Il Feticcio dei numeri e il Totem OCSE

Le bufale dell'OCSENon è la prima volta che il feticcio dei numeri fa le sue vittime, ma di rado arriva con tanto clamore e suscita, speriamo, tanta vergogna. Non vogliamo però perdere l’occasione per ricordare ai nostri lettori che il feticcio dei numeri è il paravento che serve a perpetuare pratiche di falsificazione permanente della realtà. Basta presentare un fascio di fogli riempiti di tabelle percentuali, ascisse ordinate, grafici e, quasi sempre, le capacità critiche e lo stesso “senso critico comune” esercitati per anni nei più svariati campi, ahimè anche quello della ricerca, battono in ritirata, o subiscono un ottundimento letale.

Quando poi, come in questo caso, al Feticcio dei numeri si aggiunge il totem delle fonti accreditate, il patatrac è compiuto e irreversibile. Il Totem che nessuno riesce a mettere in discussione di cui parliamo è l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico)(1). “Basta la parola” per provocare l’ottundimento totale: nessuno che si domandi quale sia lo scioglimento dell’acronimo. Se a qualcuno capita che ci sbatta il muso, mai che si ponga la domanda: ma che c’azzecca con la rilevazione oggettiva e standardizzata degli apprendimenti, con i test con cui vengono sottomessi interi sistemi scolastici, milioni di docenti, milioni di studenti?

Ma ancora di più alla radice, quali sono le legittimazioni democratiche, scientifiche, accademiche e professionali, per poter imporre agli stati i dati indispensabili perché i decisori politici possano decidere “Consapevolmente e responsabilmente?”. Ci limitiamo in questa sede al solo aspetto fondante e imprescindibile della legittimità democratica, bastano poche parole: questa legittimità non esiste, l’OCSE è un ente totalmente antidemocratico. L’unica cosa che rappresenta sono le élite finanziarie egemoni che infiltrano nell’OCSE i loro rappresentanti. Quindi non i Parlamenti, non i Governi, ma neppure l’economia sono i mandanti, ma solo i gruppi e i circoli finanziari che eccellono nelle strategie del potere da esercitare sugli stati al fine di far valere la supremazia e il comando della finanza.

Come scrive Baccini sulla rivista Roars.it “Non è questa la sede per discutere la fondatezza metodologica dei test PISA e PIAAC…”, constatiamo però, ahinoi, che non è mai la sede per un discorso di merito su quali dati produce l’OCSE, dati autoprodotti ed autoreferenziali sui quali fonda le sue valutazioni. Ma soprattutto, quando pure si entra nel merito, mai si pensa di avere come interlocutori genitori e insegnanti e non scaltri ricercatori al sondo dell’OCSE. Ma non per questo siamo disposti a rinunciare alle nostre responsabilità, di genitori, educatori ed insegnanti, nelle scelte che riguardano figli, nipoti ed alunni ed anche quale debba essere o diventare la “scuola della repubblica”.

Piero del Gruppo NoINVALSI – Roma

La bufala del giorno

La “Buona scuola”? Un miracolo… retroattivo

Di Alberto Baccini 31 marzo 2017 ore 12:34 (su Roars.it)

La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e i poveri”. Questo il titolo con cui La Repubblica 29/3/2017 ha dato notizia di una ricerca OCSE appena pubblicata. Un titolo che è un vero assist per la ministra Fedeli che scrive: “I dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate.” Segue anche Matteo Renzi che commenta: “La notizia più bella riguarda la scuola visto che oggi l’OCSE ci promuove”. Peccato che gli unici dati del rapporto OCSE riferibili alla scuola siano quelli dell’anno 2000! Quando era ministro dell’istruzione Tullio De Mauro, le scuole secondarie inferiori si chiamavano ancora scuole medie e c’era ancora la scuola elementare. Possiamo quindi affermare con certezza che i dati OCSE commentati dalla Ministra e da Matteo Renzi, non dicono proprio nulla sulla scuola italiana di oggi. A meno che non si sia verificato un miracolo retroattivo, e la “Buona scuola” abbia migliorato l’inclusività delle scuole elementari e medie italiane nel 2000.

Segue anche Matteo Renzi che commenta su Facebook, prontamente rilanciato dall’ANSA:

la notizia più bella riguarda la scuola visto che oggi l’OCSE ci promuove. Continuo a pensare che sulla scuola abbiamo fatto molto ma abbiamo anche sbagliato approccio. Punti come il merito, l’alternanza scuola lavoro, la fine del precariato, il potenziamento degli insegnanti, la formazione, l’edilizia scolastica, il diritto allo studio … sono tuttavia [sic] per me molto importanti.”

Ma quali sono le belle notizie che arrivano dai dati OCSE? E soprattutto è vero che con quel rapporto l’OCSE promuove la “scuola italiana”? Per capirlo non c’è bisogno di leggere le 118 pagine del rapporto completo, basta leggere la sintesi predisposta per la stampa (Allegata qui).

Per ogni paese il rapporto rileva, in un campione di quindicenni, la disparità di competenze dovuta alle condizioni socio economiche e la confronta con la disparità di competenze a 12 anni di distanza, quando quei quindicenni hanno ormai raggiunto i 27 anni di età.

Per ogni paese, OCSE considera il campione degli studenti 15-enni sottoposti al test PISA (Programme for International Student Assessment), suddivisi in individui avvantaggiati, con un genitore laureato e più di 100 libri in casa, e in individui svantaggiati, che non hanno genitori laureati e meno di cento libri. Viene quindi calcolato il risultato medio nei test dei due gruppi. La differenza tra i risultati dei due gruppi è considerata l’indicatore di disparità di competenze riconducibile alla differenza di condizioni socio economiche individuali. Gli individui nei due gruppi sono giovani che hanno concluso la scuola secondaria di primo grado. Per cui i risultati di questa disparità sono interpretati come determinati in gran parte dalla scuola: un elevato grado di disparità indica una scuola con basse capacità di recuperare gli svantaggi socio-economici individuali, e viceversa.

Questo primo indicatore di disparità viene poi confrontato con un indicatore di disparità costruito in modo del tutto analogo, considerando il campione dei giovani adulti (26-28 anni) di ogni paese che sono stati sottoposti all’indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies).

Non è questa la sede per discutere la fondatezza metodologica dei test PISA e PIAAC (una ottima rassegna divulgativa in italiano del dibattito internazionale è disponibile qui). Serve invece sottolineare che l’obiettivo della ricerca OCSE è verificare se le disparità di competenze tra individui avvantaggiati e svantaggiati tenda ad amplificarsi o a ridursi nel passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Per realizzare una ricerca di questo genere sarebbe necessario in linea di principio che gli adolescenti sottoposti al test PISA siano sottoposti dodici anni più tardi al test PIAAC. Poiché questa indagine è tecnicamente molto complessa e costosa, OCSE ha trovato una soluzione ingegnosa (ancorché non convincente). Ha considerato i dati relativi al test PISA dell’anno 2000, che fu realizzato con un campione di individui che avevano circa 15 anni nel 2000 (nati nel 1985); e li ha confrontati con i risultati dell’indagine PIAAC realizzata nel 2012, realizzata su un campione di giovani adulti (27 anni) che nel 2000 avevano appunto quindici anni.

Ecco il grafico di sintesi. Dove nella legenda si legge quali sono gli anni di riferimento. Non era poi così difficile.

Quali sono i risultati dell’indagine per l’Italia? I risultati dell’indagine OCSE dicono che nel 2000 in Italia le disparità di competenze tra il gruppo dei più avvantaggiati e quello dei meno era da considerarsi come di “medium size” (per questa nomenclatura si veda il rapporto OECD completo a p. 40). Avete letto bene. Il rapporto OCSE pubblicato ieri si riferisce ai dati del 2000, quando era ministro dell’istruzione Tullio De Mauro, quando le scuole secondarie inferiori si chiamavano ancora scuole medie e c’era ancora la scuola elementare.

Possiamo quindi affermare con certezza che i dati OCSE riportati su Repubblica, che omette ogni riferimento temporale, e commentati dalla Ministra Fedeli e da Matteo Renzi, non dicono proprio nulla sulla scuola italiana di oggi. A meno che non si sia verificato un miracolo retroattivo, e la Buona scuola di Renzi abbia migliorato l’inclusività delle scuole elementari e medie italiane nel 2000. Come sembra emergere dalla nota stampa della senatrice Francesca Puglisi:

Un suggerimento per la ministra. Ci permettiamo quindi di suggerire alla ministra Fedeli di modificare l’apertura del suo comunicato stampa scrivendo una cosa del tipo: “I dati pubblicati dall’OCSE ci dicono che nel 2000 la scuola italiana era una scuola inclusiva”. E forse anche Renzi dovrebbe modificare il testo del suo post scrivendo:

oggi i dati OCSE promuovono la scuola italiana del 2000”.

Ma forse neanche queste correzioni corrisponderebbero ai dati presentati dall’OCSE, perché i dati dicono che la scuola italiana del 2000 non era poi così inclusiva. I dati dicono che nel 2000 le disparità socio economiche erano “medie”, sicuramente inferiori a quelle degli Stati Uniti e della Turchia, ma maggiori di quelle registrate in Austria, Francia, e soprattutto Irlanda, Finlandia, Grecia, Svezia e Norvegia. Non era quindi neanche allora “la migliore d’Europa”, e forse neanche quella scuola sarebbe stata da promuovere.

Quella scuola “mediamente” inclusiva, nell’ultimo quindicennio è stata sottoposta ad una cura a base di “meritocrazia”, aziendalizzazione, valutazione, INVALSI e feticismo delle classifiche. Cura il cui obiettivo principale è stato la riduzione della spesa e il recupero di efficienza, non certo quello di far diventare la scuola “sempre più inclusiva” per parafrasare ancora la Ministra Fedeli. Viene il dubbio che si sia sbagliata la cura. Anche a causa di una discussione pubblica sul tema dell’istruzione e della ricerca che è stata ed è caratterizzata da interventi di imbarazzante incompetenza, come dimostra in modo magistrale, la surreale discussione originata dall’ultima ricerca OCSE.

Sia concesso chiudere con una nota di speranza. Gli unici ad aver guardato con attenzione la ricerca OCSE sembrano essere gli studenti dell’UDU che in un felice tweet hanno sintetizzato correttamente i risultati per l’Italia: “le disuguaglianze crescono dopo la scuola dell’obbligo” (e questi almeno sono dati 2012!).


NOTE
(1) L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in inglese Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD); in francese Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato.

L’organizzazione svolge prevalentemente un ruolo di assemblea consultiva che consente un’occasione di confronto delle esperienze politiche, per la risoluzione dei problemi comuni, l’identificazione di pratiche commerciali ed il coordinamento delle politiche locali ed internazionali dei paesi membri[1].

L’OCSE conta 35 paesi membri e ha sede a Parigi, nello Château de la Muette. (tratta da Wikipedia il 3-4-2017)

Sono scomparse da Wikipedia le biografie di sette dei nove segretari generali che si sono succeduti dalla nascita dell’OCSE, presenti sul sito fino a 4 anni fa. Possiamo però affermare con certezza che tutti e nove hanno avuto un ruolo nell’alta finanza sia nel loro paese sia a livello mondiale. Il ministro Padoan, per esempio, ne è stato vice segretario fino a due anni fa. P.C.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...