Alternanza scuola lavoro. Giovane pragmatismo e vecchie utopie

di Renata Puleo

Due riflessioni a partire dalla pubblicazione dell’inchiesta sull’Alternanza Scuola Lavoro (ASL) da parte dell’Unione degli Studenti (UdS), di cui su questo blog abbiamo già dato conto, e dalla lettura di un articolo apparso sull’ultimo numero di Le Monde Diplomatique, a firma del Presidente della Confederazione degli Studenti Universitari Cileni (giugno 2017).

1. L’ultima parte del fascicoletto curato dalla UdS, “Diritti non piegati”, presenta una proposta di statuto in 15 articoli che dovrebbero costituire i punti di riorganizzazione del sistema di ASL. Il sistema, tutt’altro che sistemico, se la parola ha ancora il senso non di una semplice somma di parti bensì di un assetto originale assunto da un fenomeno, ha rivelato tutte le sue magagne e storture. L’ASL è figlia di una concezione della scuola ancillare al mercato del lavoro; La Buona Scuola che ne è la cornice, è in netta corresponsione di intenti con il Jobs Act. Ma se il dispositivo del Governo sui nodi “fare-sapere” “istruzione-formazione-lavoro”, se dall’indagine condotta dalla UdS, emergono aspetti di gravità e pericolosità nelle pratiche e nella cornice ideologica, perché non provare ad affossare il tutto invitando alla lotta, al boicottaggio e invece proporre emendamenti di compromesso? Lo spiega a Piero Castello, durante una intervista rilasciata a Radio Onda Rossa di Roma, Francesca Pucci, portavoce della UdS: l’Unione è d’accordo sulla necessità di fare alternanza, crede fermamente che il lavoro debba entrare a scuola, si tratta di vigilare sulla legalità degli interventi e sulla effettiva fruibilità dei vantaggi.

2. Patricio Medina Johnson, laureato in Scienze Economiche, master in Economia Finanziaria e presidente della summenzionata Confederazione di Santiago, propone una via “scandinava” per il Cile. Un Cile finalmente uscito dal buio, un paese che accetta tutte le sfide per diventare “più democratico, più equo e meglio sviluppato”. L’articolo ha un classico tono liberale, direi socialdemocratico; la proposta per rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia e rispetto alle scelte di istruzione e formazione, è piuttosto generica. Ma ciò che mi colpisce è il discorso, l’articolazione in parole che abbiamo in questi anni letto e ascoltato in mille mantra, dal lato della sinistra riformista e da quello dei soloni del neoliberismo. Sviluppo, progresso, standard di qualità per l‘istruzione, competenze, prospettive ampie sul mondo, economia cognitiva… sappiamo quanto sia possibile marcare questo vocabolario e piegarlo al servizio del mercato. Parole messe al lavoro.

L’economista Manuel Antonio Garretòn, tracciando un quadro chiaro e desolante del dopo Pinochet, ci parla di una concertazione democratico-cristiana e socialista debole, capace di costruire solo un “neoliberismo corregido y un progresismo limitado”; le scelte economiche e politiche del nuovo Cile si sono rivelate in linea con un trasformismo funzionale al mantenimento del Sudamerica come cortile di casa americano.

Gli studenti dai due lati dell’Oceano hanno smesso di sognare entrando nell’età adulta; oppure non è stato loro possibile, essendosi formati alla fine degli anni ’80 e oltre, imparare che l’utopia significa continuare a camminare, come diceva Eduardo Galeano. Mi viene in mente Gèrard Lutte, figura importante, oggi spesso dimenticata, di professore, a Roma, di animatore sociale nella periferia romana della Magliana, di attivista in Nicaragua e in Guatemala. In un’intervista rilasciata a Geraldina Colotti su il manifesto nel 2015, Lutte parla dei rivolgimenti abortiti a causa del giogo statunitense e della sua speranza che “la” rivoluzione faccia comunque il suo corso. “La” rivoluzione, non un aggiustamento, un adattamento all’esistente, per conseguire un pragmatico meno peggio.

In tema di età evolutiva e formazione, sarebbe importante ricordare di Lutte i saggi sull’adolescenza come invenzione degli adulti, età di passaggio resa critica e difficile dall’inadeguatezze dei padri e dall’inerzia degli stati. In tema di educazione, di formazione a anche di lavoro, sosteneva che i giovani possono essere autonomi già a 15 anni, imparare cos’è il lavoro, mai a scapito dell’otium scolastico, delle pratiche di studio e di formazione. Si studia, con la fatica che Gramsci riconosceva ai percorsi di apprendimento, per capire com’è il mondo circostante, non per adattarvisi, ma per cambiarlo.

Competenze? Qualifiche professionali? Formazione per tutta la vita per affrontare i mutamenti del mercato? Su questo sono sintonizzati i nostri giovani? Su di loro già hanno dato paralizzanti effetti le sirene delle pari opportunità conseguite a prezzo di individualismo e competente-competizione?

Noi, che eravamo adolescenti nel ’68, che abbiamo attraversato con il fiato corto e una speranza non conciliata gli anni ’70, forse non siamo riusciti a creare una memoria, una tradizione che le creature piccole, i giovani, potessero raccogliere e trasformare a loro volta. Li abbiamo allevati un po’ troppo cinici?

Il pensiero va a un’altra realtà lontana, al Chiapas, di cui si riferisce sempre nello stesso numero di Le Monde Diplomatique: la rivoluzione è “ostinata”, l’esperimento continua nella foresta, lo zapatismo può essere ancora un modello. Ma sui nostri media si preferisce parlare di Venezuela e di Brasile, giganti falliti e della necessità di riportare sotto l’ombrello del capitalismo gli stati e le loro economia.

I nostri giovani studenti ignorano che ci sono altri modi per declinare la giovinezza, rispetto alla scuola e al lavoro. Stiamo correndo il rischio di perdere l’intero slancio di una generazione, di vederla invecchiare già vecchia.


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