Storia di una sanzione disciplinare (puntata 40)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

Presentazione (dell’Articolo di M. Boscaino)

È una stagione eccezionalmente fertile questa, almeno sul piano della riflessione su e intorno alla filosofia e alle pratiche di valutazione dell’Invalsi. Dal 2007 che l’Invalsi imperversa sulla scuola pubblica ma in questi 6 anni non era mai avvenuto che nei mesi di novembre e dicembre si accumulassero tanti scritti ed interventi critici come nel finale di questo 2013. Anche noi abbiamo qualche difficoltà a renderne conto ai nostri lettori.

In questa proliferazione di pensieri critici, si è manifestato però qualche anello debole che ci sembra importante segnalare.

L’Invalsi e prima di lui l’OCSE pontificano elencano, fanno graduatorie, emettono giudizi e valutazioni sulle scuole, i sistemi scolastici, gli studenti, i docenti… una iperattività valutativa che di sostiene sul NIENTE assoluto, o meglio su una massa incredibile di numeri del tutto incapace, anche solo di attraversare, intercettare, il fare scuola il produrre apprendimenti, conoscenze saperi. I pedagogisti liberal Statunitensi lo dicevano già 30 anni fa.

Ma credo che per i genitori, che penso siano la maggioranza dei nostri lettori, sia utile una riflessione che tenga conto anche della loro esperienza scolastica in tema di valutazione.

Credo che tutti gli adulti di questo paese conservino e abbiano la possibilità di valutare sulle loro esperienze di valutazione come studenti. Ora non voglio fare un discorso generale, e mi limito a suggerire la riflessione su due antichi, e forse obsoleti, strumenti per la valutazione degli apprendimenti: le interrogazioni e i compiti in classe.

Non è difficile per nessuno considerare la complessità di questi due “atti pedagogici” che spesso hanno raggiunto un carattere rituale denso ma anche deriso a volte. Il finale di questi riti in definitiva era una esposizione orale in pubblico davanti alla classe e all’insegnante, o un testo scritto destinato all’insegnante ma che spesso finiva per diventare patrimoni ed oggetto per tutta al classe.

Nessuno può nascondere quante variabili concorressero agli esiti di una di queste due prove: variabili specifiche e prossime: come l’ attività di studio svolta ad hoc. Variabili meno prossime e meno specifiche come la continuità dello studio, l’empatia suggerita dalle materie e dai docenti, le relazioni che legavano i membri della classe tra loro e con i docenti, il clima che la vita scolastica aveva creato e sostenuto… un mondo di variabili innumerevoli.

Poi c’erano le variabili remote, le condizioni sociali ed economiche della famiglia, le condizioni culturali di partenza, lo stile e le aspettative di vita, le relazioni familiari ed extrascolastiche, di queste variabili si discuteva poco ma tutti ne avevano una vaga consapevolezza, a volte pesavano molto nella valutazione e nel giudizi finali degli insegnanti.

Vi immaginate un quiz, o “prova oggettiva standardizzata” che sia in grado di sondare e mettere in relazione e sintetizzare tutte queste variabili e molte altre ancora non elencate? Semplicemente impossibile!!!

Eppure i dati di queste prove, così importanti, sono disponibili per tutti basta andarli a leggere sull’Annuario Statistico Italiano dell’ISTAT, figuriamoci poi sulle rilevazioni e pubblicazioni specifiche sempre dell’ISTAT.

Non è un’impresa impossibile l’ha già fatto una classe di sciamannati nel 1967, bambini e ragazzi che facevano la “scuola di Barbiana” con l’aiuto di Don Milani. Qualcuno conosce una ricerca sugli apprendimenti e sul sistema scolastico che abbia avuto maggiore impatto e incidenza, sulla coscienza civile e sui saperi di un intero popolo, sulle scelte di politica scolastica di quella “LETTERA AD UNA PROFESSORESSA”?

Non basterebbero dieci libri per raccontare gli esiti memorabili di quella ricerca. Eppure i dati su cui hanno lavorato sono tutti numeri dell’ISTAT messi a confronto con i problemi che si erano posti loro, posti al vaglio delle loro esperienze e quelle di Pierino e Gianni (leggete il libro se non sapete chi sono!). E a proposito di provincialismo, la cultura mondiale fu influenzata da quella ricerca, solo in Francia da quella ricerca presero le mosse il CNRS e Bourdieu per confermarne i risultati anche nel loro Paese.

Piero Castello

 

 

Anche sui test Invalsi, la parola ai docenti

di Marina Boscaino da LA PAGINA DEI BLOG di MicroMega

Qualche giorno fa, durante un incontro sulle Lavagna interattive multimediali, tenuto da un bravo formatore di una casa editrice seria (ma sulla formazione a cura delle case editrici ci sarebbe da scrivere un trattato, sia per il probabile conflitto di interessi tra proposta metodologica e proposta di mercato sia per la scarsa credibilità professionale di un progetto di aggiornamento che scelga di ricorrere a risorse di questo genere), mi è capitato di ascoltare questa frase, proferita con assoluta nonchalance: “Perché voi sapete che dal prossimo anno i test Invalsi saranno obbligatori anche al V anno delle superiori e all’Esame di Stato”.

Non ho potuto fare a meno di intervenire. E di sottolineare che l’ipotesi che ciò avvenga è stata ventilata in una lettera (ora, come potete constatare cliccando sul link, scomparsa) che l’Invalsi ha indirizzato ai Dirigenti scolastici a metà di novembre. E di rimarcare – dato che c’ero – come tutti i prodigi tecnologici che venivano presentati da lui come da alcuni che lo avevano preceduto, testi digitali da usare, appunto, con la Lim, contenessero un apparato di esercizi ben nutrito, quasi interamente propedeutico ai test Invalsi. In altre parole: ci siamo fatti dettare l’agenda – senza una normativa di riferimento – consentendo il lento inserimento nella pratica didattica (di cui non avremmo dovuto essere noi gli esperti?) di elementi che lentamente e implacabilmente hanno plasmato lo stile pedagogico di molti di noi, il modo di lavorare, la determinazione delle prove di verifica. A poco a poco, applicando pseudo-provvedimenti con il contagocce, ma costantemente, si riesce a “forgiare” il Pensiero Unico: così è stato per il neoliberismo e le sue infinite deviazioni, ormai accolte diffusamente; così per l’idea che parole come “comunista” fossero portatrici di per sé di tumori mefitici; così – ma è uno dei tanti esempi- molte misure inaccettabili sono entrate nella nostra vita e, con essa, nei nostri istituti, mimetizzate dall’idea di una modernità sempre positiva e vincente. In un Paese come il nostro, caratterizzato da una tradizione pedagogica illuminata, si tratta di una vergogna, di cui siamo tutti responsabili.

Da noi è possibile pensare che un’affermazione – per di più contenuta in una “lettera”- determini la norma cui doversi attenere. La stessa cosa è accaduta con i Bisogni Educativi Speciali. Sono bastate una direttiva ed una circolare a far sì che in molte scuole si procedesse all’esecuzione acritica, propiziata dall’intransigente volontà di molti dirigenti di essere più realisti del re.

Ma di prescrittivo non esiste nulla. Come per i BES, la cosiddetta normativa Invalsi è fluttuante ed incerta. Uso e consuetudine hanno indirizzato le nostre azioni, facendoci perdere senso critico e coscienza professionale. Ma, soprattutto, esercizio della cittadinanza.

Prendiamo l’Invalsi, di cui tra pochi mesi si celebrerà la triste consuetudine, caratterizzata da obbedienza a capo chino da parte di molti e da opposizione da parte di pochi. Esclusi rari casi, le prove Invalsi paiono essere per tutti affare che inizia al principio di maggio e finisce con la loro conclusione, al punto che la norma sull’istituzione del Sistema Nazionale di Valutazione è passata nell’indifferenza generale lo scorso luglio, senza che la comunità educativa e scolastica quasi se ne accorgesse. Non esistono norme precise che vincolino a svolgere i test Invalsi. Nel 2011, dopo una lettera (sic!) inviata agli istituti scolastici dall’allora presidente Invalsi, Roberto Cipollone, in cui si sottolineava l’obbligatorietà delle prove, si pronunciò l’avvocato dello Stato Paolucci, che affermò che le scuole non dovevano per forza essere sede delle prove e ne determinò l’incompetenza rispetto alla materia, poiché nessuna legge affidava loro questa competenza. Intervenne così l’art. 51 del dl 5/ 2012 che prevede, al secondo comma: “Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d’istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti, di cui all’articolo 1, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2007, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176”. Si chiama decreto-legge “semplificazione”, ed effettivamente ha tanto semplificato la fatica che il governo avrebbe dovuto fare se fosse arrivato a spiegare e far accettare alla scuola questa norma con pratiche di ascolto e di dialogo con le componenti coinvolte. A proposito dell’art. 51 del dl 5/12 l’avvocato Mauceri (Per la scuola della Repubblica) chiarisce: “Si tratta di una disposizione formulata in modo ambiguo, ma che certamente non afferma l’obbligatorietà dei docenti a svolgere tale specifica attività a prescindere dalle delibere dei Collegi, né, tanto meno, l’obbligo di questi ultimi di deliberarle. Poiché l’anno scorso era stato a lungo dibattuto proprio di vincoli e la questione si è riproposta anche quest’anno, se il legislatore avesse voluto stabilire l’obbligatorietà delle prove Invalsi, avrebbe potuto affermarla esplicitamente. Il legislatore si è invece limitato a qualificare dette prove come attività ordinaria di istituto; si tratta in sostanza di una norma attributiva di una competenza alle istituzioni scolastiche; il problema dell’obbligatorietà della partecipazione dei docenti a dette prove non è quindi risolto da tale disposizione”. Il dl 5/12 corregge, casomai, il vulnus segnalato da Paolucci. Ciò non toglie che – per rendere l’Invalsi vincolante – occorra una delibera del Collegio dei docenti, che – nella dimensione della volontà collettiva su temi di competenza esclusiva – contempera il principio della libertà di insegnamento, costituzionalmente determinato. È ancora nelle nostre mani, dunque, la scelta: anche nella necessità di animare la discussione sugli Invalsi non in maggio, quando tutto è già definito; ma in settembre, quando si votano le attività nei collegi dei docenti.

È questo uno dei motivi per cui non possiamo assolutamente distrarci rispetto alle recenti e passate incursioni dei governi sulla democrazia scolastica e sulle prerogative degli organi collegiali.

Marina Boscaino

(9 dicembre 2013)


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