Le anatre e gli aquiloni dell’INVALSI.

La pagina dedicata alla posta de Il fatto quotidiano, il 5 maggio, pubblicava una breve lettera su uno dei test censuari, standardizzati, obbligatori (?!) proposti dall’INVALSI nel 2014. Si tratta della prova di Lingua Italiana per la classe seconda della primaria del 2014 (sito INVALSI sezione prove). Il lettore, non sappiamo se un genitore o un insegnante, segnalava l’assurdità di alcune domande sottoposte ai bambini, a suo giudizio estranee, fuori luogo, rispetto al contesto della scuola “elementare” e concludeva chiedendosi se chi predispone i quesiti vi fosse mai entrato.
Ho avuto modo più volte di occuparmi di questa prova, ne ho fatto un breve commento sul testo “Muri a secco e colate di cemento. Una buona scuola non ha bisogno dell’INVALSI” (Gruppo NoINVALSI, 2015, p.29) e l’ho utilizzata in diverse occasioni di confronto con gruppi di docenti.
La prova era volta – ripeto – ad accertare la competenza nella comprensione della lettura nei bambini di seconda classe. Il testo, che si intitola “Veloce come il tuono”, è stato tratto da una raccolta di Angela Nanetti “Venti…e una storia”, pubblicato per i tipi di Einaudi Ragazzi (2007); il racconto compare in “Il paese dei soli allegri”, a
cura di Mara Bartoli, un Sussidiario dei Linguaggi (come si chiamano ora i vecchi Libri di Lettura delle elementari) per la quarta della primaria, editato da Fabbri/Erikson/RSC Education (2014).
I motivi di perplessità su come è stato proposto il test sono parecchi, alcuni comuni ad altre prove, altri suscitati da questa in particolare.
i) Il testo oggetto della prova è stato inserito, come ho detto, in una antologia per bambini di dieci anni e non di sette; non considero questo un grave problema in sé, visto che ai bambini è legittimo leggere, e far leggere, testi anche della letteratura adulta, purché si sappia cosa intendiamo proporre, a quale scopo, e a quale livello chiediamo il coinvolgimento emotivo e cognitivo del bambino.
ii) Il punto precedente sollecita però la questione degli “esperti” che preparano le prove. Sul sito dell’INVALSI si possono trovare gli elenchi dei ricercatori, dei collaboratori, degli esperti che vi prestano la loro opera. I primi spesso provengono da altri settori (di qualcuno saremmo anche in grado di tracciare la storia decennale all’INVALSI…molto spesso sempre da precari!), i collaboratori sono talvolta accademici che forniscono prestazioni saltuarie a singoli progetti (a esempio alcuni membri dell’Accademia della Crusca, come dirò dopo), i redattori delle prove sono insegnanti a cui viene fornita una rapida formazione e a cui si chiede di mettere a disposizione la propria esperienza e, scorrendone l’elenco, vi troviamo quasi tutti docenti degli istituti superiori. Se poi leggiamo il colonnino che scorre a destra sul sito dell’Istituto, troviamo bandi per tecnici della programmazione, della comunicazione, della gestione-dati, dal che si può evincere la vocazione “numerico-statistica” dell’INVALSI, più che quella che dovrebbe informare un ente di ricerca sui temi dell’educazione e dell’apprendimento. Dunque, chi ha scritto la lettera al giornale si fa una domanda legittima.
iii) La questione della scelta della prova non finisce qui; gli esperti redattori non solo non hanno trovato di meglio nella pur vastissima gamma dei racconti per l’infanzia (il racconto è, a parer mio, molto modesto per forma e per contenuto, di taglio velatamente moralistico, come sempre ci si sente in dovere di proporre agli alunni a scuola), ma hanno decisamente manomesso il testo:

  1. in un racconto di due paginette, 62 righe redazionali, 55 in quello della prova, sono state operati: eliminazioni di parole e frasi (10 volte), inserimenti (11), due spostamenti nei dialoghi, ed è stata cambiata la struttura del testo (punteggiatura e uso dei capoversi, gli a-capo, per intenderci)

  2. l’adattamento non serve a rendere più amichevole un testo difficile perché, come ho detto, è un raccontino convenzionale, banale anche per un bambino, trattandosi della solita vecchia storia del confronto fra un individuo apparentemente fragile (l’aquilone del titolo) e un prepotente (l’anatra nocchiera), con schiacciante vittoria del primo

  3. l’adattamento è funzionale alle domande poste nelle 20 sezioni che seguono il testo; ne faccio un solo esempio, ma vale per tutte le misure di adattamento. Alla domanda nel riquadro A2 “Perché il costruttore di aquiloni ha dato il nome <<Veloce-come-il-tuono>> all’aquilone?”; seguono 4 opzioni legate all’inserimento operato nel testo originario di alcune righe che lo spiegano esplicitamente, mentre la scrittrice lo aveva lasciato intendere; a margine annoto che il nome dell’aquilone non presenta nell’originale i trattini brevi: gli esperti manipolatori correggono la scrittrice che non sa che i nomi composti li prevedono o hanno un altro scopo, o nessuno in particolare se non il vezzo di manipolare?

  4. Le opzioni nelle risposte della sezione A2, a cui il testo è stato piegato (e non l’inverso come fa qualsiasi lettore quando cerca di chiarire con se stesso cosa vuol dire lo scrittore) sono:

A – era un nome che piaceva al costruttore di aquiloni; B- era un nome perfetto per un aquilone; C- era un nome giusto per un drago; D- era un nome adatto al comportamento dell’aquilone.
È problematico anche per un adulto fare una scelta fra 4 false alternative e non resta che provare a capire l’intenzione del valutatore. Così, il sacrificio imposto al testo per renderlo funzionale alle domande non ha comunque conseguito lo scopo della chiarezza.
Ricordo che le stesse procedure di adattamento dei testi scelti sono state più volte stigmatizzate da chi si è occupato delle prove di Lingua Italiana per gli altri ordini di scuola. Un racconto di Vincenzo Cerami per la prova di fine primo ciclo (esame di terza media), il cui stravolgimento è stato segnalato dal filosofo Elio Franzini (“La Crusca per voi”, foglio dell’Accademia della Crusca, n 47, anno 2013, p 8) e uno di Mario Rigoni Stern per la secondaria superiore; in tutti due i casi le manomissioni hanno a che fare con le domande poste, sempre con l’inversione di cui parlavo più su: le domande condizionano forma e contenuto del testo. Nel secondo caso, i quesiti tendono ad appiattire l’attenzione del lettore rispetto al significato profondo, spesso ambivalente di alcune parole (l’aggettivo “sbandati”, attribuito dallo scrittore ai soldati che tornano a casa sconfitti, il cui senso per il redattore del test diventa semplicemente “senza meta”), intere parti del racconto subiscono un processo di banalizzazione (un commento molto articolato del professor Girolamo De Michele si può trovare sul testo a cura del CESP-BOLOGNA “I test INVALSI” p.171 e su
www.carmillaonline.com)
Torno alla questione degli “esperti”. Fra gli accademici che hanno prestato la loro opera all’INVALSI c’è il professore Luca Serianni, Filosofo del Linguaggio, membro dell’Accademia della Crusca. Il filosofo ha seguito la sperimentazione della prima prova di italiano per la maturità, contribuendo alla redazione delle linee-guida con un commento relativo alla punteggiatura (“Quali sono i punti dolenti dell’italiano scritto a scuola?” sito INVALSI, 2011). L’Accademia della Crusca che, come ho detto più su, critica sulla sua rivista i test di lingua italiana, ha collaborato alla stesura delle schede di valutazione sperimentali per la stessa prova, come si può leggere nel “Quadro di riferimento” che le commenta (sito INVALSI,versione aggiornata 2013).
Eppure, lo stesso Serianni in una intervista rilasciata a Marco Ambra afferma: “ I test INVALSI non sono utili per la letteratura […] il testo letterario per sua definizione plurivoco, si presta male”. Più avanti parla della possibilità di fare una buona scelta dei test (ad esempio i
cloze, le rimozioni di parti dei testo che chi legge deve riempire in modo appropriato) stando attenti a non scambiare il mezzo con il fine.
Anche Tullio De Mauro, intervistato nella stessa circostanza, malgrado Ambra incalzi avanzando una critica feroce al “dispotismo illuminista” dell’INVALSI, dichiara: “Ahimè, sottoscrivo pienamente il suo punto di vista. Per quanto mi riguarda mi sono rifiutato di aggregarmi all’INVALSI senza la possibilità di un discorso autocritico e in secondo luogo senza l’apertura di un discorso generale con gli insegnanti, rispetto alle opportunità e alle possibilità della valutazione. In cui credo, se fatta bene. Se rimane cioè uno strumento” (a cura di Marco Ambra “Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola” e-book
www.lavoroculturale.org).
Ma uno strumento non è mai un oggetto ingenuo, neutro, i suoi effetti si misurano sull’intenzione e sulla modalità con cui viene maneggiato. Come ben sanno le associazioni come la TREELLLE (legata a istituti bancari e al mondo economico finanziario, grande sostenitrice de La Buona Scuola) di cui proprio De Mauro è membro del Comitato Operativo.

Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI


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