Jobs, Works e nuove schiavitù

Un breve commento all’incontro sui primi 100 giorni del Jobs Act

ConfindustriaLa SATA, Società Automobilistica Tecnologie Avanzate, non è altri che la FIAT di Melfi, in Borgata San Nicola, Potenza. Visitare il sito è un’esperienza interessante, un “incontro fra fascino e prestazioni”, come recita una delle didascalie che guidano il visitatore all’interno dello stabilimento. Le immagini mostrano l’enorme complesso insediato nella grande piana lucana come un incongruo occupante e le varie articolazioni interne, i corridoi della “catena” (occorre non dimenticare la ricchezza semantica di questa parola) in cui le auto FIAT, dal 1994, prendono forma. Il linguaggio ha più importanza dello stesso prodotto come ormai sanno i pubblicitari e i curatori di immagine, e l’officina (parola obsoleta che non so sostituire) di assemblaggio si chiama Mariage, sì, così, matrimonio, congiunzione felice fra la scocca e le altri parti dell’automobile. In altre riprese si vede il personale in tuta bianca che ascolta serio e composto Sergio Marchionne, in maglioncino blu. Fede nel progresso, fedeltà al marchio, fiducia nella positiva ricaduta salariare dei profitti del padrone: la sequenza di fidelizzazione del lavoratore, stabile, interinale, in attesa di diventarlo, è cosa fatta.

Anni fa vidi in Spagna un documentario indipendente, il cui titolo, se non ricordo male, era “Works”. Venivano mostrate le condizioni di lavoro più atroci attualmente in uso nel mondo. Mi colpì particolarmente la sequenza delle fasi di estrazione e di lavorazione del coltan, il minerale alla base della componentistica elettronica. In Congo, giovani uomini seminudi picconavano la roccia separando il minerale, le mani nere e insanguinate. Il successivo viaggio del coltan mostrava la raffinazione mediante enormi robot governati da pochi tecnici, per giungere al prodotto finito, in luoghi asettici, dai colori soft.

Cito queste due esperienze a ridosso dell’incontro che si è svolto il 17 giugno scorso, all’Università La Sapienza di Roma, sui primi 100 giorni del Jobs Act, a cura del Laboratorio per lo Sciopero Sociale. Un’assemblea come al solito iniziata un’ora dopo l’appuntamento, non troppo affollata malgrado il tema, ma così interessante che sarebbe bene poterne leggere un resoconto più preciso e affidabile di quello che farò io.

Della FIAT di Melfi ha parlato un rappresentante sindacale FIOM che si è definito “meta-meccanico” perché da anni si occupa dell’enorme indotto che circonda lo stabilimento, del lavoro degli interinali, della pletora di agenzie che lo dovrebbero impiegare. Con le assunzioni sbandierate sui giornali come effetto virtuoso delle ultime norme e il lavoro di immagine, la SATA è diventata il modello di nuova fabbrica, la realizzazione dei processi di ri-mercificazione del lavoro in “termini di destituzione delle tutele e delle garanzie” (Nicoli, 2015). Del resto, il Jobs Act non è che l’ultimo tassello di quanto iniziato nel 1993 con il protocollo sulla flessibilità, passando dal pacchetto Treu alla liberalizzazione dei contratti della Legge 14 febbraio 2003 n.30, nota come provvedimenti Biagi, fino alla più recente normativa Fornero.

I primi cento giorni della legge attuale sono stati dedicati al lavoro attuativo delle deleghe con l’approvazione dei primi due decreti e la discussione del terzo che modifica la normativa sul controllo a distanza dei lavoratori.

Insieme al “condono” per le aziende che impiegano lavoro nero, al decreto sulla rivalutazione fittizia delle pensioni (di cui rimane il danno inferto ai lavoratori precari con le cosiddette contributive), tutte le garanzie che erano state conquistate dal 1970, anno di approvazione dello Statuto dei Lavoratori, sono di fatto già sospese, mentre attendiamo l’approvazione degli altri decreti. Ne hanno parlato con competenza il portavoce di Acrobax, l’avvocato Alessandro Brunetti, sindacalisti Cobas, Usi, e lavoratori. È veramente incredibile quanto, nel clima di blanda attenzione dei sindacati maggiori, la distrazione del Parlamento e degli italiani che hanno votato Renzi, le ultime regole sul lavoro abbiano destrutturato ciò che era rimasto in piedi dal fatidico 1993, ricordato più su. Le famose “tutele crescenti”, su cui si è esercitata la stampa padronale, mostrano il vero volto: restano i contratti a termine, gli indennizzi per i licenziamenti aumentano in base all’anzianità di servizio, ma sono praticamente liberalizzati. L’onere della prova per quelli discriminatori è a carico del lavoratore; la distinzione, nel caso di un danno provocato all’azienda, fra “fatto materiale” e sua rilevanza giuridica, è stato superato da una recente sentenza. In ogni caso licenziare è più conveniente che utilizzare la cassa integrazione, quest’ultima, è stato ricordato, finanziata solo dalle aziende che ne fruiranno, dunque quelle “sfigate”.

Gli ammortizzatori sociali denominati con nuove sigle (il NASPI, ad esempio) coprono la disoccupazione involontaria solo in parte, gli inoccupati e gli autonomi restano tagliati fuori.

Con il decreto sulla semplificazione trova copertura l’azienda che lavora in nero, obbligata alla regolarizzazione (non so se al pagamento della sanzione e al reintegro dei versamenti non effettuati) e non alla cessazione dell’attività.

Tutto questo complesso di norme, e per averne un elenco dettagliato e coerente invito chi legge a ricorrere alle fonti e ai siti ben informati, si unisce al continuo attacco al salario, mascherato da incentivo, di cui il solito Marchionne è stato l’antesignano. La retribuzione rimane legata alla redditività dell’azienda, e Giorgio Squinzi, Presidente Confindustria, può affermare che finalmente il salario non è più “una variabile indipendente”, e la “ridistribuzione della ricchezza” (proprio così, nel suo intervento all’assemblea della Federmeccanica!) sarà legata a quanto effettivamente prodotto, con esito positivo – per i padroni – del costo del lavoro.

Nei paesi a capitalismo avanzato si chiude il ciclo che, iniziato con Ford e Taylor, passa per Taiichi Ono (il padre del just in time e della fidelizzazione uomo-robot-azienda), arriva, in Italia, a Sergio Marchionne e al Ministro Giuliano Poletti. I governi permettono la de-localizzazione del lavoro verso gli stati dove la sua messa a valore e il suo sfruttamento garantiscono un elevato tasso di profitto. Le grandi organizzazioni padronali, ormai libere da ogni minaccia comunista dopo caduta del Muro e la consunzione dei partiti di sinistra, ferocemente contrarie a una qualsiasi reintroduzione di forme di welfare, mantengono enormi platee di lavoratori in condizioni di servaggio e di sfruttamento feroce. Così, il diamante nero, il coltan citato più su, diventa una sorta di rappresentazione estrema dello stato di soggezione in cui versa chi vende la propria forza lavoro. Persa ogni tutela, nell’ottica di una grottesca auto-imprenditoria flessibile, segue la necessaria accettazione di qualsiasi condizione di impiego. La miniera è un’efficace metafora anche del lavoro all’EXPO, da McDonald’s Corporation, nei ristoranti di lusso, come riferisce un lavoratore della ristorazione, in assemblea. La tuta con il logo, il camice, la divisa immacolata, il sorriso dei dipendenti di Eataly, non possono nascondere la realtà.

I sindacalisti, gli avvocati, i lavoratori precari che l’altra sera commentavano gli effetti del Jobs Act hanno tutti ricordato la lotta in atto contro La Buona Scuola. Il collegamento, per noi che della scuola ci occupiamo nello specifico, è evidente. Vige la stessa filosofia nel trattare il variegato mondo del lavoro nella fabbrica e nelle aule, la stessa operazione di verticalizzazione e di esaltazione del padronato (che siano gli amministratori delegati oppure i Dirigenti Scolastici), il medesimo sguardo indagatore nella valutazione per l’accesso e per la prestazione in atto, la stessa paranoica vocazione al controllo. Ma anche la stessa politica delle assunzioni e del salario, con l’insegnante sottoposto al ricatto del posto di lavoro e del computo del “valore aggiunto”. Se il mondo della scuola sembrava fino ad oggi abitato da intellettuali sottopagati, ma comunque liberi nell’esercizio della loro funzione, ora la precarizzazione, l’instabilità perfino rispetto alla disciplina insegnata, il “demansionamento”, ne disegnano un altro volto.

Visto che il Laboratorio dello Sciopero Sociale si è occupato anche di beni pubblici, dell’acqua in particolare, non posso tralasciare di ricordare l’ultimo provvedimento di de-regolazione dei servizi pubblici verso una gestione in forma unificata, malgrado la volontà espressa dal movimento popolare nato a ridosso della vittoria del referendum sull’acqua pubblica, nel giugno 2011.

Un discorso a parte meriterebbe il reddito minimo garantito, a cui pure si è fatto ampio cenno durante l’assemblea, ma che andrebbe analizzato in modo compiuto nelle sue diverse declinazioni, proprio per fare fronte alle semplificazioni di cui l’ha fatto oggetto Matteo Renzi (declassificandolo a sussidio al posto del lavoro, lavoro su cui è fondata la Costituzione, come si è permesso abusivamente di ricordare!). Per questo, provo a consigliare un testo del 2009, a cura del gruppo Basic Income Network Italia, “Reddito per tutti” (manifestolibri, Roma), ma la bibliografia a cui fare riferimento per non incorrere in equivoci linguistici e giuridici, è diventata nel frattempo assai ampia.

Come è stato più volte ricordato, siamo di fronte ad un vasto disegno di ingegneria sociale. Il liberismo, dagli inizi del secolo scorso, ai suoi esordi nelle prime conferenze Walter Lippmann e nei dibattiti fra modello renano e americano, si è annesso con merito il prefisso “neo”, come connotazione per un esito feroce. La garanzia perché possa dispiegare i suoi effetti si ottiene depauperando i parlamenti, manovrando leggi-delega con cui di fatto si lascia all’esecutivo la possibilità di legiferare, imbavagliando la stampa, facendo ampie operazioni di maquillage nel web.

Molti analisti credono ancora nelle possibilità del capitalismo di riformare se stesso, ma la metafora della locusta rimane la più efficace. Basta vedere quel che sta succedendo da noi in questo tornante del Governo Renzi e in Europa con il caso Grecia. Speriamo che si possa almeno continuare a discuterne, come l’altra sera, e a aggregare le forme di lotta in un forte legame intercategoriale e ampiamente sociale di tutto il mondo del lavoro, salariato, autonomo, manuale, intellettuale, comunque condannato ad essere precario.

Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI, Roma


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