La testimonianza di una dirigente: una crepa nel fronte pro-Invalsi

Invalsi

Storia di una sanzione disciplinare (puntata 82)
A cura di Piero Castello

Ricevo da un’amica, e ex collega, una testimonianza molto significativa, in tempi di RAV e di buona scuola renziana. La versione originale è più dura nei toni e molto precisa nelle indicazioni, ma ho creduto giusto chiederle di “ripulirla”, per rispetto delle altre persone coinvolte.
La sostanza resta e non ha bisogno di troppi commenti: le sperimentazioni condotte dall’INVALSI sono totalmente autoreferenziali. Servono a confermate ipotesi che sono tesi, come quella sulla validità dei test standardizzati, misura dell’efficacia del rapporto insegnamento-apprendimento.
L’individuazione nel lavoro dei docenti solo di ciò che conferma quel che si voleva trovare, fa il paio con la spicciativa selezione e preparazione degli osservatori. Insomma, niente deve divergere dal modello di scuola e di valutazione confezionato in dieci anni di “ricerche” condotte dall’INVALSI. Si tratta di un pensiero totalizzante che è
funzionale a mantenere basso il livello della discussione intorno a strategie e metodiche su cui ormai si discute, e contro le quali si lotta, da anni in altri paesi (USA in testa).
Renata Puleo
(ex dirigente scolatico e attivista NoInvalsi)

 .

Cara Renata,

come ti avevo accennato per telefono, ho partecipato in qualità di valutatore esterno alla sperimentazione dei progetti Vales e V&M, la cui elaborazione ha dato origine al documento di autovalutazione chiamato RAV (Rapporto di Autovalutazione, circ. 21/10/2014 n. 47).
L’esperienza è stata abbastanza “traumatica”, fin dall’inizio, per via delle modalità di formazione/selezione degli esperti da inviare nelle scuole. Infatti, in quei fatidici 4 gg. passati a Roma (così diceva il biglietto del treno! per il resto non me ne sono accorta), nell’ottobre dello scorso anno, più di una volta ho pensato di ritirarmi in buon ordine, se non fosse che le colleghe del gruppo mi hanno convinta a rimanere “per affetto”.
Trattati come scolaretti, imbottiti di slides e appunti, tutti da incamerare nel giro di poche ore, sottoposti ad esame con spostamenti a sorpresa, per paura che copiassimo…..insomma un clima piuttosto terroristico!
Clima che ha caratterizzato anche i passi successivi, consistenti nella scelta delle sedi scolastiche in cui effettuare la sperimentazione (due giorni di “click day” da paura!) e nella mancanza delle informazioni necessarie per svolgere il nostro compito (sorvoliamo poi sul compenso ridicolo, percepito un anno dopo e sulla totale assenza di rimborso per il pranzo).
Dopo queste prove di survival degne dell'”Isola dei famosi”, sono partita per le mie destinazioni,
abbinata, prima, con una giovane docente a contratto dell’Università, con la quale non è stato facile comprendersi e con una giovane psicologa che non sapeva niente di scuola, un po’ pasticciona, ma collaborativa.
Insomma ce ne sarebbe abbastanza per dire: “Ma perchè l’hai fatto?”
Non ho risposte illuminanti e, come ben sai, molte motivazioni risiedono nei vissuti personali (di cui magari parleremo più diffusamente a voce) che sono determinanti. Per il resto, l’interesse per l’argomento “Valutazione” risale molto indietro nel tempo, non saprei nemmeno datarlo, riassume aspetti che mi riguardano come studentessa prima, come insegnante poi e, infine, come dirigente.
Avevo lavorato in precedenza ed esclusivamente sulla valutazione degli allievi, per migliorarne gli apprendimenti, in gruppi di ricerca-azione.
È stato, comunque, interessante andare nelle scuole e sentire le opinioni, perplessità, difficoltà di tutti, ma soprattutto registrare
livelli di consapevolezza differenti.
Lo strumento messo a punto da Invalsi si è rivelato,
alla prova dei fatti, piuttosto macchinoso, ridondante, a volte inefficace. Si è cercato di migliorarlo, ma sono certa che ci saranno ancora molti problemi. Non so se mi sarà concesso di verificarlo: “renzianamente” parlando sono da “rottamare”!

Ti abbraccio, con affetto.


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