luogo perché nemmeno si evoca una possibilità di conflitto agito da docenti, studenti e genitori che a noi pare l’unica speranza perché prenda vita un’opposizione in grado modificare l’azione di governo portata avanti congiuntamente, a tutt’oggi, da forse parlamentari del Centro-sinistra e del Centro-destra.

A proposito di Regolamento SNV, Invalsi e Indire

di Antonio Valentino 12/07/2013 Scuola Oggi

Fa bene l’ispettore Tiriticco a risollevare, nel suo recente articolo “Dell’Invalsi o del grande fratello”, la questione del Sistena Nazionale di Valutazione (SNV), il cui Regolamento (DPR n. 80 del 28 marzo 2013) è ormai diventato legge con la pubblicazione sulla GU del 4 luglio u.s.. Penso però che, per una sua analisi e valutazione, sia opportuno tenere inizialmente distinti i vari contenuti che lo informano e i problemi che ne discendono. Una prima area di questioni riguarda certamente le tre gambe su cui il SNV regge – INVALSI, INDIRE, corpo ispettivo – e le tappe del percorso previsto per le singole scuole: l’autovalutazione, la valutazione esterna, le azioni di miglioramento; la rendicontazione sociale. Oltre, ovviamente, alle rilevazioni nazionali sugli apprendimenti degli studenti, predisposte e organizzate dall’INVALSI. Altra area di attenzione e di riflessione critica è quella del valore e dell’attendilità delle prove INVALSI in sé (Tiriticco parla non senza ragione di prove “sempre molto opinabili, per altro non sempre corrette”, delle quali, per altro, non si dà “ragione del come e del perché sono costruite e a quale cultura della valutazione si ispirano”). Quest’ultimo rilievo porta in evidenza un aspetto indubbiamente importante: la coerenza di questo sistema nazionale di valutazione – la cui impostazione appare in buona parte centralitica – , con la scuola dell’autonomia così come definita nel DPR 275/’99. E rilancia interrogativi dei quali non riusciamo ancora a venire a capo: come garantire unitarietà al sistema di istruzione e nello stesso tempo assicurare alle singole istituzioni scolastiche livelli di autonomia che favoriscano il successo formativo a tutti? Come coniugare due obiettivi apparentemente contradditori: quello della unitarietà del sistema scuola – che è condizione di uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini (e che, per essere perseguito, ha bisogno di essere rilevato attraverso uno strumento nazionale di valutazione); e quello dell’autonomia didattica, organizzativa e di ricerca di ciascuna istituzione scolastica? C’è poi il problema del tipo di “presenza” dell’INVALSI nel sistena nazionale di valutazione, quale si configura nel Regolamento; presenza che appare sproporzionata e invasiva – e anche rischiosa – rispetto ai compiti prioritari di un SNV. Che sono sostanzialmente quelli di predisporre prove di accertamento degli esiti formativi e raccogliere e studiarli e metterli a disposizione del decisore politivo e delle scuole. Compiti che costituiscano – almeno questo vorremmo che fossero – occasioni di crescita culturale e professionale per le scuole e per gli insegnanti. E al tempo stesso consentano la messa a punto e la pianificazione di interventi migliorativi. Quest’ultimo problema (delle funzioni dell’INVALSI da privilegiare) porta in primo piano la questione che in tanti continuano a sollevare – è il leit motiv della parte conclusiva dell’articolo di Tiriticco -: la mancanza di una cultura valutativa diffusa del nostro sistema di istruzione, che pesa negativamente anche sulla qualità della didattica e sulla stessa attendibilità delle valutazioni dell’INVALSI. Penso però, come prima suggerivo, che ciascuno di questi aspetti della questione sia più opportuno, in prima battuta, considerarlo separatamente, per tentarne poi una riconsiderazione globale in cui i vari tasselli, ridefiniti, trovino la giusta collocazione nel quadro che vogliamo ridisegnare. Visto come problema a se stante, ad esempio, il percorso di autovalutazione, valutazione esterna ecc., a cui sono chiamate le scuole e il sistema, certamente presenta passaggi da semplificare e funzioni (dell’INVALSI) da ridimensionare e circoscrivere – e certamente un impegno in questo senso va assunto – , ma non penso offra sostanziali ragioni in sé per contrapporsi frontalmente ad esso. Non sono questi i passaggi che chi si è cimentato sperimentalmente con la valutazione di istituto ha previsto e messo in campo? Né, d’altra parte, se accettiamo – come penso vada accettato – l’idea di prove nazionali di valutazione, non si può poi dire: che fine fa l’autonomia scolastica e il curricolo di scuola. L’interrogativo a mio avviso diventa invece il seguente: le prove sono costruite in modo da poter rilevare i livelli di padronanza delle competenze chiave di cittadinanza previste dal nostro ordinamento? Come va contrastato il rischio del teaching to test? Esistono certamente – dove esistono, poi – un curricolo di scuola e uno specifico POF, espressioni dell’autonomia delle scuole. Ma un SNV deve concentrarsi su questi aspetti specifici – per “rispettare” l’autonomia delle scuole – o non deve prioritariamente, anche se non esclusivamente, considerare gli esiti di percorsi formativi comuni che, a livello nazionale, vogliamo funzionali, non ad uniformità e omologazione – come teme Tiriticco –, ma ad eguaglianza di opportunità e ad una formazione tendenzialmente unitaria (che non significa appiattita ed omologante) per i nostri studenti? Se questo interrogativo ha un senso, concentriamoci allora sulle caratteritiche delle prove, sulla loro qualità e sulla loro rispondenza a quanto è previsto nelle Indicazioni nazionali, piuttosto che nelle Linee Guida, in termini di competenze chiave. E portiamo contemporaneamente avanti il discorso dei LEP nazionali, senza dei quali non ci sono santi che tengano per il nostro sistema. Per quanto riguarda invece la valutazione del “valore aggiunto” di ciascuna scuola sul versante della propria offerta formativa e della propria identità culturale e progettuale, rileviamone i dati relativi con opportuni strumenti e valorizziamola ai fini di un ulteriore arricchimento per il nostro sistema. O no? In una mia precedente riflessione sul tema del SNV, proponevo provocatoriamente (ma, poi, neanche tanto) di riconoscere, nel “triangolo SNV”, centralità di posizione (e quindi importanza) non all’INVALSI, ma all’INDIRE, che andrebbe, questo sì, potenziato e ben articolato territorialmente . Perché oggi il vero buco nero del nostro sistema – e su questo la condivisione con l’ispettore Tiriticco è a prova di bomba – è la formazione diffusa di una cultura valutativa dei nostri insegnanti e delle nostre scuole, senza della quale nessun impianto generale tiene e ha senso; e la certificazione delle competenze si riduce a quell’ectoplasma che è oggi. Il Ministro, molto opportunamente nelle sue linee programmatiche, ha richiamato – cogliendo l’occasione dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento – la necessità di “avviare un ampio confronto con il mondo della scuola sulle modalità di funzionamento del Sistema Nazionale di Valutazione con l’obiettivo di implementare un sistema che serva al mondo della scuola e alle istituzioni pubbliche, …”. È questo il passaggio che dobbiamo non solo auspicare, ma contribuire a costruire. Assumendo contestualmente a oggetto di riconsiderazione critica anche le norme sulla valutazione emanate dalla Gelmini (DPR 122/2009) che continuano a procurare i disastri che sappiamo. Su questi terreni si aprono – credo – grandi spazi di pressione e di riconsiderazione critica del Regolamento e delle norme sulla valutazione, sia per le associazioni professionali in primo luogo, sia anche per le università e, all’intermo delle scuole, per i dirigenti e per quanti condividono in esse la leadership educativa. Ovviamente un ruolo importante spetta al sindacato per rilanciare la questione con la forza delle sue organizzazioni, e facilitarne sviluppi positivi. Penso che la nostra intelligenza e volontà di cambiamento debba concentrarsi non tanto sulla richiesta di ritiro del Regolamento approvato (ammesso che ciò sia possibile), quanto piuttosto sulle questioni aperte per ciascuna delle aree tematiche (sopra richiamate) in cui il Regolamento si articola. E, per la fase attuativa, proporre i cambiamenti concreti su cui c’è condivisione nel pianeta scuola. Si potrà fare? Questo il punto. Non siamo comunque nel ’29, caro Ispettore , e il nostro non è certo il Ministero dell’Educazione Nazionale del Ventennio mussoliniano. Né vedo all’orizzonte nessun Grande Fratello, come tu paventi. Ma certamente, se le cose non cambiano, c’è soprattutto il rischio – questo sì reale – che l’attuale declino si faccia ancora più pesante.


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