Storia di una sanzione disciplinare (puntata 51)

Storia a puntate in tempo reale a cura di Piero Castello

Rodotà, in questo articolo, nemmeno lo nomina l’Invalsi. Ma dalla prima all’ultima parola esprime una totale incompatibilità tra Invalsi e l’idea che lui formula della scuola delle sue funzioni.

Peraltro un’articolazione moderna ed attuale del disegno della scuola della Repubblica e delle sue funzioni già chiare nel dettato costituzionale.

L’oggetto esplicito dell’articolo è sicuramente l’insegnamento della filosofia nella scuola pubblica, ma gli argomenti trattati vanno ben al di là e contengono anche una critica sferzante all’attuale governo “Renzi” e al renzismo. Il filosofo e il giurista, a dispetto di tanti attendisti (è solo una settimana,…un mese,…un anno aspettiamo almeno di vedere…).

La critica è irriducibile, per un Governo che aggira il Parlamento, – “Se questo è filosofare, dobbiamo tenercelo ben stretto perché, altrimenti, rischiamo di separare la persona dalla sua stessa libertà.”- conclude Rodotà e concludono tutti quelli che riflettono da anni sull’Invlasi i quali aggiungono che le prove Invalsi costruiscono una separatezza oltre che con libertà anche tra persone e “pensiero pensante”.

 

la Repubblica 02/03/2014

Attacco all’umanesimo

di Stefano Rodotà

Chi gestisce il potere non ama lo spirito critico. E l’indagine culturale è giudicata una perdita di tempo. Un’insofferenza che ora investe scuole e università.

Può il rinnovamento della scuola italiana essere affidato a sbrigative potature come quelle che già si sono abbattute su geografia, diritto, storia dell’arte, e che ora guardano minacciosamente verso l’abolizione o il ridimensionamento dell’insegnamento della filosofia? Il rischio di questa deriva è stato messo in evidenza da Roberto Esposito: lo spegnersi dello spirito critico, la cui costruzione è inscindibile dall’idea stessa di istruzione. E quest’ultima mossa esaspera una tendenza che ha portato allo scoperto un modo d’intendere la sfera pubblica e quella privata che induce a ritenere che l’insofferenza per l’insegnare filosofia rappresenti l’esito (inevitabile?) di una più lunga vicenda.

Lo spirito critico non è mai stato gradito da chi gestisce il potere, perché su di esso si fonda la possibilità di esercitare forme di controllo, evitando che il potere si trasformi in arbitrio, si nasconda nell’opacità. La democrazia è governo del popolo, ma pure governo in pubblico. Due elementi che rendono indispensabile uno spirito critico diffuso, sì che il suo attenuarsi si trasforma inevitabilmente in un indebolimento, o in una vera e propria scomparsa, della democrazia. Ma, si dice, l’attribuire pubblica rilevanza all’esercizio dello spirito critico implica discussione e così rallenta i processi di decisione, la cui velocità sembra essere divenuto l’unico bene da salvaguardare. Vengono, allora, presentati come un imperativo la separazione o almeno l’allentarsi del legame tra decisione e controllo, con l’inevitabile conseguenza di una riduzione degli spazi dove lo spirito critico può essere accettato, o benevolmente tollerato. Spazi privati, ovviamente, dove rifugiarsi per praticare un irrilevante otium, che non inneschi alcuna forma di contagio.

Una conferma di queste considerazioni può essere cercata nel rifiuto che ha investito una serie di spazi pubblici, dove pure spirito critico e controllo dovrebbero essere di casa. Cominciamo dal Parlamento, luogo per eccellenza di una discussione non fine a se stessa, ma volta a valutare i contenuti delle leggi e a controllare l’operato del Governo. Ma lo spirito critico non ha diritto di cittadinanza se alle Camere viene attribuito solo il ruolo di ratificare le decisioni prese dal Governo. La pretesa di discuterle, allora, diviene perdita di tempo o sabotaggio.
La cultura politica, non più alimentata dal pericoloso spirito critico, si rattrappisce, si affida alla tecnica del sondaggio o a quella della comunicazione. E questo nuovo spirito del tempo alimenta un rifiuto che si estende al di là della fase parlamentare, investe l’intero processo di decisione e produce il paradosso di una trasparenza ingannevole, perché lo sguardo del pubblico può posarsi su progetti provenienti dalla sfera politica, a condizione però di limitarsi a contemplarli, senza pretendere di contribuire alla loro definizione. Non a caso, i contributi critici riguardanti riforme istituzionali sono stati liquidati sbrigativamente perché provenienti da un “manipolo di studiosi”. Non si poteva certificare meglio una deriva che, muovendo dall’insofferenza per lo spirito critico, approda all’insignificanza della cultura. Ma una politica che divorzia così clamorosamente dalla cultura, che si rifugia nell’autoreferenzialità, si priva dello strumento essenziale per conoscere davvero il mondo che pretende di regolare. Non dimentichiamo che la cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura.
Tutto questo finisce con l’investire il modo in cui viene concepito l’intero sistema dell’informazione, non più accettato come “ombudsman diffuso”, dunque come strumento di controllo e, prima ancora, come luogo dove si forma l’opinione pubblica attraverso il flusso delle notizie e il confronto continuo tra le diverse posizioni. Le cronache di questi anni sono punteggiate dall’insofferenza per una stampa libera e per una televisione non lottizzata, una condizione che l’irrompere della Rete non è ancora riuscita a modificare sostanzialmente. Così gli spazi per la formazione e l’esercizio dello spirito critico si restringono ulteriormente, contribuendo a consolidare una insofferenza per il controllo che si è estesa a una istituzione come la magistratura, la cui incisiva presenza è stata ritenuta insopportabile da troppi detentori di poteri, grandi o piccoli che fossero.
Non era imprevedibile, allora, un estendersi di questa logica al luogo proprio della cultura, dunque alla scuola. Questo è avvenuto con la riduzione delle risorse, con la mortificazione degli insegnanti, con scriteriate riforme dell’università ispirate ad una efficienza miope. In un contesto tanto immiserito, il mettere ai margini la filosofia si manifesta come esempio eclatante di una regressione culturale che preclude la possibilità stessa di comprendere quanto lo spirito critico sia sempre più necessario in una società percorsa da dinamiche così forti da rendere indispensabili competenze capaci di padroneggiare mutamenti spesso imprevedibili. Proprio muovendo da questo punto di vista, si era discusso delle ragioni che avevano spinto all’assunzione di laureati in filosofia per compiti che, storicamente, non erano stati loro riconosciuti. Al di là di questa specifica vicenda, emergeva una dimensione della stessa efficienza, non più affidata ad insegnamenti che dotassero di professionalità parcellizzate e di corto respiro, come tali incapaci di offrire strumenti idonei a fronteggiare il cambiamento. Si è venuta costruendo, invece, una cultura povera, inidonea quindi a soddisfare pure le esigenze di una “ragion pratica”. Lo dimostra il fatto che, in giro per il mondo, si moltiplicano i casi in cui le università integrano tradizionali insegnamenti strettamente professionali con aperture “umanistiche”, che hanno proprio la funzione di rendere possibile uno sguardo continuo sulla società e le sue dinamiche, fornendo così le competenze necessarie per “riconvertirsi” nel mutare dei contesti.

Restringere gli orizzonti rende prigionieri di una efficienza senza prospettive. Anche da questo punto di vista, dunque, appare insensato amputare insegnamento e ricerca di tutto ciò che forma lo spirito critico. Certo, in questo modo le persone sono più autonome, possono comprendere e contrastare le logiche di potere, e quindi avere anche competenze professionali per sottrarsi a pressioni e ricatti. Se questo è filosofare, dobbiamo tenercelo ben stretto perché, altrimenti, rischiamo di separare la persona dalla sua stessa libertà.


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