L’alternanza scuola lavoro non è emendabile va semplicemente cancellata

Alternanza scuola lavoroNon sono pochi i genitori e gli insegnanti che pensano: “Alternanza Scuola Lavoro, ottima idea!! Peccato che viene realizzata male! Basterebbe un po’ più di impegno del Ministero, qualche programmazione ben fatta dalla scuola, tutor preparati ad hoc, un po’ di finanziamenti in più…” e via mugugnando.
Le nostre idee sono nettamente diverse:
1) La preparazione degli studenti alla futura, ed eventuale, vita lavorativa non ha proprio bisogno di nessuna formazione professionale. È invece indispensabile avere una preparazione di base, una cultura generale che renda possibile un futuro adattamento a lavori e funzioni future che, onestamente, oggi non sono neppure immaginabili.
2) Lo stato non può e non deve farsi carico di una formazione professionale che non potrà che avvenire sui posti di lavoro a partire da una cultura di base vasta e approfondita che la rende possibile ed efficace. D’altronde la nostra Costituzione proprio questo aveva previsto che la formazione professionale, organizzata localmente fosse successiva l’obbligo scolastico e in nessun caso sostitutiva.
3) Il livello di cialtroneria, approssimazione e improvvisazione con cui è stato predisposta la normativa e la successiva realizzazione dell’esperienza non può essere imputato ad un caso o ad un errore da rimediare. Don Milani avrebbe detto che pensare ciò dell’Alternanza Scuola Lavoro sarebbe come pensare che un carrarmato è l’esito casuale dell’incontro di un po’ di ruote, qualche cingolo, dei bulloni che si sono incontrati ad un incrocio.
4) Non c’è una sola delle esperienze descritte delle peggiori e maldestre che non risponda all’esigenza di imporre con gradi e forme diverse ubbidienza, silenzio e conformismo come atteggiamenti indispensabili alla realizzazione di un “buon lavoratore”. Anche le buone esperienze che scuole e studenti avevano scelto autonomamente sono state corrotte e ridotte a lavoro coatto, corrotto e servile, nel giro già del solo primo anno. Queste buone pratiche avevano due grandi difetti: il primo era quello della scelta e volontarietà, il secondo era che spesso, soprattutto per gli studenti degli Istituti Tecnici e Professionali si trattava di lavoro vero pagato contrattualmente definito con contratti stagionali, contratti tra i più tutelati e meglio retribuiti.
5) Soltanto chi è fuori ed estraneo al lavoro dipendente e salariato può non accorgersi che l’Alternanza Scuola Lavoro è il punto più alto raggiunto da un processo di “desalarizzazione” del lavoro dipendente. Desalarizzazione che avanza in molte diverse forme: lavoro gratuito all’Expò di Milano, il dilagare dei voucher che privavano i voucheristi di ogni diritto sociale e contribuzione relativa, le più svariate forme di precariato legalizzato solo per ottenere un costo del lavoro più basso e lavoratori più sottomessi, la decontribuzione per i nuovi contratti costata in tre anni (2015/2017) 20 miliardi trasfusi dal salario dei lavoratori dipendenti ai capaci portafogli del loro datori di lavoro.
Qui cessano le nostre considerazioni, interessati a conoscere idee e pensieri dei nostri lettori.

Piero Castello

Diritto allo studio, diritto al lavoro

Pubblicato il 17 ott 2017

Loredana Fraleone*

Nel 1973 il contratto nazionale dei metalmeccanici introdusse una novità rivoluzionaria, che stabiliva il diritto allo studio per i lavoratori. 150 ore venivano sottratte all’orario di lavoro e destinate alla frequenza pomeridiana o serale di corsi, che si concludevano con un esame per il diploma di terza media, si fecero qua e là anche nelle scuole superiori in via sperimentale.

I corsisti uscivano un’ora prima dal luogo di lavoro per recarsi a scuola, dove incontravano altri lavoratori, altre esperienze, altri mondi. Ben presto quasi tutti i contratti nazionali delle altre categorie ottennero questo diritto, che divenne un fenomeno di massa, educò alla lettura e allo studio decine di migliaia di lavoratori e  lavoratrici, ma anche molte/ insegnanti a misurarsi con problemi spesso sconosciuti, di altri mondi, in un rapporto dialettico che modificò la loro concezione della relazione tra chi insegna e chi impara, poiché spesso avveniva una inversione di ruoli. Questa conquista straordinaria mise in stretta relazione i due diritti, poiché lavoratori più istruiti sapevano lottare con più forza per migliori condizioni di lavoro e di vita, s’introdusse l’idea che la divisione sociale del lavoro si può cambiare con tempo liberato per la conoscenza, la cultura, la fruizione delle arti.

Conquiste nel solco della Costituzione Repubblicana, che allora si tendeva ad attuare e non a stravolgere e nella quale il diritto al lavoro e quello allo studio s’integravano nell’articolo tre, dove si stabilisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli……….che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Con il ”job’s act” e la “buona scuola”, ci troviamo di fronte ad un rovesciamento di questo paradigma. Lo dimostra l’alternanza scuola lavoro, dove si sottraggono ore di studio per “il rapporto con il mondo produttivo” o meglio per l’addestramento a un lavoro precario e non pagato. In questi giorni alcune organizzazioni di studenti hanno indetto scioperi e manifestazioni contro lo sfruttamento, che si è verificato in recenti esperienze e molti di loro hanno subito, facendo lavori di bassa manovalanza, con la complicità del ministero, la connivenza di alcune istituzioni scolastiche, dirigenti e anche insegnanti.

In molti casi invece, specialmente nei licei, si è cercato di limitare il danno, con una gestione tesa a tutelare ragazze e ragazzi da forme becere di sfruttamento e da esperienze del tutto estranee al loro percorso di studio.

Non è emerso però, almeno nei media, l’altro aspetto significativo di questa misura palesemente ideologica dell’alternanza, cioè la sottrazione di ore di lezione, 200 per i licei, 400 per i tecnici e professionali, che ha ridotto nel triennio superiore le già scarse ore disponibili per le discipline  dei curricoli.

La scuola del neoliberismo porta dunque a un regresso, un capovolgimento appunto dello spirito delle 150 ore e della Costituzione, che promette ai/alle giovani e alla società un futuro che ritorna al passato, quando una scuola classista stabiliva i ruoli sociali e educava al rispetto e all’obbedienza della realtà in quanto tale, solo che oggi invece di richiamarsi ad una volontà divina, ci si richiama a quella del mercato.

*Resp. Scuola, Università e Ricerca Prc S.E.

Il fanatismo patologico dell’alternanza scuola-lavoro

Precariato. L’alternanza scuola-lavoro non è una buona idea male applicata, ma un progetto di rieducazione della forza lavoro prodotto di un processo ventennale che ha cambiato la scuola, l’università e la ricerca. Non basterà un “bottone rosso” sul sito per risolvere i suoi problemi

di da ilManifesto.it

L’alternanza scuola-lavoro rappresenta senza ombra di dubbio l’aspetto più insopportabile della cosiddetta «buona scuola». Poiché – a differenza del bonus premiale, della «chiamata diretta», delle nuove regole per il reclutamento o della governance e, più in generale, di tutte le manipolazioni culturali, didattiche e professionali cui docenti vecchi e nuovi sono sottoposti dall’entrata in vigore della riforma ma che possono ancora combattere sul fronte politico-sindacale – essa, al contrario, si accanisce pervicacemente su studenti adolescenti nel loro percorso di studi superiori, imponendosi prepotentemente nella loro esperienza quotidiana e deformando il loro sguardo sulla scuola e sul mondo.

Aver introdotto 400 ore di alternanza obbligatoria nel triennio degli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei significa aver sottratto, per legge, altrettante ore di istruzione a milioni di studenti che, fuori dalla fascia dell’obbligo, hanno scelto di proseguire gli studi. Che hanno scelto gli studi, non il lavoro e, soprattutto, non la finzione del lavoro o il lavoro demansionato. Che, e non è solo il caso dei liceali, intendono andare all’Università e magari specializzarsi ulteriormente con percorsi formativi di alto livello.
Significa aver allontanato dai banchi, dai libri, dalle letture, dalle lezioni, dal tempo lungo e lento dell’apprendimento cognitivo e meta-cognitivo milioni di studenti, per sperimentare, in cambio, qualcosa che loro non desiderano e di cui non hanno bisogno: il lavoro non qualificato e non pagato. E, forse anche più spesso, il nulla di un tempo vuoto, senza istruzione e senza formazione, in cui l’unica cosa insopportabilmente reale è il ghiotto boccone del finanziamento pubblico e dei voucher che passa, con questa legge, ogni anno, dalle scuole ai privati. Perché questo è l’orizzonte di senso in cui si iscrive l’alternanza scuola-lavoro: meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione.

Con buona pace della Ministra, che la definisce una «innovazione didattica» senza probabilmente comprendere il significato profondo della parola «didattica», ovvero di quel settore della pedagogia che studia i metodi dell’insegnamento, ma forse alludendo, chi sa quanto consapevolmente, alle inquietanti innovazioni di questa didattica e dunque di questa pedagogia neoliberista, un’antipedagogia il cui fine ultimo è l’assoggettamento acritico alle leggi di un mercato globale che reclama ovunque manodopera più ignorante, più inconsapevole e più servile.

Le proteste, le voci critiche, le richieste di moratoria, di abrogazione, le manifestazioni e gli scioperi si allargano a macchia d’olio: venerdì scorso 13 ottobre decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutta Italia. La risposta della Ministra non può essere il «bottone rosso» di una piattaforma web per segnalare gli abusi, né tantomeno la chiamata di tutti i rappresentanti dell’economia agli Stati Generali convocati per il prossimo 16 dicembre.

L’alternanza scuola-lavoro non è, come ragliano gli ostinati cantori della «buona scuola», una buona idea male applicata. Alla prova dei fatti, è l’ennesima mistificazione di uno Stato cialtrone che, a dispetto di ogni evidenza, persiste nell’errore, piuttosto che fare autocritica e invertire la rotta. Siamo dominati da vent’anni da una sorta di fanatismo patologico dei nostri decisori politici nel perseguire riforme sbagliate e nell’istituzionalizzare apparati di governance su cui il resto del mondo condivide ampie critiche.
Ed è così per tutto: il 3+2 all’Università, i cui effetti positivi sono ormai smentiti annualmente dalle statistiche internazionali; l’autonomia scolastica, viatico di quella progressiva aziendalizzazione della scuola pubblica contro cui si scagliano fior di intellettuali nel mondo; gli organismi di valutazione come Anvur e Invalsi, che perseguono le loro finalità di gestione e di controllo avvalendosi di criteri bibliometrici e di test di misurazione della qualità dell’istruzione che la comunità scientifica e le istituzioni internazionali stanno ormai relegando in un angolo.


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