Valutare o esercitare la facoltà di giudizio?

machera-codice-a-barreIl dilemma fra valutazione oggettiva e giudizio come esercizio di osservazione politicamente rilevante di comportamenti umani complessi, è un tema caldo nel mese di maggio, ormai da anni. In Italia si parte sempre dalle prove INVALSI e dalle contestazioni che le accompagnano. E di consueto i commenti sulle “resistenze” della scuola a farsi valutare, comportamento considerato oscurantista e corporativo, vengono da “illustri” ricercatori legati al mondo dell’economia e della finanza. Così abbiamo pensato di segnalare all’attenzione di chi ci legge alcuni contributi, il primo dalla parte degli strenui valutatori, a seguire delle riflessioni a contrappeso:

  • L’articolo pubblicato da Il sole 24 Ore da due economisti dell’EIEF (Einaudi Institute for Economics and Finance) propone alcuni bonari, “giudiziosi”, consigli. Alle scuole che contrastano perché aderiscano alla valutazione standardizzata con tranquilla fiducia, all’INVALSI perché si attrezzi ad effettuare percorsi di efficace verticalizzazione/correlazione dei dati raccolti. Insomma, avanti tutta: parlano gli esperti di scienza economica e statistica. (www.scuola24.ilsole24ore.com)
  • L’intervista resa dal prof. Giuseppe Longo va in tutt’altro senso, forse perché è davvero uno scienziato che si occupa di complessità; ne forniamo uno stralcio con alcune sottolineature, ma ne raccomandiamo la lettura completa (Megachip.Democrazia nella comunicazione; Sinistrainrete, 14 maggio 2016)
  • Sulla rivista on line Roas sarà disponibile a breve un commento di Rossella Latempa e di chi scrive, sui cosiddetti “Questionari percettivi” consegnati agli studenti delle superiori dopo la somministrazione dei test, il 12maggio scorso. Sempre di Rossella segnaliamo un bell’articolo sulla valutazione apparso sulla rivista on line La città futura, in due parti (www.lacittafutura.it 8-15 maggio 2016)

Renata Puleo, NoINVALSI

Giuseppe Longo è Direttore di Ricerca al CNRS Centro Interdisciplinare Cavaillès, Ecole Normale Supérieure di Parigi e professore aggiunto, Dipartimento di Biologia, Tufts University, Boston. È stato professore Associato di Logica Matematica e, quindi, Ordinario di Informatica presso l’Università di Pisa. Ha trascorso 3 anni negli Stati Uniti (Berkeley, M.I.T., Carnegie Mellon) come ricercatore e Visiting Professor; fondatore (1990) della rivista Mathematical Structures in Computer Science, Cambridge U.P. e (co) autore di oltre 100 articoli e tre libri: con A. Asperti “Categorie, Tipi e strutture” (M.I.T. Press, 1991); con F. Bailly, “Matematica e scienze naturali: la singolarità fisica del vivente” (Hermann, Paris 2006, Imperial College Press, London, 2011); con M. Montevil, “Prospettive sull’organismo: tempo biologico, simmetrie e singolarità” (Springer, Berlino, 2014). Recentemente ha esteso i suoi interessi di ricerca nei campi dell’epistemologia della matematica e della biologia teorica. Dirige un progetto di ricerca presso IEA-Nantes (2014-20) sul concetto di “legge” nelle scienze umane e naturali. Web: http://www.di.ens.fr/users/longo/

  […] Lei ha parlato di un rapporto molto stretto tra scienza, democrazia e dissenso creativo. Può approfondire la questione?

Ne ho parlato in un breve articolo in italiano, Bu, e soprattutto in Lo-bi, che è la conseguenza di una battaglia condotta contro gli strumenti bibliometrici per valutare la ricerca scientifica. Per fortuna ebbi l’appoggio, oltre che degli informatici, dei dipartimenti di matematica e di fisica dell’istituzione in cui lavoro da 25 anni, l’ENS di Parigi. In uno sono passati, come allievi o docenti, 11 delle 13 medaglie Fields francesi e, in fisica, fra i docenti, due dei premi Nobel degli ultimi 10 anni. Così bloccammo l’uso a tappeto, in Francia, di conteggi insensati della produzione scientifica, almeno per ora, strumenti che invece imperversano in Italia. Poi, un convegno dell’Academia Europea a Stoccolma ribadì il nostro giudizio (riferimenti in Lo-bi).

[…] La scienza è sempre correlata a quella componente essenziale della democrazia che è la presenza di una minoranza che pensa diversamente: la democrazia è certo il formarsi di una maggioranza che “governa” ma è anche questa presenza del diverso – Hitler è stato eletto con una maggioranza relativa. La scienza ne ha bisogno e, a sua volta, rafforza la capacità di esplorare nuove vie, di sviluppare un pensiero critico, quindi rafforza la democrazia. Se invece, ogni volta che si fa una valutazione, si fanno votare, contando a macchina le citazioni, tutti gli esperti di un settore sulla faccia della Terra, si impedisce il formarsi di un modo di vedere diverso, di una scuola di minoranza, futura maggioranza. Non uno dei nuovi modi di pensare la natura ha avuto vita facile all’inizio, talvolta lo dimentichiamo e pensiamo che Galileo sia un’eccezione. Un risultato difficile, una visione profonda e nuova richiede decenni per essere capita, assimilata. Invece, lo “impact factor” delle riviste è calcolato sul numero delle citazioni degli articoli nei due anni che seguono la pubblicazione: incredibile! Si possono citare decine di imprese scientifiche fondamentali i cui testi fondatori sono stati a più riprese rifiutati e, poi, citati, ripresi, sviluppati, decenni dopo. Ma questo è normale, è (quasi) giusto: ci sono tante sciocchezze che circolano, bisogna esser prudenti prima di pubblicare, citare novità sorprendenti… Ma se si trasforma questa prudenza ordinaria in metro di valutazione, la scienza chiude bottega. Con la bibliometria, le reti di computer vengono usate non per rendere la conoscenza di tutti a disposizione di tutti, novità fantastica di oggi, ma per “normalizzare”, per chiedere a tutti di adeguarsi al pensiero di maggioranza, per canalizzare tutti verso la scuola più forte o addirittura verso la banalità, il senso comune, la moda. La valutazione deve essere affidata ad un gruppo di persone, che cambiano e che si prendono la responsabilità di capire e giudicare, di cogliere la novità, nei limiti dell’umano, non a macchine che contano.

Altro e nuovo ostacolo all’invenzione scientifica è la prassi crescente di finanziare la ricerca sempre più o solo con grandi, grandissimi progetti. Una prima conseguenza è che si attribuiscono borse di dottorato e post-dottorato sempre più o solo all’interno di grandi progetti. La borsa di una istituzione, data allo studente con un buon cursus di studi, qualunque sia il suo progetto di tesi, gli permette di allenarsi alla ricerca con la ricerca, ma anche di cambiare tesi, direttore… cambiare idea. Inquadrato invece in un enorme progetto, deve mirare a dimostrare o confortare la tesi di quel progetto, a tutti i costi anche… se gli dovesse sembrare falsa. Gli anni di formazione di un pensiero critico, originale, che sappia dire “no, non è come tutti pensano”, divengono così anni di formazione di uno yes-man (o woman). Il fenomeno è ormai impressionante negli USA, sta diffondendosi anche da noi, con il dominare dei finanziamenti a progetto. A questo riguardo, va detto che, in seno alla Comunità Europea, si sta attuando una palese violazione degli accordi di Nizza e Lisbona, che si ricordano anche per il mito di raggiungere il 3% del PIL in finanziamento della ricerca ed università, entro il 2010, in tutta Europa (in Italia siamo passati sotto l’1%, se non erro: talvolta il numero 3 è sacro, tal altra meno). In essi si diceva che il finanziamento della ricerca finalizzata, a progetti, sarebbe spettata alla Comunità Europea; quella di base o fondamentale, ai singoli Stati, tramite il finanziamento delle istituzioni di ricerca ed universitarie. Invece, in ogni Stato, i governi hanno detto: facciamo come in Europa, finanziamo principalmente progetti. Così, in Francia, i fondi ricorrenti del CNRS, importantissima istituzione scientifica, sono stati dirottati sull’ANR, agenzia di finanziamenti a progetto. In Italia… si è principalmente ed ulteriormente diminuito il finanziamento della ricerca tutta – procedendo, a partire dalla riforma Berlinguer-Prodi, ad un graduale e costante smantellamento di università e ricerca.

[…]

La “cultura” neoliberista, con il mito dell’individuo separato e della massimizzazione dell’utile, in che modo influisce sulla ricerca scientifica e sulla creazione di un sapere che sia finalmente “complesso” e all’altezza dei tempi?

La nozione di “Risorse Umane”, che analizza il lavoro come le risorse materiali, e l’ottimizzazione di tutte le componenti della produzione con i metodi matematici della “programmazione lineare”, sono stati entrambi inventati nell’ex-URSS. Sono poi passate alle nostre grandi imprese e, da queste, ai settori pubblici e agli Stati: non sono quest’ultimi da governare come grandi imprese, governo dello Stato da affidare al “Migliore” degli imprenditori, con un partito centralizzato e autoritario come il peggiore dei partiti stalinisti che si sia visto nelle nostre democrazie? E così il cerchio si chiude. Nello Stato-Impresa, scientismo e governo si mescolano benissimo: il mito del governo puramente tecnico, da affidare agli ingegneri del Gosplan, la “governance” si dice oggi. Lo scientismo, osserva un mio amico matematico pure a Parigi, Alessandro Sarti, chiede alla scienza di capire il mondo e, poi, di governarlo con metodi di ottimizzazione. Alain Supiot, in “La gouvernance par le nombres”, spiega bene la differenza fra la “governance” ed il governo della legge.

La prima è la gestione “oggettiva”, secondo regole formali, potenzialmente meccanizzabili, indipendenti da ogni contesto e che formalizzano metodi di ottimizzazione. La legge umana è invece interpretata, discussa in primis sull’agorà al momento della approvazione, poi dal governo o dal giudice che la applicano, nei loro ambiti, e le danno senso contestuale. Il significato, in effetti, di “legge della natura” si è articolato a quello di legge degli uomini (e degli dei) in modo molto interessante, nelle diverse culture (v. il progetto che dirigo all’IEA di Nantes). La regola, basata su scritture numeriche o formali, è gestibile da automatismi, che si voglio indipendenti dalle ambiguità interpretative, al più ne va fatto un “fine tuning”. Negli accordi Merkel-Sarkozy, ad esempio, è scritto che la punizione per gli Stati trasgressori delle regole sul deficit avrebbe dovuto scattare in “modo automatico”, potenzialmente meccanizzabile.

[…]

Quali effetti può generare sul cervello umano e nell’immaginario collettivo la diffusione capillare di nuove tecnologie asservite alla logica dell’accumulazione economica e della novità continua?

Siamo di fronte ad una biforcazione importante: strumenti straordinari di interazione e scambio possono invece essere usati per normalizzarci, farci “seguire la regola”, diventar tutti uguali. Le reti mettono ognuno nella posizione ricchissima di incontro con chi è lontano, con chi è diverso, di accedere alle conoscenze dell’umanità tutta. Lo scambio di culture, idee, oggetti… è stato al cuore dei momenti più alti della nostra storia, dalla Grecia all’Italia rinascimentale, centri di scambi intensissimi, in tutto il Mediterraneo ed oltre. Con ben altra velocità possiamo far ben di più. Ma, al contrario, si può usare la rete di computer come “campo medio”, nel senso della fisica: con troppi vicini, non si riescono ad avere singolarità, si diventa tutti grigi. Un uso di questo tipo lo abbiamo visto sopra: il DNA, il cervello, le leggi dell’uomo… sono tutti degli insiemi di regole formali, istruzioni e programmi, tutti dello stesso tipo, come nei computer, semmai arricchiti con un po’ di aleatorio di rete. Uno strumento, il computer, che molta scienza usa benissimo come ausilio a capire il mondo, nella modellizzazione per esempio, viene così impiegato per appiattire il mondo o viene addirittura identificato con il mondo, nuovo senso comune della meccanicità. Ed organizza anche la nostra attività, come con le valutazioni computerizzate del lavoro, di cui la bibliometria è un esempio, sorpassato in gravità dai test a risposte multiple numeriche, con cui si valuta la “performance” degli scolari, test simili da Djakarta ad Helsinky, e da molte altre valutazioni di performance, tutte metodologicamente identiche, sottratte al giudizio qualitativo, e che tanti subiscono nei posti di lavoro più diversi. […]


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