Storia di una sanzione disciplinare (puntata 33)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

La scuola rischia di diventare una ISTITUZIONE TOTALE?

La puntata n. 30 della nostra “storia” si concludeva un allarme grave “La scuola italiana corre il rischio di diventare una ISTITUZIONE TOTALE. Qualcuno dei nostri lettori avrà pensato…” le solite Cassandre… il solito catastrofismo!”. Qualcun altro avrà pensato e “Che cosa sono ste’ istituzioni totali?”. Partiamo da quest’ultima domanda, la definizione che ne da Wikipedia è:

I tratti distintivi di detta istituzione sono:

  • il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri

  • l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne,

  • l’allontanamento e l’esclusione dal resto della società dei soggetti istituzionalizzati.”

Naturalmente queste caratteristiche non sono che l’inizio di lunghe analisi che hanno impegnato storici, sociologi, psichiatri impegnati non solo nelle analisi che sono servite a smascherare le molte operazioni che si erano succedute nella storia per giustificare e realizzare simili istituzioni.

Molti di questi “scienziati sociali” sono stati impegnati anche nelle operazioni normative e concrete che hanno portato alla loro abolizione come, negli anni sessanta e settanta, Franco Basaglia nei confronti dei Manicomi, Michel Foucault per gli aspetti più disumani delle carceri, come, ancora attualmente, Marco Revelli nei confronti dei centri di permanenza temporanea, in cui vengono accolti e di fatto reclusi i migranti irregolari, come Leonardo Boccadoro e Sabina Carulli, della Facoltà di Psicologia della Sapienza Università di Roma, che hanno condotto indagini sulle nuove e vecchie istituzioni totalizzanti come le comunità terapeutiche, le carceri e le residenze sanitarie.

A chi pensa che il nostro sia un allarmismo eccessivo vorremmo chiedere di riflettere sull’articolo 16 del nuovissimo Decreto Legge n.104 del 12 settembre sulla scuola e che dovrebbe essere approvato dal Parlamento entro il 12 novembre.

Art. 16(Formazione del personale scolastico)

1. Al fine di migliorare il rendimento della didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed è maggiore il rischio socio-educativo, e potenziare le capacità organizzative del personale scolastico, per l’anno 2014 è autorizzata la spesa di euro 10 milioni, oltre alle risorse previste nell’ambito di finanziamenti di programmi europei e internazionali, per attività di formazione obbligatoria del personale scolastico con particolare riferimento:

a) al rafforzamento delle conoscenze e delle competenze di ciascun alunno, necessario per aumentare l’attesa di successo formativo, in particolare nelle regioni ove i risultati delle valutazioni sugli apprendimenti effettuate dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), anche in relazione alle rilevazioni OCSE-Pisa, risultano inferiori alla media nazionale;

b) al potenziamento delle competenze nelle aree ad alto rischio socio-educativo e a forte concentrazione di immigrati:

c) all’aumento delle capacità nella gestione e programmazione dei sistemi scolastici;

d) all’aumento delle competenze relativamente ai processi di digitalizzazione e di innovazione tecnologica;

e) all’aumento delle competenze dei docenti degli istituzioni scolastiche impegnate nei percorsi di alternanza scuola-lavoro.

Omissis”

Solo questo primo comma segna il trionfo dei test (quiz Invalsi) non solo per la valutazione degli apprendimenti, ma trasferisce l’esito dei quiz alla valutazione degli insegnanti, ed estende gli esiti ad intere scuole e ed intere zone geografiche.

Ma il carattere sovvertitore della norma va ben oltre.

  • Trasforma la formazione in servizio dei docenti da diritto e opportunità, quale è stato nella tradizione della scuola italiana, e in tutti i Paesi non totalitari, in obbligo coatto ad opera di un’entità priva di seria legittimazione democratica, scientifica e culturale forte solo del potere conferitigli da “istituzioni” extraparlamentari e antidemocratiche.

  • L’effetto, come dimostra l’articolo di Intravaia su “La Repubblica”, che pubblichiamo qui di seguito, è già iniziato e va sviluppando nel tempo con due anelli importanti della catena che servirà a realizzare l’STITUZIONI TOTALE: la minaccia e la punizione. La sola descrizione della possibile punizione per gli indisciplinati (formazione obbligatoria), l’informazione su di essa che la stampa, anche la più democratica e in buona fede, sta dando dei percorsi attraverso cui tale “pena” verrà inflitta ai renitenti, costituisce già un microcircuito soffocante studenti e docenti ad una condanna senza possibilità appello.

  • La descrizione degli oggetti della formazione obbligatoria: “competenze socio-educativo per le situazioni a forte concentrazione di immigrati; ‘aumento delle capacita’ nella gestione e programmazione dei sistemi scolastici; all’aumento delle competenze relativamente ai processi di digitalizzazione; aumento delle competenze dei docenti degli istituzioni scolastiche impegnate nei percorsi di alternanza scuola-lavoro; alludono, più che alla formazione in servizio dei docenti, ad una “rieducazione” degli stessi affinché diventino contenitori, infermieri, carcerieri di un popolo malato per aver sbagliato le risposte ai quiz dell’Invalsi poiché “risultano inferiori alla media nazionale”. Non una parola delle materie d’insegnamento, delle conoscenze, dei saperi; unico impegno trasmettere subalternità, ubbidienza e conformismo.

Per questa operazione il decreto prevede uno stanziamento di 10 milioni l’anno oltre tutti gli altri finanziamenti che per tali compiti vorrà stanziare l’Unione Europea.

Scuola, alunni “somari”? I professori torneranno tra i banchi

Salvo Intravaia, su Repubblica spiega dove si trovano gli studenti che hanno ottenuto risultati al di sotto della media nazionale. Il pezzo pubblicato sabato 14 settembre si intitola: “Alunni somari? L’insegnante torna tra i banchi”:

ROMA – Nelle scuole in cui i risultati del test Invalsi, la prova scritta che ha lo scopo di valutare i livelli di apprendimento degli studenti al terzo anno, sono “meno soddisfacenti”, gli insegnanti si dovranno sottoporre ad un programma di formazione obbligatoria.  Lo ha deciso il governo con un decreto, che vede nel 2014 uno stanziamento di 10 milioni di euro.

“La sostanza della norma è che in quelle scuole dove i risultati dei test Invalsi sono ‘meno soddisfacenti’, cioè inferiori alla media nazionale, gli insegnanti si devono sottoporre a un programma di formazione obbligatoria che avrà il compito di aumentare le conoscenze e le competenze degli alunni, ma anche di incrementare le competenze di gestione, di programmazione e informatiche dei docenti. Soprattutto quelli che lavorano in particolari contesti come le zone a rischio o a forte concentrazione di immigrati. Il tutto, probabilmente, senza un soldo di retribuzione e non si sa neppure per quante ore pomeridiane di lavoro aggiuntivo. L’unica cosa che si sa è che il governo ha stanziato 10 milioni di euro per il 2014″.

Il divario nord-sud, spiega Intravaia analizzando i dati, è evidente

Ma dov’è che i risultati dei test Invalsi sono più deludenti? Basta dare un’occhiata al report dell’istituto di Frascati pubblicato pochi mesi fa per rendersi conto che è nel meridione d’Italia che scolari e studenti arrancano maggiormente. Ogni anno, il test Invalsi misura le competenze in Italiano e Matematica degli alunni di seconda e quinta elementare, prima e terza media e secondo anno delle superiori. I due fascicoli proposti agli alunni italiani contengono domande a risposta multipla o aperta, grafici da interpretare, frasi da completare e altri quesiti per saggiare il livello raggiunto dagli alunni e fare dei confronti tra le diverse aree del Paese. In Sicilia, con una media nazionale a 200 punti, gli studenti di terza media racimolano in Italiano soltanto 186 punti. Punti che diventano addirittura 181 in Matematica per i ragazzini che frequentano le scuole della Calabria. Ma è al secondo anno delle superiori che il divario Nord-Sud diventa evidente”.

“Tra i 183 punti in Italiano degli adolescenti siciliani e i 214 dei compagni lombardi ci sono ben 31 punti di differenza che salgono ancora se si passa alle competenze in Matematica, dove gli studenti della provincia di Trento riescono ad accumulare ben 226 punti che precipitano a 178 se si prendono in considerazione i quindicenni sardi: ben 48 punti di differenza. Un gap fra regioni settentrionali e meridionali che permane anche nelle altre classi del monitoraggio. E che riguarda anche gli alunni delle periferie delle grandi città: Roma, Milano, Napoli, Palermo. Ma che secondo i sindacati non dipende dalla preparazione dei docenti”.

Il decreto non è però piaciuto ai sindacati:

“Sgombriamo subito il terreno – dichiara Francesco Scrima, leader della Cisl Scuola – da possibili equivoci: non sta né in cielo né in terra che si possa scaricare sugli insegnanti ogni colpa per risultati scolastici insoddisfacenti, quando è fin troppo evidente che il peso determinante è delle condizioni di contesto. Chi spende il suo lavoro nelle aree di più acuta emergenza sociale non meritadi essere fatto oggetto di banalizzazioni di questa portata’. Addirittura incredulo il commento di Massimo Di Menna, a capo della Uil scuola: ‘Una formazione obbligatoria, decisa per decreto, senza specificare le modalità, legata agli esiti delle prove Invalsi: ma stiamo scherzando?’. ‘E poi – continua Di Menna – per quante ore? 20, 40, 200. E chi decide? In ogni caso, ricordiamo al governo che decidere inmateria di lavoro per decreto, e non per contratto, non porta lontano’. Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi, vede invece di buon occhio il provvedimento: ‘Sono convinto che l’amministrazione debba farsi carico delle situazioni di disagio e minore successo scolastico e i finanziamenti per la formazione dei docenti vanno proprio in questa direzione”‘.

Salvo Intravaia


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