Marta Fana Non è lavoro è sfruttamento Laterza, Bari Roma, 2017

di Renata Puleo 

Mentre scrivo queste righe, in televisione l’ex ministro Maurizio Gasparri afferma, fra lo sconcerto dei presenti, che Berlusconi ha veramente creato un milione di posti di lavoro. Di una realtà ben diversa scrive Fana, nota per aver sbugiardato un altro ministro pinocchio, Poletti, sui dati relativi all’occupazione (agosto 2015 su il manifesto). Nel 2015 Garanzia Giovani – bufala polettiana – ha inviato ai Centri per il Lavoro un milione di ragazzi fra i 15 e 29 anni: per un impiego gratis. Di queste mistificazioni, di come esse creino senso comune, del Discorso furbo e spregiudicato di chi ci governa, parla il testo. Convinzione ideologica, pressapochismo, ignoranza sistemica: tutto questo alimenta tre ordini di guerre intestine, contro gli immigrati, fra generazioni, fra giovani in cerca di emancipazione lavorativa. Il concetto di sfruttamento, uso del potenziale di lavoro da parte di chi possiede i mezzi di produzione a danno di chi ne è stato espropriato e può solo vendersi (come corpo-mente), attraversa tutta la riflessione. Puntuale, nella disamina dei fattori economici su cui la grande stampa divulga letture volutamente oscure. Provo ad evidenziarne tre aspetti.

  1. i voucher (pp 22,30,63, infra): creati come cambiali, dunque carta moneta per il pagamento di lavoro saltuario, l’INPS ammette di non disporre di dati sulla loro distribuzione; nella Pubblica Amministrazione (università, Comuni, Enti convenzionati, ecc), pare siano passati da 500.000 erogazioni nel 2008 a 2,7 milioni nell’anno successivo, mentre l’occupazione complessiva calava. La CGIL organizza il referendum per la loro soppressione (presentato con i quesiti sociali sull’art 18 e la responsabilità sugli appalti) e il Governo Gentiloni li cassa motu proprio, per reintrodurli come buoni lavoro “PrestO”di cui, a tutt’oggi, dice Fana, poco sappiamo.

  2. l’innovazione tecnologica 4.0: gli effetti sulla produttività (pp 56, 94,141, infra) dimostra un’altra torsione ideologica. Le esternalità positive prodotte dai settori che innovano raramente sono esportabili in modo trasversale fra i vari settori produttivi. Il parco macchine italiano rimane – nel 2016 – fra i più vecchi in Europa (il 27% ha più di 20 anni di vita, le piccole e medie aziende tipicamente italiane non investono in ricerca e robotica); il rapporto mezzi di produzione/forza lavoro sembra ancora ispirato ad un sano taylorismo; gig economy e logistica giocano sui tempi del lavoro manuale come spina dorsale delle produzione di valore; il rapporto fra crescita e produttività continua ad essere legato alla domanda aggregata, oggi mortificata dai bassi salari e dalla caduta del Welfare.

  1. il sistema scolastico: il danno inferto alla popolazione giovane e agli altri “improgettabili” (donne, immigrati, anziani) viene inferto dalla nostra scuola. Incapace di fornire le competenze (skills soft e hard) utili nella transizione istruzione-lavoro? No, esattamente per il motivo opposto, l’essere progressivamente venuta meno al suo scopo “inutilmente” educativo. Vale per i ragazzi, per chi dovrebbe rientrare in formazione nei programmi life long learning; Fana dedica un intero capitolo all’ultima infamia imposta all’istruzione superiore tecnica, professionale, liceale, l’Alternanza Scuola Lavoro (ASL) (p 81), gioco perverso fra La Buona Scuola e il Jobs Act si manifesta per quel che è, una palestra di disciplinamento, dove non si impara cos’è il lavoro, fattore di umanizzazione e di soggettività storicamente intesi (questione su cui sarebbe bene tornare per definirne meglio carattere e confini), ma quel che il mondo del lavoro pretende dai salariati; la classe dirigente si forma in altro modo, in atri contesti.

Rispetto alle responsabilità degli Stati Nazionali nel rapporto con il neoliberismo mondializzato a scala europea il libro si conclude con la lettera aperta al già citato Ministro del Lavoro (p 163), pubblicata su L’Espresso-La Repubblica il 20/12/2015. “Caro Poletti, avete fatto di noi i camerieri d’Europa”: in senso proprio e in senso figurato.


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