Il silenzio sugli innocenti

di Renata Puleo (gruppo NoINVALSI)

jobs act, la buona scuola e il lavoro minorile in ItaliaJobs Act e La Buona Scuola sono due testi di fonte governativa da raffrontare a da collegare per non perdere la cornice politica sotto cui operano. Entrambi forniscono un contributo all’ampio disegno di ingegneria sociale, per i più pessimisti di “macelleria sociale”, in atto. Nel contesto di un paese che non si risolleva dalla crisi, perché la “Crisi” è strutturale e perché è diventata un dispositivo di discorsi, di pratiche, di azioni politiche che occultano le cause e manipolano gli effetti.

Il risultato è un rassegnato consenso e, a fronte di una pur disorganizzata opposizione, la mediatica enfatizzazione delle manovre governative che scambia il primo per adesione democratica e occulta la seconda. Penso, ad esempio, al video-messaggio di Renzi che definisce La Buona Scuola “la più grande riforma dal basso mai fatta in un Paese europeo” (Il Fatto Quotidiano, 06/01/2015, p.4), malgrado la pioggia di delibere contrarie e l’ambigua, per numero di adesioni e tipologia di commenti, partecipazione al sondaggio.

Il collegamento fra i due testi è dunque, di ispirazione, di stile, di contenuto, anche laddove questo è lasciato implicito. Anche l’uso della lingua inglese, è stato detto, serve ad enfatizzare e a occultare. Quello da socialnetwork per parlare della scuola, quello che definisce un provvedimento per il lavoro Act, malgrado i puristi del diritto pubblico dicano che – proprio volendo – avrebbe dovuto chiamarsi Bill e molti lo taccino di “rimasticatura obamiana” (sito de L’Enciclopedia Italiana Treccani) Quel che conta è riuscire ad occultare un’idea di lavoro in cui è naturalizzata la caratteristica di merce, sia quello della conoscenza, sia quello enormemente variegato che produce plusvalore, rendendo realisticamente governabile lo sfruttamento.

Ma quel che mi preme è provare ad operare un altro collegamento fra i due testi, effettuando un salto nel vuoto, oltre un silenzio, verso un non detto eclatante: l’esistenza, trasversale al mercato del lavoro e alla realtà della scuola, del lavoro minorile. Non se parla nel dibattito intorno al Job, non se parla a proposito degli abbandoni scolastici che pure dovrebbero indurre l’interrogativo “dove vanno, dove sono impegnati” i minori che la scuola l’hanno lasciata, o mai davvero praticata.

Degli Early School Leavers (gli abbandoni scolastici) si occupa La Buona Scuola. Il testo mostra i dati – allarmanti – in uno specchietto al paragrafo La scuola al lavoro, quella che, recita l’incipit, consentirà ai giovani di vivere il dettato costituzionale come “protagonisti del mondo del lavoro” (p. 106). Ovviamente sono “disaffezionati”, niente di più e niente di meno, questi ragazzi che la scuola “non sa tenere con sé”. Bandito ogni riferimento alle condizioni socioeconomiche delle famiglie, ai territori governati dalle mafie, alle imprese criminali o semplicemente fuori regola (l’87,65 % dell’imprenditorialità italiana, secondo l’INAIL).

Allora, visto che nemmeno Il-Maestro-di-Strada Marco Rossi Doria se n’è occupato seriamente (si veda su questo blog il commento del 15/09/2014, Marco e Matteo), dove trovare dati sui bambini che stanno al lavoro e non sono a scuola? Il riferimento lo trova Piero Castello, ed è un testo istituzionale, la relazione annuale presentata dal Presidente dell’INAIL al Parlamento, il 9 luglio 2014, relativa all’operato dell’istituto nel corso del 2013 (consultabile con le tabelle allegate sul sito dell’ente).

Con ovvio stile burocratico si parla di incidenti sul lavoro che hanno costituito un onere per l’istituto. Le cifre si riferiscono a morti, superstiti con danni permanenti, inabili e, fra questi, anche i lavoratori “fino a 14 anni”.

Salto tutta la parte introduttiva, anche se sarebbe interessate occuparsene come spaccato dell’evoluzione della burocrazia di stato verso l’aziendalizzazione delle competenze e la valutazione della produttività, verso lo spostamento di interesse sociale, in questo caso, da istituto assicurativo ad autority formativa sulla prevenzione. Funzione le cui future caratteristiche andrebbero osservate con attenzione, considerata l’enormità del fenomeno della precarietà e della pericolosità del mondo del lavoro italiano.

Vengo agli allegati, in particolare alla tavola B1.5, “infortuni per classe di età e anno di accadimento”. Alla prima riga troviamo:

(lavoratori) fino a 14 anni – 2009/ n.59. 863 (incremento costante negli anni successivi) – 2013/n. 63.828 – denunciati 3 decessi, accertati 0.

Nelle righe successive i dati relativi ai lavoratori dai 15 ai 18 anni sono stabili negli anni considerati, fino alla cifra di 34.390 per il 2013.

Quelli relativi alla classe di menomazione registrano 791 casi fino a 14 anni. I tipi i menomazione sono mesi in tabella per entità del danno, si commenta – infra – che molti incidenti sono senza danni (nemmeno quelli psicologici per un bambino?).

Le indagini condotte dalla CGIL, dall’ISTAT e dalla onlus Save the Children, descrivono il fenomeno per tipologia di lavoro svolto dai 7 ai 14 anni (i dati, consultabili sul sito dell’ISPELS, istituto assorbito dall’INAIL, decorrono dal 2000 al 2006). Le imprese famigliari che svolgono attività impegnative e rischiose, vedono impiegati circa 145.000 minori, quelle commerciali e artigianali, concentrate al sud e nel nordest, circa 420.000, di cui 1/6 stranieri. Il carattere grassetto è mio: in Italia l’obbligo scolastico e formativo dura fin al 16° anno, sotto questa età l’impiego di lavoro è un reato.

Anche la Corte dei Conti si è occupata della relazione (determinazione n 50 ef 2013). Viene descritta la situazione patrimoniale virtuosa e lodato il cambiamento di vocazione dell’istituto, e qui finisce il compito del revisore contabile.

E i parlamentari? Non abbiamo trovato notizia di commenti, soprattutto ai dati che ci angustiano, forse a inizio luglio i nostri rappresentanti erano già in vacanza.

Per quanto riguarda i giornali, della relazione si occupa già il 10 luglio, Il Sole 24 Ore. L’articolo annota che i dati dell’ente sono errati per eccesso, in realtà gli incidenti sarebbero molti meno, fatta sottrazione delle denunce riguardanti il lavoro in itinere, cioè svolto fuori dal luogo fisico di espletamento delle mansioni ordinarie, anche se collegati ad esse (il lavoratore si infortuna mentre effettua delle consegne, ad esempio?).

Il giornalista Sansonetti, direttore de Il garantista, durante la settimanale lettura dei quotidiani su Radio3, viene interpellato da Piero sulle tabelle dell’INAIL che a noi fanno scandalo. Si dice allibito e totalmente disinformato circa la rilevanza del lavoro minorile, ma la cosa non viene più ripresa nei giorni successivi, né genera il consueto –per altre questioni –profluvio di sms, twit, e-mail.

Il paradosso è dunque quello di un mercato che, grazie alle tutele ottenute negli ultimi anni e alla poco incisiva opposizione partitica e sindacale, offre lavoro soprattutto illegale. Se l’87,65% delle aziende è in posizione irregolare, molte di più saranno quelle sfuggite al controllo ispettivo. Lo stesso si può dire dell’emersione del lavoro minorile: ben oltre i dati ufficiali, quanti carusi producono quel che consumiamo?


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