Quando reinventammo l’esame di quinta

Renata Puleo, Gruppo NoINVALSI

Correva l’anno mirabilis 2004 anzi, stava per concludersi, nella continuità di governo berlusconiano, con una delle più nefaste performances politiche della storia della scuola italiana.

Il 3 dicembre con la circolare n. 85 la Ministra Moratti, figura chiave della Milano da bere e della scuola da vendere, aboliva l’esame di quinta elementare, ribattezzata in primaria. Si trattava di un provvedimento interno al Dlvo 19/02/04 n 59 che, pomposamente per scelte semantiche e per costruzione di discorso, spostava l’attenzione verso i “nuovi profili” di valutazione, dai programmi ai “piani personalizzati”. Insomma, la solita velenosa ipocrisia, funzionale a far credere agli allocchi che abitano le zone grigie del consenso, che tutto stava mutando in meglio, che i processi sarebbero stati finalmente governati in modo più razionale, scientifico. Secondo il MIUR, e il disattento legislatore parlamentare, bisognava considerare che dalla istituzione dell’obbligo, e soprattutto dalla nascita della media unica (L 21/12/62 m 1859), la quinta classe elementare non era più da considerare una passaggio importante. Insomma, non si “licenziava” (in senso giuridico ed etimologico) più nessuno consegnandolo ad altri e più impegnativi percorsi. E ancora, veniva evocata dagli entusiasti e dagli obbedienti, la logora retorica dello stress infantile da evitare. Mentre ben altre prove per l’autostima infantile e adolescenziale si stavano consolidando mediante le modalità di somministrazione dei test con la curatela dei manuali invalsiani.

Fu così che al Circolo Didattico Pietro Maffi di Roma decidemmo – con delibera unanime del Collegio e accettazione informata dei Genitori – di reinventarci l’esame di quinta classe. L’idea non nacque solo per vis polemica legata alla campagna contro l’’INVALSI, con il rifiuto di sottoporre i bambini di II e di V alle prove standardizzate che si andavano precisando nella mente del MIUR e dell’Istituto Nazionale di Valutazione come obbligatorie. Maturammo in molte riunioni ad hoc (ancora nella scuola era possibile dedicare tempo a queste “faccende”) ben altre motivazioni educative e pedagogiche. Partimmo dell’assunto che nella nostra società sempre più liquida gli adulti non usavano più segnare i passaggi da un’età della vita all’altra attraverso la celebrazione di rituali di accompagnamento. Ci sembrò chiaro che questo mancare una tradizione culturale e antropologica fosse l’ennesima prova del rovinare verso le “pratiche stereotipate che comportano l’accettazione collettiva dell’inerzia [e la promozione ] del mito della adolescenza eterna […] conseguenza di un addestramento sempre più universale dell’individuo come colui che sta dinanzi allo scintillio del mercato” (A. Badiou <<La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani>>. 2016, pp 60-61). Insomma, la voce dal basso del mondo della scuola anticipava analisi preoccupate sui cambiamenti in corso, sul mutare dei contesti formativi come movimento regressivo di tutta una collettività.

Insegnanti e bambini di quinta si misero al lavoro. Si trattava di costruire una giornata gioiosa a attiva in cui svolgere prove che mostrassero cosa la classe, al suo completo, i vari gruppi di lavoro al suo interno, avessero imparato nell’arco dei cinque anni, di come tutti e ciascuno avessero costruito sapere comune. Ogni classe inventò una batteria di lavori, dal disegno, al testo, al problema di matematica,un testo di storia da recitare come a teatro. Tutto si sarebbe svolto con ritualità codificata in un protocollo stilato da bambini, dalla formazione di gruppi fino alla predisposizione dei famosi fogli timbrati, con le cornicette colorate ai margini (del buon tempo antico: che passatisti questi bambini!!). Non sarebbe stato attribuito ai lavori alcun voto numerico, ma la classe come giuria, gruppo di giudizio non giudicante, avrebbe commentato il proprio lavoro. Nei giorni successivi i compiti sarebbero poi passati al vaglio delle altre quinte classi. Totale tre giorni di impegno, più il lavoro preparatorio. Ovviamente nessuno obbligo per i genitori di portare i figli a scuola ad anno ufficialmente terminato: non si registrò una sola assenza!

Ripetemmo l’esperienza negli anni successivi, andò bene, la partecipazione e l’entusiasmo si mantennero. Ma come succede sempre, sempre è purtroppo il tristissimo l’avverbio temporale che caratterizza le analisi sulle vicende scolastiche, non sapemmo capillarizzare l’esperienza. Alla Maffi – ci venne detto da più parti – siete i soliti originali, gli eretici di professione, con i bambini ancora a scuola, mentre i compagni sono in vacanza…mentre gli altri stavano davanti alla TV in attesa dell’apertura dei centri estivi, glossò qualcuno di no.

Torno in chiusura a Badiou. Il testo a cui ho fatto già riferimento più su è quello che mi sta affascinando in questi giorni. Scrive il filosofo: “ [La scuola] è riconosciuta da ogni parte come essenziale, ma la sua crisi è appena cominciata. Accelerano i processi di smantellamento, di privatizzazione, di segregazione sociale, d’impotenza educativa. Perché? Perché alla scuola non si chiede più di diffondere fra le masse un sapere partecipato, e neppure una formazione lavorativa utile. Le si chiede – e sarà sempre più questa la sua funzione – di trascegliere e proteggere i corpi meritevoli.” (pp 68-69). Per il filosofo francese il corpo meritevole è quello che, obbediente, consapevole delle sue pecche e dei suoi debiti, “si dispone sul mercato al miglior prezzo”. Non c’è iniziazione, non c’è tradizione, c’è solo il deserto del presente.

Notarella a margine. Al Circolo Maffi non si fa più l’esame di quinta da anni. Dirigente e staff lavorano alacremente ai format, alle registrazioni elettroniche, alla correzione delle prove. Prove somministrate in quinta e in seconda classe come un solitario affare personale, ciascuno per sé.


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