Una giornata al compleanno INVALSI

Storia di una sanzione disciplinare (puntata 80)

A cura di Piero Castello

dieci anni di invalsiAvevo il giorno libero, altrimenti confesso che molto probabilmente non avrei rinunciato a un’intera mattinata in aula con i miei studenti. Dato però che non toglievo niente a nessuno, ho deciso di raggiungere l’Auditorium Antonianum, lo scorso 4 dicembre, per andare a sentire che cosa si diceva nel “Decennale delle Prove INVALSI”. Contro i quiz INVALSI avevo letto e sentito più volte delle analisi ben fatte, intelligenti, colte; a favore, invece, nessuno sforzo di dimostrarne con metodo l’attendibilità e l’utilità. Non che non avessi cercato materiale che andasse in tale direzione, è che proprio non mi era stato possibile trovarne. L’impressione che ne avevo ricavato era che tutta la letteratura sul tema fosse contro, e che invece gli argomenti a favore, se esistevano, venissero tenuti segreti. “Ma almeno a un convegno, – mi sono detta – trovandosi raccolti in tanti nello stesso locale, i sostenitori si lasceranno andare a qualche esternazione rivelatrice, che mi spieghi finalmente perché fanno quello che fanno, che cosa li ha convinti di essere talmente nel giusto da non avere nemmeno bisogno di dimostrarlo.” E così sono andata.
La giornata è trascorsa in modo assai confortevole, in un ambiente curato e riscaldato come nessuna scuola pubblica in cui io abbia prestato servizio, con generosa offerta di ottimi cibi e bevande a tutti gli intervenuti, nonché dotazione di ben 400 cartelline contenenti ciascuna il programma, un fascicolo con i testi degli interventi previsti, un modulo di prenotazione per eventuali interventi spontanei, 5 fogli con logo su cui prendere appunti, una penna e una matita. Una vera cuccagna per chi come me adora gli articoli da cancelleria, ma certo un po’ disorientante per chi, sempre come me, da anni stampa e fotocopia a proprie spese i compiti (in classe o aggiuntivi) per gli alunni, dato che farlo a scuola è un’impresa estenuante. Meno male, però, che mi ero portata da casa anche uno spartano blocchetto, perché ho scritto talmente tanto che i cinque fogli omaggio non sono bastati.
Riferire ordinatamente tutto ciò che ho ascoltato sarebbe inutile, il materiale è consultabile sul sito dell’INVALSI, ben ordinato per giornate. Trarre delle conclusioni da ciò che è stato detto o che non lo è stato mi sembra invece più significativo. La mia attesa di argomentazioni fondanti, circa l’utilità dei quiz e della valutazione esterna delle scuole, è rimasta delusa. In compenso, dall’avvicendarsi dei relatori è emersa con continuità ed evidenza una stupefacente ignoranza in merito all’attività didattica che nelle scuole viene svolta.
Penso in particolare all’intervento di Giancarlo Cerini, entusiasta sostenitore di INVALSI e incaricato di illustrare proprio i rapporti di questo con le scuole. Quando egli avverte che, se una verifica va male, l’insegnante deve chiedersi perché, mi domando che cosa pensi che accada nella realtà di un qualsiasi istituto scolastico, che cosa immagina che passi per la mente del docente i cui alunni abbiano riportato in gran numero valutazioni negative. Che altro se non la ricerca delle cause dell’insuccesso per intervenire su di esse efficacemente? Ingenua anche la sua enfasi sull’importanza della collocazione delle prove, che risulterebbero più sanzionatorie alla fine e invece più diagnostiche se anticipate, giacché ripete quanto tenuto presente da ogni insegnante nella programmazione della propria attività di verifica. Deprimente poi il suo monito ai docenti, affinché non credano di poter lavorare solo per il numero delle ore d’aula. Eh già, c’era proprio bisogno che ce lo facesse notare lui, da soli non ci saremmo accorti di lavorare tre volte tanto! Nelle intenzioni del relatore, il riferimento agli impegni lavorativi fuori dall’aula doveva legittimare la richiesta che i docenti correggessero le prove INVALSI senza retribuzione. Come a dire: caro insegnante, siccome già svolgi una quantità di lavoro non esattamente conteggiabile, tanto vale che ne aggiungi dell’altro. Peccato che dall’aspirante ragionamento resti esclusa qualunque considerazione sul genere di attività richiesto, sulla sua opportunità e vantaggiosità, o piuttosto inutilità e dannosità. Considerazioni superflue? Secondo Cerini certamente sì, dato che è giunto a esclamare che i docenti dovrebbero essere disposti anche a pagare per poter acquisire tutti i dati che INVALSI è in grado di fornire con le sue rilevazioni. Affermazione alquanto temeraria, considerata la scarsa competitività delle prove suddette con quelle prodotte all’interno degli istituti scolastici. E in effetti, anche gli esempi di verifica che ci sono stati mostrati mi hanno confermato nell’impressione che all’INVALSI non conoscano bene i loro presunti interlocutori. Mi riferisco al materiale disponibile in rete per essere usato nella didattica ordinaria quale strumentario di lavoro, come caldeggiato ed esempio da Roberto Ricci, il responsabile dell’Area Prove dell’Istituto. Si tratta di verifiche ben progettate, molto progredite rispetto a quelle di qualche anno fa, mi sono divertita a guardarle. Però, in tutta sincerità, non trovo che siano superiori a quelle che già si predispongono nelle scuole. Anzi, ho avuto colleghi molto più creativi e scaltriti. Non mancano, poi, suggerimenti interessanti da parte delle case editrici… Insomma, come dire, le proposte INVALSI non sono propriamente irrinunciabili; se un virus informatico le cancellasse interamente questa notte, dubito che anche un solo istituto scolastico domattina si sentirebbe meno in grado di funzionare. E siccome non si tratta di proposte gratuite, giacchè tutto quel lavoro, per quanto superfluo, va comunque retribuito, bisognerebbe chiedersi, io penso, se il gioco valga la candela. Se quello che INVALSI ha da offrire non è che una progressiva approssimazione a una parte del materiale già prodotto nelle scuole, senza nemmeno il vantaggio della varietà, dell’avvicendamento e del confronto di cui queste godono, né dell’umiltà che dal confronto deriva, mi chiedo che senso abbia per il Paese spendere soldi per finanziarlo. Tanto più che i soldi scarseggiano. A più riprese, durante la giornata, è stata toccata la nota dolente dell’incertezza economica in cui l’ente verserebbe da tempo. Ho appreso che una percentuale esorbitante del suo personale lavora con contratti che scadono questo mese e che non si sa se verranno rinnovati. Del resto non c’è mai stata garanzia, si è detto, che i fondi necessari venissero erogati con continuità. Anche in questo, mi viene da osservare, INVALSI copia, senza saperlo o senza ammetterlo, la scuola. Quanto a precariato e incertezza finanziaria, la scuola italiana non è seconda a nessuno. Ma anche per questo mi domando come si sia potuto pensare di creare un ente aggiuntivo, quando non si riusciva nemmeno a garantire il sostegno necessario all’istituzione principale. Quale presunto vuoto si pensava di colmare?
Secondo Patrizia Falzetti e Carlo Barone, che sono intervenuti sul tema della restituzione dei dati delle prove INVALSI alle scuole anticipando quanto poi ripreso da Cerini, queste ultime si avvantaggerebbero di un’enorme quantità di informazioni: possono fare confronti con gli anni precedenti, vedere i progressi di singoli alunni, paragonare l’andamento di classi parallele, misurare l’incidenza delle condizioni socio-economiche degli studenti sul loro rendimento. Fatta eccezione per quel ‘misurare’, di cui però non sottoscriverei senz’altro la presunta bontà, non vedo nulla di nuovo, in questo elenco, rispetto a ciò che a scuola si è sempre fatto e saputo. Magari lo si sapeva fare meglio quando ancora esistevano le cattedre, prima che i tagli Gelmini-Tremonti trasformassero le 18 ore in una combinazione cangiante di spezzoni, compromettendo la continuità didattica e con ciò indebolendo di fatto anche la collegialità dei Consigli di Classe. Tuttavia, pur nelle difficilissime condizioni di lavoro che sono derivate da quelle colpevoli aggressioni, la scuola è in grado di osservare il percorso dei propri studenti nel tempo, conoscerne le condizioni di vita, confrontare classi parallele. E ciò per l’ottima ragione che la scuola è una comunità di persone che ogni giorno si incontrano, comunicano, ricordano, verbalizzano, accolgono o chiamano le famiglie per condividere informazioni e quant’altro. E saprà sempre di più su se stessa di quanto possano dirle i dati occasionali e preselezionati di qualsivoglia rilevazione.
Per tornare e concludere con l’intervento di Cerini da cui sono partita, vera miniera di motivi di diffidenza, credo che egli abbia raggiunto l’apice dell’insipienza didattica con il tentativo di schematizzare quanto, nei quiz INVALSI, disturberebbe gli insegnanti. Tre sarebbero i motivi di scontento, in quanto i quiz:

  1. discriminano le prestazioni evidenziando le differenze tra le capacità degli allievi

  2. utilizzano criteri comuni a tutti i ragazzi

  3. prescindono dal percorso didattico praticato.

Va da sé che a giudizio del relatore lo scontento sarebbe del tutto ingiustificato. Esso però si fonda su presupposti didattici forti, che non possono essere ignorati da chi presume di recare giovamento all’istituzione scuola. Cominciando dal terzo aspetto, bisogna avere un’idea ben strana della valutazione per pensare che una verifica possa giustamente prescindere dal percorso didattico praticato! Perfino la commissione di maturità vecchia maniera prevedeva la presenza di un “membro interno” che informasse i colleghi esterni del percorso didattico praticato con quella classe. Ed è noto che la coerenza tra il dato e il richiesto è uno dei primi parametri che un docente deve rispettare, sia per fare in modo che le sue verifiche siano attendibili e significative, sia per costruire con i suoi studenti un rapporto improntato a trasparenza e lealtà, e dunque veramente educativo. Quanto all’utilizzo di criteri comuni a tutti i ragazzi, ben venga senz’altro se, in assenza di bisogni educativi speciali, tutti i ragazzi esaminati hanno appunto condiviso lo stesso percorso didattico. In caso contrario, non vedo quali utili indicazioni se ne potrebbero ricavare. Lo stesso dicasi per la discriminazione tra le prestazioni dei diversi allievi: giusto evidenziare il diverso profitto che allievi diversi hanno tratto dagli stessi stimoli, ozioso confrontare la risposta di alunni diversi a stimoli anch’essi diversi.
Purtroppo quella di Cerini non è stata l’unica voce a denotare una conoscenza insufficiente del lavoro degli insegnanti. Ho trovato quasi commoventi le osservazioni di Maria Teresa Siniscalco in merito alla fatica richiesta dalla preparazione della prova INVALSI di Italiano. Circa il 70-80% della validità della prova, ci ha spiegato, dipende dalla scelta del testo e questa impone un lavoro enorme. Per essere adatto, infatti, il testo deve essere interrogabile, educativo, non incluso nei libri in adozione, non deve mettere a disagio né favorire nessuna tipologia di alunno. Mi domando se Siniscalco si renda conto che quella che descrive è esattamente la stessa procedura, e dunque la stessa fatica, che qualsiasi insegnante di Lettere affronta ogni volta che predispone un compito in classe, e dunque ben più spesso che una sola volta all’anno come accade per il gruppo di lavoro di INVALSI. Altra incontestabile verità che Siniscalco, a quanto pare, non sa di condividere con tutti gli insegnanti del mondo, è che la correzione di risposte a domande aperte e articolate è molto più lenta e laboriosa di quella di un test a crocette. Ebbene sì, scoprire come ragionano gli alunni ha sempre richiesto a tutti noi un considerevole sforzo.
Credo che in realtà la prima persona della giornata ad esternare convinzioni balzane sull’attività d’insegnamento sia stata la Presidente di INVALSI, Annamaria Ajello. Il Sottosegretario di Stato Davide Faraone, infatti, che tecnicamente ha parlato prima di tutti porgendo i saluti istituzionali, non conta: si era già espresso nei giorni precedenti e credo non fossero trascorse più di 24 ore dalla mia adesione alla campagna di raccolta firme per richiederne le dimissioni per inadeguatezza al suo ruolo istituzionale.
Annamaria Ajello ha detto in realtà diverse cose che mi hanno sconcertato. Per esempio che INVALSI, per essere a sua volta accountable, sarà osservato da due valutatori esterni stranieri. Perché mai stranieri? Chissà! Ma per tornare al tema principale, mi soffermerei piuttosto sull’affermazione che INVALSI prepara le sue prove sulla base delle indicazioni nazionali e che, se le scuole le trovano distanti dalla loro pratica didattica, la colpa è di tutti quegli insegnanti che non seguono, appunto, le indicazioni nazionali. Credo sia necessaria una dose affatto inusuale di semplicismo per fare una simile dichiarazione. Non solo occorre non avere la più pallida idea della distanza che intercorre tra un criterio regolativo e la pratica ad esso orientata; bisogna anche ignorare, più concretamente, l’esistenza della programmazione annuale, che non avrebbe senso rifare, ogni anno, dopo le prime settimane di scuola, se non dovesse tener conto di una realtà ogni volta diversa; nonché il diritto di Collegi, Dipartimenti e Consigli di operare scelte didattiche specifiche in risposta alle specifiche esigenze riscontrate, che non avrebbe neanch’esso ragione di esistere se bastassero le indicazioni nazionali.
E non è stata questa l’esternazione più allarmante di Ajello. La peggiore, secondo me, è stata che ormai l’acquisizione di competenze deve sostituirsi a quella di nozioni perché queste, se potevano bastare alle generazioni precedenti, non vanno più bene per le attuali e le future. Vedo due errori grossolani all’interno di tale dichiarazione, entrambi riconducibili a ignoranza ma in un senso diverso. Se Ajello crede davvero che nella scuola ci si limiti a impartire nozioni, vuol dire che non è a conoscenza del lavoro che svolgiamo. Certo, impartiamo anche nozioni, e ci preoccupiamo che vengano correttamente intese e assimilate, dopo di che passiamo ad utilizzarle insieme ai nostri alunni, attraverso un graduale e progressivo processo di elaborazione, per favorire nei ragazzi lo sviluppo del pensiero astratto e, obiettivo ultimo e sommo, del pensiero critico. E qui colloco il secondo errore di Ajello: perché mai l’intento della scuola dovrebbe essere far acquisire ai ragazzi delle competenze? Non che queste vadano evitate, è chiaro, ma nemmeno potranno rappresentare un risultato di cui sentirsi soddisfatti! La scuola non è come un corso di burraco, o di ceramica o di tango, che raggiunge il proprio scopo nel momento in cui l’allievo sa ripetere le operazioni a cui è stato addestrato. La scuola è un luogo di formazione globale della persona, di crescita e maturazione dell’individuo nel rispetto delle regole, nell’interazione con gli altri, nell’espressione di sé, nell’acquisizione soprattutto di una cultura che possa renderlo capace di autonomia di giudizio e di scelta. Non sa Ajello che le competenze non hanno mai protetto l’umanità dal fanatismo, dalla disuguaglianza, dalla violenza, anzi, che spesso ne sono state strumento docile e funzionale? Non vede Ajello quei Paesi che nel mondo sono diventati produttori ed esportatori di competenze eccellenti, ma le cui società non progrediscono e continuano a ripetere discriminazioni, abusi e sfruttamento? E se non sa e non vede, come può parlare di scuola?
Ma d’altronde anche Paolo Boero, nel suo approfondimento tematico sulla matematica, nel canzonare le modalità più tradizionali di impostazione dei problemi, le ha definite troppo astratte. Perché parlare, ha detto, di giri di pista, di cui gli alunni non hanno esperienza concreta, quando si può formulare lo stesso quesito attraverso le compresse da somministrare alla nonna? Non sono così sicura che i nostri ragazzi abbiano maggiore familiarità con la somministrazione di farmaci che con la corsa, anzi, spero proprio per loro che non sia così. Ma lasciando da parte gli esempi scelti e fermandomi al senso di ciò che Boero intendeva dire, non sarei contraria ad attingere al vissuto quotidiano, sempre che sia vero che non venga già fatto, purché comunque all’astrazione venisse assicurato lo spazio necessario. E’ troppo importante sviluppare nei ragazzi la capacità di riconoscere l’uguale nelle differenze e il diverso nelle somiglianze. Difficilmente infatti, nella vita come nella storia, lo stesso errore si ripresenta con le medesime, identiche fattezze.
Questo secondo genere di ignoranza, relativo ai fini della scolarizzazione, è difficile da sanare nel caso di adulti che hanno già usufruito di ogni genere di opportunità formativa, ma il primo, quello relativo a ciò che nelle scuole accade, potrebbe essere superato solo che vi fosse la volontà di riuscirvi. Basterebbe guardare, ascoltare, informarsi. Solo che INVALSI non dimostra di averne la minima intenzione. Per rendersene conto è stato sufficiente seguire l’intervento di Carmela Palumbo, Direttore generale per gli ordinamenti scolastici. Nella sua retrospettiva non ha mai superato i limiti della più angusta autoreferenzialità dell’istituto, escludendo da qualsiasi considerazione la scuola e con ciò riconfermando, oltre che riassumendo, quella chiusura ostinata che ha sempre contraddistinto l’atteggiamento di INVALSI verso il mondo della formazione. Costretta quantomeno a menzionare l’opposizione che da quel mondo è sempre venuta all’indirizzo di quella specie di ossimoro che è la cosiddetta “cultura della valutazione”, Palumbo non è stata disposta a riconoscere ad essa nessun contenuto. Non ha saputo fare altro che usare termini arroganti e svalutativi come “ideologia” (nell’accezione denigratoria oggi di moda), “mistificazione”, “luoghi comuni”. E con ciò ha creduto di liquidare tutti quegli studi, quelle analisi, quelle obiezioni di metodo e merito a cui INVALSI non ha mai saputo ribattere e che, evidentemente, non saprebbe ancora adesso contrastare con delle argomentazioni.
Se l’esempio di Palumbo non fosse stato sufficiente, il rifiuto del dialogo è emerso in tutta evidenza dal modo in cui è stata accolta la serie degli interventi spontanei che hanno concluso la giornata: stimolanti o scontati, interlocutori o assertivi, specifici o generici, non hanno mai, nessuno di essi, ricevuto risposta. Scaduto il tempo a disposizione dell’uno, si passava all’altro e così via fino al congedo finale per sopravvenuto orario di chiusura. Ma del resto, mi sono rimproverata raccogliendo le mie cose, che mi illudevo di trovare? È l’INVALSI, bellezza!

Silvia Giuntini


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