Senso unico alternato

davidforsaleDi Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI

Testi analizzati (consultabili in rete):

– Legge 13/07/2015 n.107 artt 1 cc 181, 182; decreti legislativi delegati: atti-commissione nn. 377,378,379,380,381,382,383,384

– MIUR Certificazione delle Competenze – Linee guida CM 13/02/2015

– MIUR Alternanza Scuola lavoro – Guida Operativa per le Scuole

– INVALSI Rilevazione Nazionale Apprendimenti 2015/16; Quadri di Riferimento per il Primo Ciclo e per il Secondo (Prove).

– Raccomandazione EU European Qualification Framework (FQR) 2008/2009

– Istat BES 2015, 2016

– Provincia Autonoma di Trento: Organizzazione del Sistema delle Competenze 29/12/2016

<<Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività». (legge 107/2015, decreto delegato – atto n. 382 Cultura Umanistica)

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur. […] Ora, anche ammesso che tra la nostra storia dell’arte e il «Made in Italy» esista un rapporto genetico, ciò non si traduce in un’equivalenza culturale, e tantomeno in un orizzonte formativo. E non è solo un problema di confusione concettuale: la domanda più urgente riguarda il tipo di società prefigurata da questa idea di scuola. Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle «eccellenze» commerciali. (Tomaso Montanari Repubblica.it genn 2017)

<<Dioniso: Venite dunque perché anche questo mi tocca: pesare l’arte dei poeti come si pesa il formaggio>>. (Le rane, Aristofane)

1. Alternanze.

Il MIUR ha speso ben un centinaio di pagine per illustrare in modo operativo come attivare i progetti di Alternanza Scuola Lavoro (ASL). Di queste, una ventina, il paragrafo 12, sono dedicate alle procedure di valutazione. Ogni aspetto della pratica valutativa è ormai legato strettamente all’esistenza del Servizio Nazionale di Valutazione, dunque all’INVALSI. In una “paraphernalia” incrociata tutto si tiene:

i) la valutazione degli apprendimenti degli studenti operata attraverso i test è ancorata alla Certificazione delle Competenze;

ii) per capire cosa sono le competenze, i documenti che fanno da guida ai test e alla compilazione del Rapporto di Autovalutazione (RAV) rimandano alle definizioni contenute nel Quadro Europeo delle Qualifiche Professionali (EQF EU, 2009);

iii) queste hanno come riferimento i frame work europei, ossia i quadri ideologico-teorico-politici che dicono cosa e come valutare una performance, una prestazione.

A chi è dedicato tutto questo equipaggiamento? Per chi è pensato? Per il condannato alla catena dell’apprendimento permanente, l’attività di generica e continua riconversione dei saperi e delle pratiche acquisite “per stare nel mercato”. I testi, il loro incrocio, ci mostrano i percorsi fra istruzione, formazione, addestramento alternati per un unico scopo: disporre di capitale umano produttivo, messo a valore. Paradossalmente produttore di profitto anche se non lavora. Disponibile e obbediente riserva umana di forza lavoro, potenziale.

L’EQF recita nell’introduzione: “[i benefici si vedranno] con l’utilizzo dei risultati dell’apprendimento come punto di riferimento comune, l’EQF agevolerà i raffronti e il trasferimento delle qualifiche fra paesi, sistemi, e istituzioni, interessando dunque un numero molto elevato di utenti a livello nazionale, ma anche europeo”. (corsivi nostri) Legenda: l’INVALSI ha bisogno dell’ASL che ha bisogno dell’INVALSI. La prosa suona tragicamente comica. Mentre la polis è allo sfascio (come in Aristofane…) diventa palese che si apprende a scuola, si apprende nei progetti di ASL, il capitale umano circola per l’Europa in un totalitario sogno “lavoristico”, gli utenti (il Made in Italy citato da Montanari? La forza lavoro cognitiva? La manovalanza che cuoce gli hamburger a perfezione come suggerivano già negli anni ’50 quegli ingenui dei fratelli McDonald?), sono sempre attivi, economicamente competenti e competitivi. Il redattore sembra accorgersi – già nel 2009 – dell’eccesso di entusiasmo per il sistema circolatorio europeo, e chiude la frase con un ma anche, dal carattere avversativo-concessivo! Segue una raccomandazione per l’applicazione delle definizioni al contesto formativo nazionale e un’appendice con i concetti-chiave: 1.conoscenze (assimilazione di informazioni); 2.abilità (applicazione di conoscenze); 3.competenze (utilizzazione di conoscenze e abilità in contesti di lavoro o di studio, in modo responsabile e autonomo). L’autonomia e la responsabilità individuali che accompagnano e concludono felicemente il processo devono essere comprovate. Il certificatore che convalida è in agguato. Le frasi che esprimono il concetto di valutazione come “misura convalidata” sono insistenti, ed è appena ovvio che ne è espropriata la scuola. La faccenda si farebbe, se così non fosse, dicono gli invalsiani, pericolosamente autoreferenziale (si sa, agli insegnanti va tutto bene, sono dei valutatori molto “materni”).

L’interessante inghippo linguistico fra i verbi certificare e attestare, parenti stretti del convalidare, viene affrontato nel testo del decreto delegato sulla valutazione, attualmente in discussione (n 384). Vi si precisa che fra attestazione e certificazione, il primo termine va preferito al secondo, anche se questo è in uso nel testo della legge 107/2015 (che effettivamente non brilla per pulizia linguistica!), perché un atto di certificazione prevede un ente esterno che lo rilasci. Esterno alle scuole, dunque gli insegnanti sono nuovamente tagliati fuori dalle cose fini, importanti, quelle che può fare solo l’INVALSI.

Il problema della confusione semantica è ben infissa nelle pagine dedicate alla valutazione dei percorsi scuola-lavoro nella Guida Operativa. Infatti, si legge che proprio di certificazione si tratta perché così vogliono le raccomandazioni e le direttive europee in materia di qualifiche, “in attesa di compiuta disciplina della materia nell’ambito del sistema nazionale d’istruzione”, con un bell’effetto di ritorno alla legislazione e dunque ai testi delle deleghe attuali che operano modifiche alle procedure di valutazione e di esame per il primo ciclo e per la secondaria (e bisognerebbe non perdere di vista anche il decreto delegato in discussione sull’istruzione professionale,il n 379 perché ovviamente è ben articolato sui percorsi ASL e sulla loro valutazione)

È di qualche interesse rispetto alla mutazione cultural-antropologica in atto, leggere anche qualche testo di nicchia, ad esempio una delibera della Provincia di Trento sulla certificazione delle competenze (nel testo anche “attestazione”). Vi si ribadisce il contenuto della premessa dell’EQF europeo citata più su e, malgrado il riferimento ai percorsi informali di apprendimento, la centralità della governance sui processi di valutazione è costantemente ribadita. Così come appare studiatamente confusiva la relazione fra la scuola e l’inserimento lavorativo, ovviamente molto ipotetico. Nell’uso linguistico della burocrazia la ripetitività, la numerosità delle occorrenze terminologiche di ordine performativo (orientare, identificare, monitorare, controllare) ordina le scelte dei destinatari e contribuisce alla costruzione dell’immaginario collettivo sul rapporto fra lavoro e formazione complessiva del soggetto politico.

Torniamo alla Guida ASL. Senza remora alcuna il redattore del manuale operativo, al paragrafo su citato, scrive: “L’utilizzo della metodologia dell’alternanza trasforma il modello di apprendimento legato alle singole discipline in un diverso modello, che costituisce il risultato multifattoriale di un processo, che riconosce il valore degli apprendimenti acquisiti in modo informale e non formale (sic) nell’azione didattica, consentendone il riconoscimento in termini di competenze e di potenziale successo formativo dello studente”. Se Dioniso pesasse le parole del ghost-writer del MIUR (della Confindustria?) l’ignoto scrittore godrebbe dei benefici dell’eternità, come Eschilo. I grassetti (originali) sottolineano quello che abbiamo capito dal 2000 ad oggi, e più consapevolmente (alcuni di noi…) alla pubblicazione del manifesto de La Buona Scuola. Il “piano del capitale” è mascherare, sotto il profilo del merito, dell’equità, delle pari opportunità, del successo individuale come “ricchezza della nazione”, un profondo cambiamento cultural-antropologico, un tentativo, che ormai appare riuscito, di modificazione delle relazioni umane e dell’idea di democrazia.

Si espropriano i saperi non immediatamente produttivi per sussumerli, trasformandoli in anello della catena del lavoro mercantile, come nel caso della “genetica” creatività patria, citata in incipit dal commento di Montanari. Semplicemente si cassano i saperi che ostacolano, quelli frutto della ragione critica, dell’affettività come conoscenza comune e “del” comune, il gioco del conflitto an-archico, quello che abbisogna per alimentarsi di spazi di discussione e di continua messa in crisi dell’esistente. Ovvero, lo spazio della scuola. È la scuola che deve apprendere dal mondo del lavoro. Malgrado i pessimi risultati conseguiti dalle locuste capitaliste al giro del secolo, dopo i così detti anni gloriosi del dopoguerra keynesiano, la leva economica agisce sul sistema educativo e formativo. La riforma della scuola da sovrastrutturale, complesso di idee e di proposte per un ipotetico cambio di regime, si fonde saldamente con quello strutturale, economico-sociale di cui è condizione e da cui viene condizionata, a dimostrazione che le categorie dell’uomo di Treviri ancora servono (nota ai nuovi iscritti alle facoltà di economia: si tratta di Karl Marx). Tornando all’INVALSI, che sia tutto, controllore, censore, giudice, fuorché un ente di ricerca che affianca la scuola, appare nel suo sintomo più evidente: le competenze famose altro non sono che quel che vuole il mercato.

Che tale anello di congiunzione, sotto la maschera della ricerca educativa e didattica, stia diventando troppo robusto cominciano a notarlo anche gli intellettuali che scrivono su Il Sole 24 Ore. Ma è un vezzo da intellettuali appunto, che il giornale dei padroni può permettersi senza intaccare nulla del senso comune. La mentalità che ormai si va formando nelle famiglie e fra docenti, la convinzione, è che sia il mondo dell’economia, nel modo attuale di produzione, a dover dettare il progetto educativo e di istruzione. I cui esisti è poi possibile portare a misura – si noti un nuovo avvitamento – solo mediante i test, i questionari orientativi, i format precompilati. Insomma si tratta di valutare in maniera statisticamente credibile. La statistica da scienza di previsione per orientare la politica degli stati si fa misura di tutte le cose umane.

Ultimo, ma non ultimo, nella relazione illustrativa della delega n.384, notevole, per sagacia manipolativa, l’eliminazione del test come prova d’esame di fine primo ciclo. Il test ricompare come “requisito per l’ammissione all’esame”, dunque in posizione di ruolo dominante.

2. Sovrastimare

Per non sfigurare a fronte degli appassionati di tabelle e algoritmi provo anch’io a dare i numeri. Almeno alcuni, per orientare chi ha letto la prima parte di commento.

Cominciamo da due tabelle frutto di una ricerca del gruppo Data Giovani che, come recita la pagina di presentazione, è una agenzia con l’ambizione di fungere da “sindacato dei giovani”, missione un po’ singolare, non c’è che dire. Sempre perché il diavolo sta nei dettagli, la ricerca ha in esergo un aforisma di Oscar Wilde: “You can never be overdressed or overeducated”. Né eccessivamente abbigliati, né troppo istruiti. Ambiguo il significato, quanto basta per essere stato utilizzato anche da case di moda per promuovere collezioni dall’eleganza non chiassosa.

“Overeducated” è il termine inglese che indica coloro che sono troppo formati rispetto al tipo di mercato del lavoro esistente e alle mansioni che vengono loro offerte e accettate. “Overskilling” definisce i troppo competenti (o abili…), sempre in relazione al gioco della domanda-offerta

Scuola – lavoro <<OVEREDUCATED>>

Datagiovani

IDENTIKIT OVEREDUCATION

Giovani occupati in base al titolo di studio nel 2016 (dati in Migliaia)

Diplomati

668

overeducated

117

Laureati

1.129

overeducated

290

Genere

Area geogr.

Tipo di scuola

Genere

Area geogr.

Tipo di laurea

Maschi

86

Nord

72

Professionali

44

Maschi

93

Nord

169

Umanistiche

69

Femmine

31

Centro

23

Tecnici

58

Femmine

197

Centro

66

Scienze sociali

122

Sud Isole

22

Classici e scientifici

5

Sud Isole

55

Scienze Naturali

27

Artistici e linguistici

10

Ingegneri architettura

16

Scienze mediche

20

Altro

36

Fonte: Il Sole 24 Ore, 15.1.2017

LA DISOCCUPAZIONE PER TIPO DI ISTRUZIONE

Tasso di disoccupazione dei 25-34enni con un’istruzione secondaria superiore o post secondaria non terziaria più alto conseguito

GENERALE PROFESSIONALE

ITALIA

MEDIA OCSE

MEDIA UE

ITALIA

MEDIA OCSE

MEDIA UE

18,3%

10.0%

11,7%

15,3

9,2

10,8

Fonte: Il sole 24 Ore, elaborazione su dati MIUR

I NEED

Persone tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano o non seguono un percorso di formazione

Uomini Donne

ITALIA

MEDIA OCSE

MEDIA UE

ITALIA

MEDIA OCSE

MEDIA UE

26,0%

12,0%

13%

28,0%

17%

16%

Fonte: Il sole 24 Ore, elaborazione su dati MIUR

Il paradosso è che, mentre i possessori di titoli di studio superiori sono in Italia ancora in numero minore rispetto alla media europea, sono troppi per conseguire un’occupazione che saturi il livello ottenuto alla fine del percorso di istruzione. Dove sta il marcio?

Secondo alcuni blogger di formazione economica (Caroleo-Pastore in lavoce.info, luglio 2013) il mancato allineamento fra corso di studi e opportunità di lavoro è legato al collegamento instabile fra gli enti di formazione e mercato. L’università nella formula 3+2, per provare a soddisfare il mercato, dovrebbe essere ancora più generalista, orientata al lavoro nel triennio, così come più efficaci, anche a livello di impegno delle aziende, i percorsi di ASL. Il fatto che gli over siano soprattutto “le” over, le donne, dipende dalle scelte che le orientano verso le facoltà umanistiche (inutili? femminilmente legate al pensiero di cura?).

Un altro dato da accostare a questo, sempre difficile da commentare se non si esce dal paradigma economico neoliberista, è quello fornito negli ultimi anni dall’Istat sul fenomeno Not Education Employment Training ((NEED), nel rapporto su Il Benessere Equo e Sostenibile (BES). Si tratta di soggetti che non studiano e non lavorano. In percentuale più donne che uomini, più giovani madri che ragazze senza figli (un interessante caso di lavoro riproduttivo non retribuito, né socialmente né economicamente, non meritevole!). Spesso questi giovani non hanno conseguito alcun titolo rientrando, per il verso del dato scolastico, nel novero degli Early Leavers, coloro che hanno abbandonato la scuola. Secondo il manifesto de La Buona Scuola avrebbero dovuto anche questi essere salvati dalle misure di ASL nelle tre versioni ad effetto mediatico: Impresa Didattica, Bottega Scuola e Apprendistato Sperimentale. L’Istat, nel 2015, ricordava che l’INVALSI non incrocia questi dati, non ha elementi sugli ingressi universitari, nessuna continuità di rilevazione dell’incremento delle famose competenze lungo il percorso scolastico. Interessante sarebbe sapere cosa davvero intenda il responsabile-prove dell’Istituto, il dottor Ricci, per calcolo del valore aggiunto.

Concludendo utilizzo una citazione da un’interessante relazione di Francesco Piccioni al Forum “Il piano inclinato degli imperialismi”, organizzato dalla Rete dei Comunisti (Bologna 7/03/2015; in Sinistrainrete 24/01/2017) sulle attuali trasformazioni del lavoro, completamente ignorate dalla retorica governativa.

I problemi veri sono iniziati con la terza rivoluzione industriale, incentrata su comunicazioni e informatica.

Quest’ultima ha aperto la via alla rapida sussunzione del lavoro intellettuale da parte delle macchine. Il che ha bruciato anche la possibilità di creare nuovi lavori, perlomeno in una dimensione sufficiente a coprire almeno le “perdite”.

Riassumiamo brevemente modalità e diffusione di questa sussunzione:

a) il lavoro intellettuale umano è scomponibile essenzialmente secondo due modalità principali: 1) l’applicazione di procedure già elaborate, grosso modo secondo lo schema dei processi deduttivi, per l’affrontamento di problemi già noti e risolti e 2) la risoluzione di problemi nuovi o irrisolti, con l’obiettivo di formulare nuove procedure operative, secondo lo schema dei processi induttivi.

b) la stragrande maggioranza del lavoro intellettuale umano, ovvero nella stragrande maggioranza degli esseri umani e comunque nella quasi totalità delle operazioni intellettuali quotidiane, è dedicata all’apprendimento o applicazione di procedure già note (dal campo tecnologico a quello amministrativo); un’area immensa che si estende man mano che il progresso scientifico (compresa ovviamente la “scienza dell’organizzazione”) risolve nuovi problemi o elabora soluzioni migliori di quelle già note.

c) la totalità delle operazioni di applicazione di procedure può essere ridotta ad algoritmi di qualsiasi complessità in base a tre sole operazioni logiche: sequenza, iterazione, selezione; in altri termini a istruzioni basate su un ordine successivo di operazioni (sequenza), ripetute fino al raggiungimento di un obiettivo x (iterazione), con scelte predeterminate delle strade da prendere in presenza di certe condizioni (“se… allora…”).

d) la scrittura di algoritmi basati su queste tre operazioni costituisce tutto il lavoro dell’informatica.

e) ogni attività seriale – sia di tipo classicamente industriale, sia nel lavoro una volta detto “di concetto” (impiegatizio, amministrativo, ecc) è stata negli ultimi 30 anni riscritta dalle applicazioni informatiche; e il processo non è affatto concluso (si pensi a quante decine di milioni di dipendenti pubblici potranno essere sostituiti in tutto il mondo una volta che l’informatizzazione delle pubbliche amministrazioni sarà effettivamente completata, con la messa al lavoro di una (frazione minima di) generazione “nativa digitale”, senza dunque problemi di adattamento a modalità di lavoro del tutto informatizzate.

f) ogni attività lavorativa, dunque, ha visto drasticamente ridotta la quantità di lavoro umano per unità di prodotto, incrementando quindi i livelli di disoccupazione per ragioni tecnologiche.

Rimando alla lettura completa della relazione di Piccioni perché essa svela come il cantiere degli studi marxiani sia un luogo di frequentazione necessario per provare a capire qualcosa sulle scelte che gli stati stanno facendo in termini di politica economica e scolastica. Malgrado i profondi cambiamenti delle nostre società rispetto a quella analizzata da Marx, rimane indiscusso il rapporto capitale-lavoro, nella trasversalità delle relazioni sociali fra chi compra capitale umano e chi solo si può vendere come tale, per vivere.

 


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