Lo and Behold: ecco la scuola!

di
Rossella Latempa (docente di matematica e fisica, liceo)
Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI

coding a scuola

Durante un collegio docenti di un istituto superiore romano è avvenuto il seguente scambio di battute.
Dirigente: dato che la compilazione del registro elettronico è un obbligo di legge (sic) chi ancora non possiede un tablet personale, visto che non sono ancora disponibili quelli forniti dall’amministrazione per tutti i docenti, lo deve comprare con il bonus (i 500 euro per la formazione)
Mormorii: ma non è personale la scelta di come spendere il bonus? Io da casa non ci lavoro! A scuola, in succursale, la connessione spesso salta!E poi, il coding ci voleva, i ragazzi, i bambini hanno fin troppo la testa e le mani occupate con tutti questi strumenti…
Docente A: colleghi, io propongo di respingere questa ingiunzione…
Docente B: ma per favore, cerchiamo di essere presenti nell’attualità, tutti usano tablet e LIM, non è la connessione che salta, siete voi che non sapete ancora usare questi devices (sic), aggiorniamoci su skill informatici e nuovi tools (sic), è nostro dovere!

Questa discussione (assolutamente autentica!) dovrebbe apparirci un po’ surreale. In realtà siamo quasi stupite che sia avvenuta in tempi in cui nei collegi si passano solo in rassegna gli innumerevoli (talvolta anche 15) punti messi all’ordine del giorno dai dirigenti, fra il disinteresse generale.
A noi serve per introdurre una serie di domande su cui ci piacerebbe si orientasse il dibattito che corre sul Web intorno al cosiddetto coding, nome in img-20161019-wa0000sé ingenuo e dal significato plurimo, introdotto da La Buona Scuola come una priorità: a) educativa, b) didattica, c) organizzativa.
Vediamo di dire qualcosa su questi tre livelli.
a) L’educazione, la pedagogia, arte e disciplina dell’insegnamento (anche in questo caso la definizione è storica ed è provvisoria) è basata su due capisaldi.
1. Sapere, come Pensiero consolidato in una cultura e, attraversandole tutte, intelligenza collettiva, in questo senso umana, onnicomprensiva, infinita; di essa viene catturata una parte in modo discendente, in un cammino di adeguazione per cui ogni domanda è solo un’affermazione con il punto interrogativo. A tal proposito come esempio, si può citare il test a scelta multipla: la risposta è già compresa in quell’adattamento, converge verso il spere consolidato.
2. Evento, come Problema ci viene incontro, come primo, unico, in “sé”, e la sua soluzione è nell’orizzonte delle possibilità (come già nell’epistemologia “biologica” di Francisco Varela, ogni scelta, ogni soluzione, lascia un residuo)
Da questi due paletti scaturisce, per il Maestro e per l’Allievo, una consegna: il problema non è mai quello iniziale, quando si avvia il processo per affrontarlo, decomporlo (la ri-soluzione); alla base di tale soluzione (chimica!) il sapere svolge un ruolo di sponda più che un preliminare, è la possibilità offerta per un cammino radiale. Né totalitarismo dei saperi tradizionali, di canone, né riduzionismo e relativismo. Il Maestro non è un portavoce e nemmeno qualcuno con la borsa degli strumenti, ma un portatore di segni per orientare il viaggio, da qui l’etimologia di “insegnare” (R. Ronchi, 2015).
b) La didattica, ovvero gli strumenti per realizzare l’impresa pedagogica. La scelta degli strumenti non è senza conseguenze. Non si può accettare che un problema abbia un solo modo di essere dispiegato, una sola strada, l’algoritmo, visto che di questo parliamo; un solo modo per essere soluto, risolto, dissolto. Se crediamo che l’enorme successo in termini di avanzamento strumentale e di mercato dell’informatica sia la chiave anche per la scelta degli strumenti didattici, ci saremo preclusi altre strade e – effettivamente – non ci serviranno più le chiavi interpretative della critica, e neanche le insidie e le proficue incertezze di una traduzione linguistica (si veda il caso, non casuale, dell’abbandono del greco e del latino).
c) L’organizzazione, come modalità di composizione del lavoro sociale in una scuola, a seconda sempre di quel che sceglieremo di insegnare e di come lo faremo, sarà diversa. Per la nuova scuola digitale, serviranno pochi insegnanti, una scala gerarchica di compiti, una verifica condotta in modo univoco su protocolli definiti, una valutazione del valore aggiunto calcolata matematicamente nella differenza fra input e output in tempo stabilito.

Se la scienza ha i suoi discorsi – rimandiamo alla storia della filosofia e di quella dell’epistemologia, Alexandre Koyré in capo – la tecnologia è uno di questi discorsi? Cioè, ha statuto di sapere scientifico o è solo la grande classe dei suoi dispositivi e delle sue applicazioni? Ci ragguaglia su che cosa è oggi la scienza, oppure ci parla solo dei suoi effetti?
Sembra proprio che la tecnica, le macchine che oggi sono essenziali per il funzionamento di tutte le attività umane, dalle più banali alle più sofisticate, dalle più pacifiche a quelle mortali, produca ideologia, dunque discorso. Discorso che, elaborato nelle grandi università di oltreoceano e nelle stanze dei laboratori di tutto il mondo, percola verso il basso, verso le nostre vite. Influenza il rapporto intergenerazionale, così come quello fra popolazioni. Infatti –non per inciso –ricordiamo che se oggi tutto appare connesso e informatizzato, vaste zone del quarto mondo conoscono solo qualche effetto di questa rivoluzione comunicativa, linguistica, culturale, quando le bombe più o meno intelligenti piovono loro sul capo, governate da lontani umani digitanti.
E’ ancora possibile che a scuola, luogo di formazione delle creature piccole, quelle su cui grava la nostra responsabilità adulta, si discuta di questi temi?

“Lo and Behold. Il futuro è oggi” è un documentario di Werner Herzog, regista visionario. Non è un caso che sia lui a realizzare un lavoro su Internet. La rete è “la parola di Dio”, si sente dire da uno degli intervistati. Parola che, venendo da un roveto ardente, ha il suo profondo lato oscuro, come fa notare in uno dei capitoli Herzog. Il titolo del film, dal significato idiomatico, si può tradurre “Ma guarda un po’!!”, oppure, come viene suggerito, “Osserva e stupisciti!”. Il viaggio attraverso cui Herzog conduce lo spettatore, in una decina di capitoli, va dall’entusiasmo dei pionieri alla prudenza di molti attuali ricercatori. I primi descrivono il luogo dove la grande macchina del web ha condotto primi passi, come un “luogo sacro”, i secondi ci mettono in guardia dallo sposare un futuro iper-connesso come una nuova buona novella.
Un insegnante universitario intervistato dal regista afferma entusiasticamente di essersi votato all’insegnamento on-line, a distanza, per una ragione di “evidenza sperimentale”. A Stanford, in un corso esclusivo per studenti molto dotati aveva una classe di 60 allievi. Quando ha trasferito in rete le sue lezioni ne ha raggiunti 1600. Tra questi alcuni decisamente più talentuosi di quelli iscritti all’università. Una dimostrazione, aggiunge, che si impara meglio e più velocemente a contatto diretto con un programma informatizzato, “perché nessuno impara dagli errori degli altri!”.
Non si tratta di ingenuo empirismo, qui come preliminare c’è un discorso: alla creazione di qualità emergente che scaturisce in un gruppo di studio come teorizzava Lev Vygotskij, si preferisce un assunto che rinvia al dialogo con la macchina, la restituzione personale, la velocizzazione dei tempi di apprendimento, una valutazione dell’apprendimento basata sul risultato previsto e non sul processo.
Ma, le affermazioni del docente americano possono dare adito anche ad altre riflessioni: i) i test d’ingresso all’università in USA non selezionano i migliori; ii) nel plotone dei 1600 parecchi non avranno avuto la possibilità (economica?) di iscriversi ai corsi nel campus; iii) le lezioni proposte a viva voce avranno avuto, come normale nell’interazione umana, un livello di complessità semantica e un numero di incroci fra domande e risposte decisamente più elevati. E una domanda: come dimostrare in modo non solo impressionistico quel che succederà agli studenti dell’aula universitaria e a quelli presenti in rete, nel loro futuro?
Ovviamente, sono solo interpretazioni perché la tematica non viene approfondita nell’intervista, ma crediamo sia legittima se trasferita sulla aspettativa, fra ingenua e supponente, dei docenti sposati al coding.
Ma le perplessità sulle abilità e sulle competenze acquisite usando programmi informatici sono espresse anche in molti studi che si interrogano sulla relazione fra apprendimenti precoci tipo coding e sviluppo di un Pensiero Computazionale, fra utilizzazione di applicazioni in ambienti di gioco e accomodamento di una vera competenza come programmatori, fra gioco in età giovanile con il digitale e l’eventuale capacità di trasferire nel futuro lavorativo le abilità, le abitudini, gli abiti mentali, sviluppati giocando.¹
Proprio il gioco sta pervasivamente e inesorabilmente dominando la scena e le scelte didattiche: APP, video, gamification (da game, gioco), diventano parole da inserire nel proprio “portfolio di competenze”.
Anche se non desterà troppa meraviglia, vogliamo qui riportare una foto tratta dal “Global market report del 2015”, che trovate in rete, riferita al guadagno del mercato dei giochi nell’anno precedente (Super Data Research). In particolare, proprio il mercato legato ai giochi da dispositivo mobile, cioè smartphone o tablet, rappresenta la fetta maggiore: oltre 22 miliardi di dollari.

La scienza, quella di ispirazione epistemologica empirista o razionalista, ha discorsi ammessi e non, paradigmi a cui tali catene di significanti si adattano. L’informatica, le formule la governano, sta fra noi, utenti (users) o programmatori in erba, e coloro che lavorano nei templi della ricerca, soprattutto statunitensi. Il divario di saperi, o forse solo la differenza qualitativa e pervasiva dei discorsi, è enorme, ma possiamo sempre sottrarci ad una adesione acritica

Nessun catastrofismo: si tratta di cogliere l’invito, da parte di un anziano regista che è stato capace di darci film disumani, spettacolari e sognanti, a non perdere la capacità di leggere quel che sta accadendo. Una lettura rapita, stupefatta, ma vigile.

Siamo “fuori tema”? Non stiamo aderendo al titolo della traccia che Renzi e Giannini ci hanno fornito, genuflessi a quel che il resto del mondo civilizzato pare voglia dalla scuola? Abbiamo una missione europea da seguire, oppure una dettata dalla nostra vecchia costituzione repubblicana che ci vuole adulti in grado di educare e condurre all’età della maturità i più giovani in luoghi a ciò deputati? Possiamo, insegnanti e genitori, studenti e perfino bambini provare ad alzare il livello del nostro chiacchiericcio sul coding, i tablet, gli ambienti di animazione? Possiamo.


¹J. M. Wing Computational Thinking in Communications of the ACM, march 2006 vol 19,no3

C. Scaffidi Skill Progression Demostrated by Users in the Scratch Animation Environnement in www engr.oregonstate.edu; in quest’ultima ricerca si rinvia anche ad altri lavori con risultati contraddittori.


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