Storia di una sanzione disciplinare (puntata 65)

Guardando retrospettivamente, i tempi veramente felici per il regime democratico, nei paesi occidentali, sono stati limitati nel tempo. In particolare l’Italia ha vissuto, tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni ottanta, una fase di complessivo consolidamento ed espansione della democrazia, diventa senso comune di massa, pur tra i tanti rischi autoritari.

Carlo Donolo – “ gli asini” n.21

LA VALUTAZIONE DEL SISTEMA SCOLASATICO

Di Piero Castello (Segue commento di Renata Puleo)

In molte circostanze mi è capitato di dire che una procedura democratica di valutazione del sistema scolastico dovrebbe avere come riferimento una serie di organismi democratici elettivi, dunque rappresentativi delle varie componenti scolastiche (studenti, genitori, docenti, personale amministrativo ed esecutivo della scuola) e della società civile, che insistono sullo stesso territorio.

Né più né meno di ciò che avrebbero dovuto essere gli Organi Collegiali, scolastici e territoriali istituiti nel 1974 (DPR 31 maggio 1974 n.416) nel nostro paese. Non si tratta di un recupero nostalgico del bel tempo passato ma di una ineludibile storia da conoscere, valutare, scartare o modificare a seconda dei giudizi che se ne possono dare. I modelli potranno essere vari e diversi ma è impensabile, a Costituzione vigente, che la valutazione del sistema di istruzione pubblico, istituzione della Repubblica, venga delegato o appaltato ad organismi tecnocratici estranei all’ordinamento Costituzionale.

Il punto sugli Organi Collegiali scolastici

Oggi è pensiero diffuso e comune che gli organi collegiali territoriali (Consigli di Distretto, Consigli Provinciali, Consiglio Nazionale) della scuola siano stati aboliti e che siano rimasti solo quelli scolastici (Consiglio di Classe o Interclasse, Collegio dei Docenti, Consiglio d’Istituto). Non è così. Il Ministro Berlinguer con il DL.vo del 1999 (30 giugno 1999 n.233) mediante il riordino affidatogli dalla legge delega, aveva l’intenzione di sopprimerli e sostituirli con organi decisamente antidemocratici (articoli da 1 a 5). In realtà, con l’articolo 8, dello stesso Decreto restavano in carica gli organismi di Distretto, Provinciali e il Consiglio Nazionale, fino a nuove elezioni. Cosa mai avvenuta, come non è mai avvenuto che i Governi adempissero alle varie deleghe di cui erano stati investiti per procedere alla definitiva istituzione dei nuovi organi previsti dal combinato normativo.

Di fatto, gli Organi Collegiali territoriali non sono mai stati rinnovati e molti non funzionano più perché i membri sono decaduti. Così non è per il CNPI (consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione) il quale, forse, per i suoi importanti compiti disciplinari è rimasto in carica e funzionante, non sappiamo bene attraverso quale processo di mummificazione. *

Sergio Auriemma, ed altri esperti di legislazione scolastica, ritengono ancora efficaci e vigenti gli articoli di legge che li riguardano. Un pateracchio normativo di cui è stato maestro, spesso imitato, l’ex ministro Berlinguer, che, nel corso di un’incontro con i Sindacati ebbe a dire spudoratamente che “la democrazia scolastica avrebbe funzionato meglio se fosse stata fatta in pochi”. Lo stesso Ministro realizzò personalmente una svolta altrettanto democratica: non ricevette più i sindacati nel corso di scioperi o in stato di agitazione. Non lo disse, ma era chiaro che li avrebbe ricevuti soltanto con il cappello in mano ed inginocchiati.

Il Distretto Scolastico

Sarebbe lungo e faticoso descrivere ciascuno degli organi Collegiali anche soltanto rispetto alla loro funzione nella valutazione del sistema scolastico. In attesa che qualche studioso la faccia in modo completo, noi ci limitiamo ad esaminare la storia e le funzioni del Distretto Scolastico per la sua particolare emblematicità.

Il caso del Consiglio Distrettuale è particolarmente significativo dell’ostruzionismo e dell’ostilità forte che incontrò nell’amministrazione, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione e dalle sue propagini periferiche, i vecchi Provveditorati agli Studi (oggi Uffici Scolastici Provinciali dalle ancora più oscure mansioni!). Impiegati e funzionari del Ministero e dei Provveditorati facevano a gara per minimizzare la presenza o l’attività degli Organi Collegiali. Chi scrive ricorda, uno dei primi anni di esistenza dei Consigli di Circolo, di aver accompagnato il Presidente, un genitore, al Provveditorato di Roma, Ufficio Organi Collegiali, per consegnare la relazione prevista dalla normativa che, infatti, recitava: Sulle materie devolute alla sua competenza, esso invia annualmente una relazione al provveditore agli studi e al consiglio scolastico provinciale.” (articolo 10, comma 9 del D.L.vo 297/94) L’impiegato addetto disse ridacchiando “Certo, che voi alla Magliana non c’avete proprio niente da fa’ !“

Istituzione e collegamenti

Per i Consigli di Distretto, nonostante la perentorietà della legge, andò molto peggio. Difficilmente trovarono una sede stabile nella quale insediarsi; il personale amministrativo che avrebbe dovuto essere fornito dall’amministrazione, non venne mai assegnato. Spesso, in sedi di fortuna, non un telefono, non una fotocopiatrice…

Eppure, la loro definizione oggi appare un esempio luminoso di saggezza amministrativa: la Regione li istituiva in ragione della popolazione residente, il loro territorio doveva coincidere con quello delle AASSLL (aziende sanitarie), ogni 100 mila abitanti (il doppio per le zone con insediamenti urbanistici). A Roma, e in molte altre situazioni, coincidevano così ASL, Distretto Scolastico, e Circoscrizioni Comunali (primo tentativo di decentramento comunale).

Rappresentanza

La rappresentanza eletta era costituita da: 3 dirigenti scolastici, 5 docenti (scuole pubbliche), 1 dirigente ed 1 docente (scuole private), 7 genitori, 7 studenti, 3 rappresentanti dei lavoratori non docenti della scuola, elettivi. Fra i designati figuravano: 3 rappresentanti di lavoratori dipendenti non della scuola, cittadini residenti, membri individuati dai sindacati, 2 rappresentanti dei lavoratori autonomi, 3 rappresentanti del mondo imprenditoriale autonomo e del commercio (Camera di Commercio), i rappresentanti degli Enti Locali, di cui 3 dalla Provincia, 7 o 11 dal Comune, o dai comuni se del distretto facevano parte più comuni. Una bella macedonia, 40 – 50 membri senza rischi di autoreferenzialità, a mio parere all’altezza dei compiti e delle funzioni importanti cui dovevano far fronte. Con una garanzia di elementare democraticità oggi neanche più concepibile, visto che in tutte le delegazioni designate dalle istituzioni dovevano essere presenti membri appartenenti alle opposizioni e/o minoranze.

I membri elettivi venivano votati in forma diretta e proporzionale dalle rispettive componenti presenti sul territorio.

Funzioni e compiti

Tralascio l’ elencazione (vedi articolo 19 del D.L.vo 297/94, facilmente consultabile in rete) e mi limito ad esaminare la competenza del Distretto (Art.19, comma 5) :

[…] il Consiglio Scolastico Distrettuale formula proposte:

  • al provveditore agli studi, alla regione, agli enti locali, per quanto di rispettiva competenza, per tutto ciò che attiene all’istituzione, alla localizzazione e al potenziamento delle istituzioni scolastiche, nonché all’organizzazione e allo sviluppo dei servizi e delle strutture relative, anche al fine di costituire unità scolastiche territorialmente e socialmente integrate e di assicurare, di regola, la presenza nel distretto di scuole dello Stato di ogni ordine e grado, ad eccezione delle università, delle accademie di belle arti e dei conservatori di musica.

Questa, forse, fu la funzione più invisa al Ministro. Infatti, nel 1998 ( DPR 24 luglio n. 331) il Ministro aveva lanciato il suo “Piano di Razionalizzazione” che portò alla soppressione delle prime 5.000 scuole sulle circa 16.000 che allora costituivano il patrimonio delle istituzioni scolastiche pubbliche. Con lo stesso provvedimento si inaugurava il gigantismo delle scuole, con l’aumento indiscriminato e del numero degli alunni, l’avvio alla realizzazione della Dirigenza scolastica, il capovolgimento delle procedure per la definizione degli organici.

Fino ad allora gli organici venivano definiti sulla base delle esigenze manifestate dalle scuole, nel rispetto della legislazione che stabiliva i criteri per la formazione delle classi. Il Ministro Berlinguer avocava al suo Ministero, in combutta con quello dell’Economia, tale definizione a livello nazionale e regionale, mediante un Decreto Interministeriale.

Tutto questo programma non era che l’avvio dell’Autonomia Scolastica e ad esso collaborarono attivamente i Sindacati concertativi che divennero così anche ministeriali! Si opposero in modo capillare, radicato e forte, genitori, insegnanti, e i non pochi Comuni che dovettero assistere alla spoliazione delle istituzioni scolastiche nel loro territorio.

In questo frangente Consigli di Distretto e Consigli Provinciali Scolastici divennero le trincee, grazie anche alle funzioni loro attribuite dalla legge, per battaglie forti con mobilitazioni di massa contro il piano di razionalizzazione delle scuole. Questa opposizione al centralismo ottuso, fece rivivere gli organi collegiali territoriali una stagione di iniziativa e di lotte che spinse il Ministro alla loro soppressione democratica… per decreto!.

Organi Collegiali e Valutazione del Sistema Scolastico

Una delle funzioni, mai esercitata, di tutti gli organi collegiali, era quella della valutazione del sistema scolastico, relativamente al territorio su cui insistevano.

Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione

1. Il Consiglio nazionale della pubblica istruzione svolge le seguenti funzioni:

a) formula annualmente, sulla base delle relazioni dell’amministrazione scolastica, una valutazione analitica dell’andamento generale dell’attività scolastica e dei relativi servizi;….(Art.25)

Consiglio Provinciale scolastico

formula annualmente una relazione sull’andamento generale dell’attività scolastica e dei servizi scolastici della provincia, anche sulla base delle relazioni dei consigli scolastici distrettuali, dei consigli di circolo e di istituto e dell’amministrazione scolastica periferica;”…. (Art.22)

Consiglio di Distretto

Il consiglio scolastico distrettuale predispone annualmente una relazione sull’attività svolta e sui risultati raggiunti e la invia al provveditore agli studi e al consiglio scolastico provinciale” ….(Art.19)

Consiglio di Istituto

Si pronuncia su ogni altro argomento attribuito dal testo unico, dalle leggi e dai regolamenti, alla sua competenza. Sulle materie devolute alla sua competenza, esso invia annualmente una relazione al provveditore agli studi e al consiglio scolastico provinciale”. (Art.10)

Come si vede, il “Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado” (D.L.vo 297/94) affida od ogni organo collegiale per il suo ambito territoriale una valutazione annuale dei sevizi scolastici per i quali l’organo è competente.

Se questa funzione fosse stata adempiuta avrebbe avuto le seguenti caratteristiche.

  1. una valutazione articolata per territorio e per ordini di scuola, svolta da organi democratici, non autoreferenti (in gran parte elettivi e democratici

  2. una valutazione sommamente responsabile visto l’intreccio di valutazione, operatività e governo espressi dagli organi collegiali.

  3. una valutazione con una particolare efficacia per il legislatore e per il l’amministrazione, perché in grado di procedere dalle situazioni problematiche che si erano manifestate nel corpo vivo della scuola.

Probabilmente, quella degli organi collegiali in alcuni casi sarebbe risultata una ricerca insufficiente o inadeguata, ma gli stessi organi avrebbero potuto (se finanziati adeguatamente) stabilire collaborazioni, diventare committenti di facoltà universitarie impegnate nella ricerca, sia pedagogica che interdisciplinare.

Tutto ciò avrebbe potuto anche non essere necessario al Parlamento e all’esecutivo che avevano, e hanno, tutti gli strumenti regolamentari e istituzionali per affrontare le problematiche più complesse e per fare le scelte più informate e consapevoli che loro competono. La potestà che non hanno è quella di delegare ad una authority tecnocratica (l’INVALSI e le agenzie internazionali a cui si ispira il suo operato), una valutazione che dovrebbe essere frutto di un percorso democratico che responsabilizzi l’amministrazione, i cittadini e non sottragga loro la sovranità sulle scelte istituzionali.

Come già ho detto all’inizio, l’amministrazione ostacolò in molti modi i neo-istituiti Organi Collegiali, era chiaro che la presenza di genitori, studenti, amministratori locali, era ritenuta capace di sottrarre decisionalità e poteri che, fino ad allora, facevano capo al solo Ministero. Invece di intravvedere una funzione nuova di propulsione e coordinamento i brontosauri del Ministero si trincerarono nella difesa dei chierici scolastici.

L’abbassamento della tensione democratica e partecipativa negli anni che seguirono contribuì non poco ad attenuare, fino alla quasi scomparsa, quella formidabile palestra di democrazia che la scuola ed i suoi organi di autogoverno avrebbero potuto rappresentare.

Piero Castello

* E’ di questi giorni la sospensione del CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione) da parte del Ministro così la illegalità autoritaria potrà dilagare senza intralci democraticismi.
L’organismo seppur non elettivo fu istituito nel Regno di Sardegna il 30 novembre 1847, confermato dalla legge Casati del 1859, resistette nell’Italia monarchia e liberale resistette al Fascismo. Non ha resistito ai ministri della sedicente sinistra che lo hanno sospeso.
Complimenti ministri da Berlinguer a Giannini ci siete riusciti a fare tabula rasa, sarebbe un bel risparmio (non costa niente) se il ministro con atto d’imperio, democratico naturalmente, assegnasse all’Invalsi il compito di sostituire il CNPI.

Commento di Renata Puleo

Caro Piero,

inizio proprio da Carlo Donolo, che tu citi in esergo, a proposito della democrazia. Nel supplemento de il manifesto dell’11 luglio scorso, “Sbilanciamo l’Europa”, dedicato alla crisi di questa parola e delle sue attuali pratiche, Donolo pubblicava un articolo dal titolo assai inquietante: “La morte annunciata della democrazia liberale” Che, dunque, ci sia un nesso fra democrazia come creatura liberale, Stato (nazionale, di diritto, sociale, ecc) e l’attuale crisi ideologico-politica della sinistra appare, ai commentatori più avvertiti, una ovvietà. Una erosione di funzione degli assetti che abbiamo finora definito democratici (istituto della rappresentanza, soprattutto) che a molti appare dolorosa, ma sulla quale occorre riflettere senza rimpianti e nostalgie. Non aggiungo molto di più, rimando all’articolo di Donolo che svolge una assai convincente argomentazione in proposito: della democrazia, forma di governo, di assetto sociale e contenuto dell’immaginario collettivo, il neo-liberismo non ha più bisogno. Così come non serve ad un pensiero antagonista la sua vuota invocazione: la democrazia non è più la pietra di paragone per saggiare lo stato di uguaglianza di un paese. Una vecchia storia di logoramento, in fondo: il 1871 parigino che svela gli inganni della legittimazione del potere, o il 1977 italiano, chiusura drammatica delle istanze del ’68, malgrado la stagione di riforme democratiche successiva.

Vengo agli Organi Collegiali. Prima della loro istituzione già esistevano esperienze di stretta collaborazione fra territorio, scuola, lavoratori. Certo, faccio riferimento a Torino, allora ancora città-laboratorio politico. Nella scuola, con l’alleanza fra genitori operai, giovani donne insegnanti; nei quartieri, con i Comitati spontanei che incalzavano l’amministrazione centrale, soprattutto nelle periferie. Per noi, che abbiamo partecipato a queste esperienze, a fianco degli operai (molto più esperti di noi giovincelle), ma fuori dal PCI, l’istituzione delle Circoscrizioni e degli Organi Collegiali rappresentarono una manovra per ingabbiare, controllare, la partecipazione. Vista la storia successiva, non credo avessimo torto: il capitalismo e i suoi governi si sono sempre impossessati delle forme e hanno demolito la sostanza dei movimenti di base. La macedonia di cui parli per il Consiglio Scolastico distrettuale, pur definendolo un organismo adeguato al compito attribuitogli dal legislatore, era veramente ingestibile. Negli anni in cui ne ho fatto parte non ho visto che accumularsi impotenza e frustrazione. La burocratizzazione, si disse allora. Ma burocrazia viene da Beruf, l’Ufficio, e le sue pratiche sono nate con gli Stati Nazionali per la difesa della correttezza delle procedure. Anche qui c’è stata una torsione: una parola che indicava la possibilità per il cittadino di rivendicare diritti, di aver garantite le pratiche procedurali da lui avviate o a suo carico, venne metabolizzata nel grigiore acefalo, nell’irrigidimento delle maglie della modulistica, nel regolamento fine a se stesso, in fine nella corruzione. Gli OOCC non hanno una storia diversa, non sono mai stati, a mio ricordo, una palestra democratica: la palestra venne presto occupata dal funzionariato, Berlinguer ha dato solo il colpo di grazia. Non ce ne siamo accorti allora, ma adesso?

Senza la politica viva, della praxis, del quotidiano vivere di ciascuno di noi, per dirla con Judith Butler, di esseri che mangiano, dormono, amano, nessun organismo può funzionare. Così, penso che possono andare anche in malora i mastodonti che – come lo stesso Consiglio Nazionale – non hanno mai garantito nessuno e sono spirati per senescenza. Credo fermamente in un rilancio dei piccoli: Consigli di Classe, Consigli di Istituto, gli ormai non tanto piccoli Collegi Docenti. Ma, ripeto, solo se la scuola ridiventa un luogo dove discutere, confliggere e trovare forme per far circolare il potere (lo strapotere dei dirigenti nutrito dalla simmetrica complicità silente dei docenti…).

L’economista Amartya Sen ama raccontare di tre bambini che rivendicano la proprietà dello stesso giocattolo, ognuno con motivazioni che appaiono, non solo a ciascuno di loro, ma oggettivamente, sensate. E’ un gioco linguistico quello che avviene fra loro e sembra senza uscita: il bambino A dice che il giocattolo lo ha creato lui e dunque gli appartiene, il bambino B che solo lui lo sa usare e dunque ne rivendica il diritto, il bambino C che non possiede nessun giocattolo e dunque gli è necessario. In realtà la soluzione c’è: si tratta di agire il conflitto e spostare la discussione – il gioco linguistico – su un piano logico superiore che consiste nell’accordo a fare circolare il giocattolo, magari con un piccolo privilegio di tempo al bambino povero. Insomma, la democrazia si può, eventualmente, giocare, fuor di metafora, discutendo e ridiscutendo le regole e la funzione dei loro garanti, con attenzione ai più deboli (le minoranze). Spero che l’apologo serva a chiarire il mio pensiero: non si torna mai indietro, si avanza con fatica e con continui ritorni.

RenataPuleo


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