La querelle tra Giorgio Allulli e il gruppo NoIvalsi

Nell’ultima parte della tessera n. 15  del mosaico, abbiamo riportato la posizione di Giorgio Allulli sulla ipotizzata fusione fra INDIRE E INVALSI, ricordando anche i suoi trascorsi polemici sulla validità legale del titolo di studio. Il professore ci ha risposto, smentendo, sul sito degli autoconvocati di Roma. Poiché il gruppo NoINVALSI ha dato avvio al “dibattito”, riportiamo la nota di Allulli relativa alla tessera e la nostra risposta argomentata, con tanto di allegato a supporto*.

Giorgio Allulli il 13 aprile 2015 alle 2:50 pm scrive:

Buongiorno. Ho letto l’articolo che mi cita raccontando un mucchio di sciocchezze. Chiedo all’anonimo articolista di citare, se ci riesce, le mie acerrime critiche agli Istituti professionali di Stato oppure di citare anche una sola parola che ho scritto per eliminare il valore legale del titolo di studio. BASTEREBBE ANCHE UNA SOLA PAROLA, MA NON LA TROVERA’ perchè le mie idee ed i miei scritti sono sempre coerentemente andati nella direzione esattamente opposta. Allora, se volete, criticate pure un articolo, ma non raccontate il contrario della verità. Quanto alla corte di Confindustria, in 40 anni di attività professionale ho di volta in volta collaborato oppure mi sono trovato su posizioni critiche con molti diversi organismi, governativi e d’opposizione, datoriali e sindacali, avendo come unico riferimento ed obiettivo lo sviluppo di un sistema scolastico più equo ed efficace. Dunque non sono mai stato alla corte di nessuno, e non lo sarò mai. Infine non ho mai operato all’interno dell’OCSE, tanto meno “come rappresentante dei poteri economici italiani”. Ma dove le trovate queste assurdità?

 

Risposta a Giorgio Allulli

Signor Allulli,

intanto la ringraziamo per l’attenzione e le confidiamo che per un attimo abbiamo temuto di aver fatto un errore ed averla confusa con qualcun altro. Invece, ci ha aiutato internet che ha conservato memoria di un contributo scritto da Piero Castello nel lontano 2001*, in cui citava un suo articolo.

“ A giugno del 2001, Giorgio Allulli sul Sole 24 ore denunciava: “Com’è noto, dopo il passaggio delle competenze sulla formazione professionale alle Regioni è rimasto in Italia un doppio binario di preparazione alla professione al termine della scuola media. Da una parte infatti ha continuato a svilupparsi l’offerta formativa degli Istituti Professionali di Stato, i quali, forti della loro impostazione modulare (3 anni per la qualifica + 2 per il diploma) e degli standard riconosciuti del sistema scolastico, hanno attratto un’utenza sempre più vasta. Dall’altra ha cercato di sviluppare una propria identità l’offerta di formazione professionale regionale, la cui maggiore flessibilità consentiva di andare incontro alle esigenze dei ragazzi meno portati verso un insegnamento di tipo scolastico, ma subiva l’handicap di uno scarso riconoscimento a livello nazionale. Successivamente, mentre per diversi motivi l’offerta dei corsi regionali si è andata riducendo (dal ’91 al ’98 gli iscritti sono scesi da 190.000 a 95.000) quella degli Istituti Professionali di Stato, pur consolidandosi in termini quantitativi, ha subito una deriva di tipo licealizzante, per almeno due fattori concomitanti:
– una lettura troppo generalista dei bisogni formativi espressi dai giovani della società e delle imprese […].
– La restrizione progressiva dell’insegnamento delle materie più squisitamente professionalizzanti […]”
Il senso di tutte queste affermazioni è che l’Istruzione Professionale di Stato è stata sleale: ha funzionato meglio, ha raccolto più credito tra i giovani e i genitori, ha preparato di più e meglio, ha aumentato la formazione culturale di base a detrimento di quella precocemente professionalizzante e rapidamente obsoleta etc. Sembra inutile ogni ulteriore commento”.

Il ricordo del suo articolo, citato allora, è abbastanza vivo, pertinente al tema della Formazione Professionale Regionale che si affrontava nello scritto di Castello, e molto attuale ancora oggi.

Il tono del pezzo era molto duro verso il tipo di formazione/istruzione offerto dagli Istituti Professionali di Stato che, in definitiva, fornivano troppa cultura ( di taglio liceale), agli allievi che avrebbero dovuto, invece, adattarsi alla condizione sociale di provenienza.

Per la seconda imputazione forniamo una spiegazione più recente. L’occasione è una sua iniziativa in difesa dell’Esame di Maturità, contro il tentativo di modifica della Gelmini. Molti di noi hanno condiviso con lei l’obiettivo di impedire le modifiche, ma con ragioni molto diverse. Infatti, lei concludeva il suo scritto con la seguente frase: “Infine sullo sfondo di questi interrogativi più “tecnici” rimane la questione politica del valore legale del titolo di studio”.

Lei capirà senza dubbio che, dal fronte di opposizione in base al quale ragioniamo e scriviamo, anche soltanto porre in forma apparentemente neutra “la questione del valore legale del titolo di studio”, significa sminuire la dignità di un percorso formativo svolto nella scuola pubblica. Sempre da una posizione che rivendichiamo come ideologica, credo che quella che lei definisce questione, dunque una domanda, una perplessità, rappresenti la posizione di chi vuole mantenere inalterato il gap culturale e la subalternità di quei giovani che non possono vantare un retroterra famigliare favorevole. Le pari opportunità – di cui tanto piace ciarlare nei documenti ufficiali e nelle pagine dei quotidiani – sono in realtà le opportunità per alcuni, per altri una sorta di destino.

Ultima questione, lei rivendica la libertà di opinione, di esercizio della critica nella collaborazione con la Confindustria e con il suo organo di stampa, “Il Sole 24 ore”. L’assiduità e la ultradecennale collaborazione, ci hanno fatto ipotizzare una organicità delle sue riflessioni al pensiero confindustriale sulla scuola. Come sembrano dimostrare le annotazioni su riportate.

In ultimo, le facciamo rilevare che lei non si preoccupa minimamente di smentire la funzione che noi ipotizzavamo avesse il suo scritto come difesa dell’INVALSI, dell’ operato dell’Istituto in questi anni, ipotesi suffragata dall’assenza di note critiche, magari svolte proprio a partire dal suo lavoro di ricerca intorno alla valutazione. Ma qui si aprirebbe un’altra serie di questioni su cui chi elabora teorie e pratiche dovrebbe interrogarsi.

Renata Puleo, Piero Castello, Gruppo NoINVALSI, Roma

*Articolo in questione

FORMAZIONE PROFESSIONALE
Piero Castello (Maestro Elementare, Roma)

Una fotografia
Da tre anni l’Isfol scatta una fotografia molto significativa di ciò che è oggi la Formazione Professionale Regionale nel nostro paese. Le due tabelle che seguono ci sembrano sufficientemente eloquenti.

Tab II. 11 Le strutture a disposizione della Formazione: Aule
1999-00 2000-01 2001-02
Da 1 a 5 aule 57,3 57,3 55,9
Da 5 a 10 aule 24,1 24,2 25,3
Da 11 a 15 aule 7,7 7,1 8,3
Da 15 a 20 aule 2,8 3,7 3,7
Da 21 a 25 aule 1,2 1,3 1,4
Da 26 a 30 aule 0,8 0,7 1,3
Oltre 30 aule 2,3 2,2 2,6
Fonte: Isfol, Terza rilevazione sull’offerta di formazione professionale in Italia

Le Strutture sono evidentemente nella gran maggior parte inesistenti ed aleatorie, oltre l’80% non supera le 10 aule, si potrebbe dire che equivalgono ad appartamenti di civile abitazione anziché edifici destinati alla gestione e all’erogazione di servizi educati collettivi.

Tab. II. 14 – Il personale della Formazione Professionale
Gli addetti complessivi della formazione professionale
1999-00 2000-01 2001-02
Risorse interne (con contratto di dipendenza) 22.953 19.374 20.997
Risorse esterne( Consulenti, Collaboratori) 35.116 33.475 35.520
Totale 47.184 42.310 56.517
Risorse esterne per ogni unità risorsa interna 1,5 1,7 1,7
Gli addetti impegnanti nelle attività formative
Risorse interne (con contratto di dipendenza) 14.028 11.433 12.432
Risorse esterne (Consulenti, Collaboratori) 33.156 30.877 32.667
Totale 47.184 42.310 45.099
Risorse esterne per ogni unità di risorsa interna 2,4 2,7 2,6
Fonte: Isfol – Terza rilevazione sull’offerta di formazione professionale in Italia.

Il personale che lavora nella Formazione professionale Regionale è per la stragrande maggioranza precario, per ogni lavoratore “dipendente” ce ne sono 1,7 collaboratori o consulenti esterni, rapporto che cresce tra il personale docente a 2,6 esterni per ogni interno. Ma la precarietà dilaga anche tra i lavoratori dipendenti interni: tra i 20.000 “fortunati” solo il 57% ha un regolare contratto regolato dal Contratto Nazionale (non si sa quanti a tempo indeterminato e quanti a tempo determinato), il resto può avere contratti di settori diversi o …proprio non averne.
Il Carattere aleatorio, estemporaneo …inaffidabile di tutta la “baracca” è assolutamente evidente.
L’incredibile è che lo stesso Isfol sembra valutare tutta questa inconsistenza e precarietà come un segnale di efficienza e “flessibilità per l’erogazione delle attività corsuali”.

La continuità tra Berlinguer e Moratti: il ruolo della Formazione Professionale
Il segno più forte della continuità tra il progetto Berlinguer – De Mauro e quello della Moratti di riforma dei cicli scolastici è costituito dal fatto che in entrambi i progetti era ed è prevista l’ampia devoluzione del sistema scolastico nazionale alla Formazione professionale regionale.
In realtà non si tratta solo di una identità tra ministri di diversa sponda ma, verrebbe da dire, di una identica filosofia ispiratrice di entrambi gli schieramenti.
La mancanza di argomentazioni, di analisi e motivazioni a sostegno di questa politica ha come causa probabile il fatto che in entrambi gli schieramenti la “scelta” era imposta dal diktat della Confindustria, la quale ha sempre reclamato a gran voce prima e poi applaudito sia Berlinguer che la Moratti per aver finalmente valorizzato “la seconda gamba” del sistema formativo del nostro paese: la negletta Formazione professionale regionale.
Non è possibile in una sola volta colmare il deficit di analisi e riflessione ma si vogliono dare qui alcune coordinate per una ricerca di lunga lena.

La debacle della Formazione Professionale Regionale
A giugno del 2001 Giorgio Allulli sul Sole 24 ore denunciava: “Com’è noto, dopo il passaggio delle competenze sulla formazione professionale alle Regioni è rimasto in Italia un doppio binario di preparazione alla professione al termine della scuola media. Da una parte infatti ha continuato a svilupparsi l’offerta formativa degli Istituti Professionali di Stato, i quali, forti della loro impostazione modulare (3 anni per la qualifica + 2 per il diploma) e degli standard riconosciuti del sistema scolastico, hanno attratto un’utenza sempre più vasta. Dall’altra ha cercato di sviluppare una propria identità l’offerta di formazione professionale regionale, la cui maggiore flessibilità consentiva di andare incontro alle esigenze dei ragazzi meno portati verso un insegnamento di tipo scolastico, ma subiva l’handicap di uno scarso riconoscimento a livello nazionale. Successivamente, mentre per diversi motivi l’offerta dei corsi regionali si è andata riducendo (dal ’91 al ’98 gli iscritti sono scesi da 190.000 a 95.000) quella degli Istituti Professionali di Stato, pur consolidandosi in termini quantitativi, ha subito una deriva di tipo licealizzante, per almeno due fattori concomitanti:
– una lettura troppo generalista dei bisogni formativi espressi dai giovani della società e delle imprese […].
– La restrizione progressiva dell’insegnamento delle materie più squisitamente professionalizzanti […]”
Il senso di tutte queste affermazioni è che l’Istruzione Professionale di Stato è stata sleale: ha funzionato meglio, ha raccolto più credito tra i giovani e i genitori, ha preparato di più e meglio, ha aumentato la formazione culturale di base a detrimento di quella precocemente professionalizzante e rapidamente obsoleta etc. Sembra inutile ogni ulteriore commento.

La riforma negata rinnegata o rimossa?
In un’epoca in cui le uniche “riforme” che hanno udienza e palcoscenico sono le “controriforme” “alla Berlinguer” e “alla Moratti” i cambiamenti veri, “strutturali”, quelli che cambiano la vita di milioni di persone passano sotto silenzio e rischiano di essere annegati prima che il Paese ne prenda coscienza. Soprattutto se si tratta di riforme attuate dal basso: i giovani, le famiglie, l’intera scuola sono stati protagonisti di cambiamenti nella scuola e nella scolarizzazione di massa per i quali in altri paesi europei sono state pensate, programmate e realizzate politiche scolastiche mirate e per le quali, negli ultimi 20 anni, si sono messe a disposizione ingenti risorse.
Per descrivere questa enorme riforma possiamo usare i dati del Rapporto Isfol 2003 e le parole del Rapporto Isfol 2002 che descrivono ottimamente il fenomeno.
“[…] una volta completato il ciclo della scuola media, la prosecuzione almeno per un anno nel grado superiore di istruzione scolastica è un dato pressoché generale; sulla base dei dati stimati dal MIUR, nell’ultimo anno scolastico (e con gli effetti della riforma ormai in pieno dispiegarsi), il passaggio dalla scuola media a quella secondaria si è attestato sul 99,3 %. In realtà negli anni scolastici precedenti questo indicatore aveva segnalato un accesso alla scuola secondaria superiore sempre più consistente in termini percentuali, tanto da risultare sopra il 90% almeno a partire dall’anno scolastico 1992/93 e continuando a crescere ininterrottamente nelle annualità seguenti. Il tasso di passaggio alla scuola secondaria, oltre a segnalare in modo statico il maggiore ingresso di giovani nel grado di scuola considerato, se viene visto in serie storica, cioè dinamicamente, permette anche di apprezzare la notevole accelerazione che il processo di scolarizzazione ha conosciuto in Italia nell’ultimo decennio dello scorso secolo: nel 1980/81 si iscriveva alla scuola secondaria l’82,2 % dei neolicenziati di scuola media; nel 1990/91 il valore era salito del 3,7 %, attestandosi all’85,9 %; nel 2000/01 il tasso di passaggio era salito al 100,5% con un incremento del 15% rispetto a 10 anni prima.” (Rapporto Isfol 2002 pag.142)

Tab.II.1 – Evoluzione degli indicatori di scolarizzazione
1990-91 1998-99 1999-00 2000-01 200-02 2002-03
Tasso di passaggio alla scuola superiore 85,9 93,2 95,5 100,5 101 98,7
Tasso di scolarità scuola secondaria superiore * 68,3 82,3 84,1 86 88,9 91,1
Fonte: Isfol rapporto 2003 – * frequentanti in totale su giovani 14,15,16,17,18enni

Ci sarebbe poco da aggiungere alle parole del “rapporto” se non fosse che ai dati esposti manca la conclusione di un giudizio generale e politico ed una valutazione articolata.
Il giudizio politico è presto dato: il Paese, i giovani, le famiglie hanno scelto una scolarizzazione di massa o totale prossima la 100% nel sistema scolastico esistente che è riuscito in un quadro generale stabile ad adattarsi gradualmente al fabbisogno e alla necessaria accoglienza di un numero crescente di studenti, anche se fluttuante per la denatalità (1981:2.400.000; 1991:2.856.000; 2001:2.609.000).
In questo clima in cui sia la riforma Berlinguer che la “controriforma Moratti” sembrano soprattutto preoccuparsi di come devolvere alla Formazione Professionale Regionale più del 50% del sistema scolastico delle superiori la lettura di questi dati convalida l’unico obiettivo serio che il nostro sistema scolastico dovrebbe darsi: Obbligo scolastico fino a 18 anni e formazione professionale solo ed esclusivamente successiva al compimento dell’obbligo scolastico.


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