Chi non corregge (le prove INVALSI) non è un bravo Maestro

Riprendimo la pubblicazione dei commenti di Renata Puleo (R.P.) del gruppo NoInvalsi alle risposte date da Paolo Mazzoli (P. M.), direttore generale dell’Invalsi, alle domande sottopostegli dai docenti partecipanti al convegno Ricordando Daniela Furlan. Riflessioni sul fare scienze a scuola (Spinea, 17 – 19 giugno 2015). Qui trovate le risposte di Paolo Mazzoli a tutte le domande precedenti.

Renata Puleo (R.P.): Sono arrivata alla puntata numero 7 dell’intervista – o cos’altro sia – concessa da Paolo Mazzoli, attuale Direttore dell’INVALSI, durante un convegno scientifico e, francamente, sono stremata.
Visto che la serie, fra dramma e farsa, è destinata a continuare, mi limito a segnalare a chi ci segue alcuni passaggi di questa puntata, poi cercherò di dimenticare. Del resto, come vedremo, poco può ancora stupirci, nel prosieguo delle puntate, del discorso di Mazzoli. La sua difesa a-critica è molto coerente con l’assunto che l’INVALSI c’è, bisogna farsene una ragione; se è migliorabile lo sarà solo dall’interno, impermeabile com’è ad ogni critica esterna. L’INVALSI segue dunque il suo percorso ormai decennale, senza particolari scosse.
Complice di questo tetragono attestato di esistenza il silenzio della politica, anche di “sinistra”.
È arrivato il momento da parte della scuola di base, dei genitori, degli intellettuali, dei sindacalisti di prestare attenzione alla cornice politico-economica che giustifica la sua esistenza e quella di altrettanti organismi internazionali deputati alla valutazione della scuola pubblica.

Paolo Mazzoli risponde ad una domanda impegnativa: La “somministrazione” e la correzione interna, oltre a costituire un ingiusto carico di lavoro non riconosciuto e retribuito, può non garantire l’affidabilità dei risultati. Se l’obiettivo è una valutazione di sistema, non sarebbe meglio un’indagine campione, che farebbe anche risparmiare risorse?

Paolo Mazzoli (P. M.): Per prima cosa vorrei ricordare qual è la missione del nostro Istituto. “Art. 3. Compiti dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione. L’Istituto effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione e di istruzione e formazione professionale, anche nel contesto dell’apprendimento permanente”. [D. Lgs. 286/2004]
Penso che l’indagine a campione e l’indagine su tutte le scuole non siano affatto equivalenti. Nel campo delle prove gli scopi dell’Invalsi sono almeno due:

la valutazione di sistema;

la restituzione alle scuole per la loro informazione e formazione.

Una indagine a campione permetterebbe la valutazione di sistema ma le scuole non potrebbero disporre dei propri risultati. Inoltre una singola scuola potrebbe voler sapere anche cosa succede nel territorio, per confrontarsi o per differenziarsi dalle altre scuole, trovando nei dati degli stimoli per funzionare meglio, anche se si trova in un territorio disgregato. L’Invalsi dà, in un’unica tabella, i risultati di classe e di istituto, il valore medio della scuola, il valore medio della provincia e della regione, e i risultati ottenuti dalle scuole con lo stesso background socio-economico.
Supponiamo di lavorare in un istituto comprensivo con determinate caratteristiche, con otto classi quinte. A un insegnante serve sapere, oltre al valore della propria classe, anche il valore generale della scuola? Gli servono informazioni sulla situazione dei ragazzi e del territorio, per
confrontarsi ed avviare miglioramenti? Io credo di sì. Il confronto ha senso, però, se le classi sono fatte bene, cioè se sono ugualmente eterogenee o “equieterogenee”; i nostri dati, invece, mostrano evidenti anomalie. Come Invalsi saremmo fortemente in disaccordo con una riforma che volesse ridurre l’equivalenza tra le classi; ma non abbiamo potere decisionale e possiamo solo segnalare le realtà che abbiamo constatato.
Sappiamo infatti che nel nord le classi sono di solito fatte in modo più equo, magari per sorteggio, e notiamo anche che la varianza tra le classi nel centro-nord è molto minore della varianza tra le classi nel sud. Ci possono essere due ragioni: o vengono raccolti in una classe gli studenti migliori o vengono assegnati a una classe gli insegnanti migliori. Non è credibile che, per puro caso, data una leva di duecento alunni, i ragazzi migliori vengano a trovarsi solo in una o due classi. Un’elevata variabilità tra le classi dei risultati Invalsi fa capire che
i presidi, sistematicamente e deliberatamente, hanno “segregato” nelle classi i gruppi dei migliori, dei medi o dei peggiori; oppure che ci sono consigli di classe nettamente migliori di altri. In alcune zone del sud la varianza tra le classi è diminuita sensibilmente quando dei gruppi di docenti, hanno lavorato con coraggio alla composizione per sorteggio, opponendosi agli amici dei genitori, agli amici dei presidi… al figlio del medico, o dell’assessore, che doveva andare nelle classi migliori. Purtroppo non si possono eliminare dall’oggi al domani i presidi che non fanno bene il loro mestiere e che, per dare retta alle varie richieste, creano classi buone e classi che vanno alla deriva, classi di serie A e classi di serie B.

Commento di R. P.: La missione (che traduce l’inglese mission, compito, mandato, ma che in italiano si colora di tutta una storia semantica ben meno laica) è stata oggetto di provvedimenti decretizi, come abbiamo più volte sottolineato, senza alcuna forma di dibattito nelle scuole e in Parlamento. Infatti, Mazzoli, più che a un richiamo legislativo sembra far riferimento a un Sillabo, a una bolla papale; una sorta di emanazione proveniente da un vertice indiscutibile, infallibile. Non può quindi Mazzoli farsi attraversare da alcun dubbio intorno al fatto che il confronto fra docenti può avvenire nelle forme cooperative e collegiali che la legge 107/ 2015 ha finito per distruggere; tantomeno pone in dubbio che il miglioramento debba esser ancorato alla lettura dei dati (numeri statistici, tabelle matematiche, a cui si conferisce valore inequivocabile di Verità) ottenuti mediante la controversa metodica del test.
Passiamo ora al riferimento all’operato degli ex colleghi di Mazzoli, i presidi. Costoro non sanno formare le classi, sono dei venduti, dei prezzolati. Allora ecco il vendicatore di tante ingiustizie che perpetuano le differenze di rendimento fra scuola e scuola: l’INVALSI! All’istituto andrebbe anche il merito di eliminare finalmente il problema del Mezzogiorno italiano, miserabile e corrotto. Ammettendo che il problema posto sia serio, che la sua eliminazione sia condizione necessaria e sufficiente ad un miglioramento del sistema, se si sorteggia, dunque si lascia alla sorte la composizione delle classi a cosa servono le prove INVALSI o altre di ingresso? Ripeto: siamo certi che questo sia il problema del cattivo rendimento scolastico, degli abbandoni, della mancanza di prospettive? Sembra un altro strascico dell’annosa questione delle “pari opportunità” che pari non sono mai perché mai sono equiparabili le “opportune” offerte se non si fa alcuna analisi e alcuna operazione di cura dei contesti (come sa ogni spicciola sociologia).

(P. M.) Per quanto riguarda la fatica di correggere le prove Invalsi la mia risposta vi sembrerà un po’ ruvida ma devo francamente dire che la storia della correzione delle prove vista come un’odiosa ingiustizia mi lascia perplesso.
Intanto vorrei dividere il problema in due. Mentre la somministrazione dei test non è particolarmente pesante rispetto alle normali attività di classe, la correzione è effettivamente molto lunga e noiosa. Per questo stiamo facendo un grosso sforzo per passare da prove carta-e-penna a prove informatizzate. Pensiamo che nel 2017 i ragazzi di seconda superiore potranno
svolgere le prove su computer, in modo che sia più facile correggerle. Probabilmente la somministrazione resterà a carico dei docenti, inclusa nell’orario scolastico, senza comportare alcun problema particolare. E, probabilmente entro il 2018-2019, anche le prove di terza media e quinta primaria si svolgeranno al computer.

(R. P.) Insomma, finalmente le prove si svolgeranno come l’esame per conseguire la patente di guida. I famosi tablet, la rivoluzione informatica che, a dispetto dei fautori del suo impatto democratico e diffusore di commons, si fanno mero strumento per aggirare un’azione di contrasto che è più di un rifiuto. Gli insegnanti che non vogliono correggere le prove non sono dei luddisti pre-industriali, non praticano dei mobs, delle piccole rivolte di pancia, sono responsabili di un pensiero politico che segnala l’illegalità di tutta l’operazione di valutazione. Di sistema? Quale? Quello che non funziona perché, come Mazzoli afferma su, i presidi sono degli incapaci e gli insegnanti dei fannulloni? O quello che costringe a lavorare con salari di fame, spesso –come nel caso attuale dei supplenti – nemmeno corrisposti? Quello degli edifici fatiscenti? Dei concorsi a zero posti, delle assunzioni per “forestizzare” di insegnanti tutto-fare (la famosa fase C delle assunzioni) gli istituti? Quello delle classi a 35 -38 alunni? Quello che regala lavoro minorile alle aziende?

(P. M.) Ma quello che contesto è che gli insegnanti mi dicano: “così noi lavoriamo per l’Invalsi”. Perché siamo tutti parte della scuola pubblica: l’Invalsi ha un mandato politico e risponde ad una legge dello Stato che le attribuisce dei compiti che devono essere svolti. C’è stato un processo democratico che, attraverso questa norma, ha definito il compito dell’Invalsi (che magari lo adempie male, ma non è questo in discussione). Lo Stato ha stabilito per legge che l’Invalsi debba dare dati attendibili sulla bontà del sistema scolastico italiano: si vuole sapere se la scuola va bene o va male; dove, quanto e come va bene o va male. Dal momento che questa è la richiesta, questo deve essere fatto. Lo Stato dispone di modeste risorse economiche, e questo impedisce di mandare nelle scuole un adeguato numero di correttori. Riusciamo a pagare i somministratori e i correttori delle classi campione, ma nelle altre l’indagine si può fare soltanto con la collaborazione dei docenti.
Non mi sembra (e non posso accettare) che dedicare un po’ di tempo
all’esigenza della comunità nazionale, per sapere come va la propria scuola, sia lavorare ad un progetto estraneo o per un soggetto estraneo; e non mi sembra che questo non riguardi la professione docente.

(R. P.) Qui il monito si fa forte: sono in gioco le sorti della Nazione, dello Stato, tutto deve avvenire “in forza di Legge”, in base al principio che l’obbedienza a-cefala e la democrazia si equivalgono. E poi, perché non richiamare anche il ritornello che dal 2008 ascoltiamo: c’è “grossa crisi” (lo diceva già il buon Guzzanti) e tutti ne portiamo la colpa, per esser stati spreconi, scioperati, inetti. È venuta l’ora di esser seri, il richiamo ci arriva anche dal geometra Poletti attualmente prestato ad un importante Ministero. Come si vede c’è coerenza di intenti fra Governo e funzionari-intellettuali organici come Mazzoli.

(P. M.) Sarebbe come dire: io faccio il mio lavoro in classe ma le riunioni di organizzazione della scuola o il collegio docenti non mi interessano e non voglio parteciparvi perché non mi coinvolgono direttamente. Magari ci sono docenti che lo dicono davvero. Ci sono degli atteggiamenti individualisti per cui si pensa che il proprio compito riguardi solo ed esclusivamente la propria didattica. Se la scuola propone altri progetti, per esempio sulla legalità o sulla biblioteca o su altro, magari si approvano ma non ci si sente impegnati a partecipare. Il fatto che i progetti collettivi sembrano non riguardare i singoli porta a una divisione molto discutibile dei compiti nelle scuole. Fino a che punto si può dire: “no grazie, non sono interessato” quando vengono proposte delle iniziative per la scuola? Se un parlamento decide che tre ore dell’attività di un insegnante non servono esattamente per la sua didattica ma per la sua scuola o per il suo territorio o per il suo paese, e questo sembra all’insegnante un compito estraneo, vuol dire l’insegnante ha poca consapevolezza della sua funzione docente. Quindi io spero che la correzione non sia più fatta dai docenti, ma non perché penso che sia un ingiusto carico, estraneo al loro lavoro. Penso invece che le scuole non possono sottrarsi ad un compito che ritengo fondamentale, penso che le scuole pubbliche debbano partecipare a operazioni di sistema, che gli insegnanti debbano sapere come collocarsi nella propria scuola e rispondere ai cittadini sulla funzionalità del sistema stesso.
L’Invalsi sarebbe felicissimo di non ricevere decine di proteste e diffide per la richiesta di correzione ma, secondo me,
proteste e diffide sono un brutto segnale, perché implicano un’idea dei compiti del docente che riguarda esclusivamente la propria attività di classe. E questo non va bene. È certamente gravoso correggere le tante crocette delle prove, ma è altrettanto gravoso correggere pacchi di compiti o di schede la domenica pomeriggio. Buona parte di questi compiti potrebbe essere eliminata da una didattica diversa, indipendentemente dall’Invalsi. In questi casi, però, l’insegnante si sente obbligato a lavorare perché i bambini sono “suoi” mentre, se si chiede di farlo anche per bambini di altri, allora compaiono le proteste. Dunque qualcosa non va, come non va nelle università dove ci si occupa delle proprie lezioni senza partecipare alla vita collettiva di dipartimento.

(R. P.) Chi legge la prosa di Mazzoli non sa a questo punto se capisce bene. Correggere i lavori dei propri alunni è operazione riferibile ad un maternage da lavoro riproduttivo, familistico. L’aveva già detto il Direttore a proposito della protezione materna rivolta agli alunni, dunque esecrabile. Ma a chi legge viene da cercare in internet la biografia intellettuale, professionale di Mazzoli: hai mai fatto davvero il maestro? Il Direttore Didattico, come afferma il suo curriculum? Come è possibile equiparare la partecipazione alle attività funzionali, l’elaborazione e la gestione di progetti, alla correzione di prove formulate da un ente che opera su basi non coerenti con il lavoro didattico? Forse, gli insegnanti che ormai si adattano al teaching to test che utilizzano l’addestramento ai test come metodo, che scelgono le schede di eserciziari-tipo-invalsi potrebbero effettivamente, con entusiasmo, correggere le prove gratis, contenti di servire la Nazione renziana.

(P. M.) Si potrà forse cancellare la norma sulla correzione, ma se l’Invalsi deve assolvere i suoi compiti di valutazione, lo deve fare per la via maestra, guardando in faccia le scuole, in quanto è parte del sistema scuola. Se una valutazione di sistema non deve essere fatta, va bene ugualmente; ma voglio che sia una forza politica, regolarmente eletta per governare a dire che “l’Invalsi non serve”. Non basta la scontentezza degli insegnanti, perché la decisione sulla esigenza di essere o no informati sulla qualità della scuola deve essere presa attraverso processi democratici e condivisi.

(R. P.) Qui Mazzoli coglie nel segno. Non c’è una forza politica che lavori davvero per mettere in luce i problemi della valutazione stile INVALSI, ANVUR, PISA, ecc. Vogliamo fare sempre gli americani come l’Albertone nazionale ma non stiamo prestando alcuna attenzione al dibattito accesissimo contro i test proprio in una delle loro patrie di elezione, gli USA.


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