La PROVA DI ITALIANO “Rilevazione degli apprendimenti” in 2° elementare nel 2016

INVALSI: INSIPIENZA O CIALTRONAGGINE?

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La prova di italiano per la classe seconda elementare (primaria) consiste in un fascicolo di 21 pagine e comprende un testo di una pagina e mezzo: 44 righe. 20 domande: 18 relative alla comprensione del testo, due esercizi linguistici. I bambini di sette/otto anni hanno avuto 45 minuti di tempo per rispondere alle domande senza interloquire, in silenzio assoluto, né con i compagni né con gli adulti presenti.

Allineamento delle prove con le indicazioni nazionali1

In realtà si tratta di una prova di “comprensione del testo”, definita, impropriamente, come prova di Italiano. Infatti per bambini di questa età una prova di Italiano comporterebbe ben altra articolazione a partire dall’italiano orale come peraltro prevedono le “Indicazioni Nazionali” per il curricolo della scuola primaria.

Non dico nessun “ricercatore” ma nessun maestro, insegnante, genitore o adulto consapevole si sognerebbe di poter rilevare, conoscere e addirittura “misurare” le competenze linguistiche di un bambino di 7/8 anni da una prova di comprensione della lettura. Ancorché fosse adeguata, rimarrebbe specifica e settoriale e per nulla indicativa della complessità dell’apprendimento della lingua tra i bambini di 7/8 anni. 

Le indicazioni Nazionali

Le stesse Indicazioni riportano nel capitolo ITALIANO: “La comunicazione orale nella forma dell’ascolto e del parlato è il modo naturale con cui il bambino, ad un tempo, entra in rapporto con gli altri e “dà nomi alle cose” esplorandone la complessità. Tale capacità di interagire, di nominare in modo sempre più esteso, di elaborare un pensiero il pensiero attraverso l’oralità e di comprendere attraverso i discorsi e testi di vario tipo viene sviluppata e gradualmente sistematizzata a scuola, dove si promuove la capacità di ampliare il lessico, ascoltare e produrre discorsi per scopi diversi e mano a mano più articolati e meglio pianificati.…”

Queste indicazioni non dettano “obiettivi di apprendimento” per gli alunni di classe seconda. Cominciano ad articolare gli obiettivi di apprendimento della lingua italiana soltanto dalla fine della classe terza. Infatti il capitolo ha la seguente testuale titolazione: “Obbiettivi di apprendimento al termine della classe terza della scuola primaria.

L’articolazione in paragrafi di questo obiettivo è il seguente : “1. Ascolto e parlato, 2. Lettura, 3. Scrittura, 4. Acquisizione ed espansione del lessico ricettivo e produttivo, 5. Elementi di grammatica esplicita e riflessione sugli usi della lingua.”.

A partire dal testo scelto di Piumini, zeppo sin dall’inizio di domande retoriche, si capisce bene che chi ha redatto le domande delle prove, e soprattutto chi le ha scelte, ha agito in totale disallineamento con il testo delle Indicazioni Nazionali. Il testo è sconcertante soprattutto per la sua lunghezza e via via leggendo per le singole domande contenute nelle prove.

Un grave errore epistemologico

La prima grave inadeguatezza che emerge sta nel tentativo di utilizzare elaborati formulati per bambini al termine della classe terza della scuola primaria, per la verifica degli obiettivi di apprendimento di bambini che hanno frequentato soltanto la seconda classe.

Non bisogna essere dei pozzi di scienza per sapere che lo sviluppo mentale di un bambino di sette anni è a uno stadio assai diverso da quello di un bambino di otto anni. Basterebbe aver letto l’aureo “libretto” di Jean Piaget 2 “LO SVILUPPO MENTALE DEL BAMBINO” per sapere che tra i sette ed gli otto anni si colloca una soglia di grande trasformazione delle forme e capacità del pensiero e dunque è profondamente errato ritenere che obiettivi di apprendimento conseguibili dopo gli 8 anni siano perseguibili un anno prima.

Scrive Piaget di questa età: L’età media dei sette anni, che coincide con la scolarizzazione propriamente detta del bambino, segna una svolta decisiva dello sviluppo mentale.”…”…a partire dai sette o otto anni il bambino prima di agire, pensa, e comincia così la difficile condotta della riflessione” “All’intuizione che è la forma superiore di equilibrio raggiunta dal pensiero nella prima infanzia, corrispondono le operazioni del pensiero dopo i sette anni. È la ragione per cui il nucleo operativo dell’intelligenza merita un esame particolareggiato, dato che tale esame ci dà la chiave di una parte essenziale dello sviluppo mentale.” “Come spiegare allora il passaggio dalle intuizioni alle operazioni? Le prime si trasformano nelle seconde non appena costituiscono sistemi globali componibili e reversibili ad un tempo” “È notevole constatare che verso i sette anni si costituisce appunto tutta una serie di questi sistemi globali che trasformano le intuizioni in operazioni di ogni tipo, ed è questo che spiega le trasformazioni del pensiero che abbiamo esaminato.3

E ancora, il primo obiettivo del paragrafo “Lettura” delle Indicazioni è “Padroneggiare la lettura strumentale (di decifrazione) sia nelle modalità ad alta voce, curandone l’espressione, si in quella silenziosa”. Non c’è ombra nella prova INVALSI di un qualche tentativo di esplorazione nel senso delle Indicazione Nazionali. Le stesse indicazioni parlano, sempre a proposito di lettura, “Testo semplice”, “Breve testo”, “testi noti”, il testo di Piumini – usato per le prove – non è un testo né breve, né semplice, né noto. Chi lo ha scelto e adottato, (non tanto chi lo ha suggerito al difuori del contesto di ricerca) è persona sconsiderata e priva di qualsiasi coordinata sia scientifica che educativa.

Infatti, non solo in Italia, ma nell’intero occidente europeo gli ordinamenti, i programmi e le pratiche d’insegnamento, prevedono importanti cambiamenti di registro dopo il secondo anno di scuola primaria.

In Italia, come in quasi tutti i paesi europei, fino a che i programmi raccoglievano i frutti del pensiero pedagogico più avanzato, prevedevano una distinzione tra il primo biennio della scuola primaria e gli anni successivi. Gli stessi libri di testo erano e sono molto diversi tra quelli dei primi due anni e gli altri.

Nel secondo ciclo (Classi III, IV e V), dopo i primi due anni, i testi si sforzano di promuovere le capacità di formalizzazione e astrazione del pensiero (Ingresso delle discipline nell’insegnamento, insegnamento della grammatica, il sussidiario che accompagna il libro di lettura) tutte scelte motivate da un pensiero pedagogico maturo, arricchito dalle scienze sperimentali (psicologia sperimentale, linguistica, neuroscienze) che lo hanno accompagnato nello sviluppo dell’ultimo scolo.

Chi ha visto la “Ricerca”?

Non va dimenticato che l’INVALSI è, e resta per statuto, indiscutibilmente un Ente di Ricerca al quale è garantita una serie di diritti specifici (libertà e autonomia in primis) sia dalla normativa Italiana che Europea. Diritti e funzioni di ricerca sui quali dovrebbe vigilare l’intera comunità scientifica. È anche vero, però, che una normativa successiva e anomala ha fatto carico all’INVALSI di una serie di compiti di valutazione che dovrebbero essere responsabilità degli organi esecutivi del governo o del parlamento, i quali, anche nel momento in cui decidono di rinunciarvi, restano i “decisori politici”. Vi è in questo miscuglio un palese conflitto d’interessi che stenta ad essere denunciato. In tutti i casi l’INVALSI non può appiattirsi e diventare ancillare di una normativa che ne snatura la definizione statutaria. Ma cercare nelle pratiche INVALSI anche una sola forma residua che abbia la dignità della ricerca risulta del tutto vano.

Infatti il disallineamento si inserisce in una generale carenza già constatabile nel “QUADRO DI RIFERIMENTO DELLA PROVA DI ITALIANO”4. In questo “smilzo”, “povero”, documento è assente del tutto una “ipotesi operativa” tappa ineludibile di ogni ricerca sociale e degli apprendimenti. Questa assenza totale è accompagnata, o forse è la causa, dell’assenza di una analisi e discussione approfondita delle Indicazioni Nazionali al fine articolare e motivare le prove e le singole domande poste dalle prove.

Nel “quadro di riferimento” si citano più volte le Indicazioni Nazionali quali punti di riferimento per la rilevazione degli apprendimenti, ma sarebbe stato indispensabile che fossero specificati quali punti di traguardo, quali obiettivi e, all’interno degli obiettivi, quali i contenuti assunti da ciascuna indicazione come punti di riscontro per le domande.

La sinteticità degli obiettivi inseriti in un documento complessivo avrebbero necessitato di una discussione che risolvesse e motivasse ogni termine chiave, con un percorso in chiaro di disambiguazione4 (operazione con la quale si precisa il significato di una parola o di un insieme di parole (frase), che denotano significati diversi a seconda dei contesti e che quindi sono ambigue). che nel caso della ricerca educativa e pedagogica non può essere inteso come opzionale ma, semplicemente doveroso.

Di tutto questo percorso non vi è traccia nei documenti pubblici dell’INVALSI. Eppure si tratta di una messa a punto teorica e concettuale che sta a fondamento dell’attività della ricerca scientifica senza la quale ogni possibile risultato risulta arbitrario ed eterodiretto. In questa situazione ogni possibilità di percorso di verifica e di “falsificazione” non può non solo essere effettuata ma nemmeno concepita. L’INVALSI rimane dunque blindato nella sua autoreferenzialità.

Nella letteratura relativa all’apprendimento della lettura, per esempio, hanno un grande ruolo la memoria (nelle sue svariate forme e definizioni) le inferenze e i transfert. Non si può elaborare, nemmeno a livello più elementare, un tentativo di ricerca sugli apprendimenti della lettura senza un confronto con questi prerequisiti e/o una messa a punto di questi concetti. Eppure nei documenti INVALSI di tutto ciò non si fa parola. Tantomeno oggetto di discussione o argomentazione sul loro superamento. Almeno per dire che sono stati sostituiti con altri, semplicemente manca all’attività dell’INVALSI ogni base scientifica.

Piero Castello del gruppo NoINVALSI – Roma


Note

1. “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” D.P. R: 20 marzo 2009, n.89.

2. Jean Piaget (Neuchâtel, 9 agosto 1896 – Ginevra, 16 settembre 1980) è stato uno psicologo, biologo, pedagogista e filosofo svizzero. È considerato il fondatore dell’epistemologia genetica, ovvero dello studio sperimentale delle strutture e dei processi cognitivi legati alla costruzione della conoscenza nel corso dello sviluppo, e si dedicò molto anche alla psicologia dello sviluppo.

3. Jean Piaget “LO SVILUPPO MENTALE DEL BAMBINO” ed. Einaudi 1964 – Pagina 47 e seguenti

4. QUADRI DI RIFERIMENTO DELLA PROVA DI ITALIANO – 2013 e successivi aggiornamenti www.invalsi.it/…2012/documenti/QDR/QdR_Italiano.pdf


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