Notte bianca del Manara

“Molte le cose straordinarie nel mondo, ma nessuna è più straordinaria dell’uomo.” Questi versi del primo stasimo dell’”Antigone” hanno dato inizio, venerdì 13 gennaio, alla festa della Notte bianca del Manara. Grande emozione per me, uscita da questo liceo trentaquattro anni fa, ora mamma di una alunna di quarto ginnasio: quella tragedia la portai all’esame, e anche se altre volte nella vita mi è capitato di rileggerla o di riflettere su di essa, nel cuore l’associazione immediata è a quella stagione lontana, al clima, agli umori, ai desideri, ai principi incrollabili, alle aspettative di futuro di quel periodo della scuola. Perché è vero, i grandi poeti poi li spiega la vita, ma è la scuola che te li presenta, e se, come è accaduto venerdì scorso, sa farlo con rispetto ed entusiasmo, con garbo ma anche con spirito e confidenza, poi questi poeti rimangono con te, ti accompagnano, ti confortano, ti fanno capire anche il presente, arricchiscono ogni giorno quella consapevolezza di essere al mondo insieme agli altri e quel desiderio di dare un senso a tale condizione, che gli antichi chiamavano humanitas.
La serata di venerdì è stata proprio questo: una grande celebrazione, spontanea e autentica come sanno essere solo i ragazzi, ed i professori appassionati, della importanza insostituibile della classicità, intesa nel senso più ampio e variegato: letteratura, usi e costumi, abbigliamento, cucina, e soprattutto voglia di stare insieme, di creare attraverso la cultura questa rete di relazioni umane. Le iniziative realizzate si basavano infatti su una divisione di ruoli, e sul coordinamento e l’armonizzazione di interventi diversi che complessivamente illustravano un’opera, un autore, un fatto di costume: i ragazzi si sono messi in gioco offrendo il contributo di una lettura, di una spiegazione o interpretazione drammatica, o anche di un commento strumentale o coreografico, e soprattutto trasmettendo l’idea che è la sintesi di tutto questo, non le singole performance individuali, ad essere un valore, il valore più importante. Perché questo è il senso della cultura antica, e direi della cultura vera, ed anche della scuola come la vogliamo: la convergenza di sapere umanistico e di sapere scientifico (non solo bisogna dire che al liceo classico si studiano le materie scientifiche bene come in altri indirizzi, ma bisogna sottolineare come solo nel liceo classico si può scoprire quella affinità profonda tra i due ambiti, che rispondono alle stesse domande di senso e alla stessa passione per la conoscenza che stanno nel più profondo dell’animo umano); il desiderio, direi quasi la missione, di salvaguardare l’autenticità e l’indipendenza del giudizio in una società così conformista e spesso disumanizzata; l’educazione dell’intelligenza dei nostri ragazzi, quella della mente ma anche quella del cuore, il loro esprit de finesse; la gioia di vivere, e di vivere insieme. Anche contro, mi sia permesso dirlo, recenti interpretazioni del percorso educativo che relegano il liceo classico in una dimensione marginale, o che appaiono troppo concentrate sul momento della valutazione quasi in senso tecnico e numerico, con il rischio di trasformare la valutazione stessa in uno strumento non formativo ma competitivo, e di isolare e dividere i ragazzi. Se tutta la scuola è humanitas e civiltà, la scuola che lo afferma nel modo più chiaro e connaturato è il Liceo Classico.
In fondo, anche se molte sono le cose straordinarie che insegnano a vivere, nessuna è più straordinaria del Liceo Classico.

Laura, mamma di una studentessa di quarto ginnasio


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