Essere poveri: una forma dell’assoggettamento

(Renata Puleo, intervento alla Conferenza Nazionale per l’Abrogazione delle legge 107 e per la riconquista di una scuola che istruisce – Manifesto dei 500, TORINO, 19/05/2018)

L’operazione di sostituzione delle competenze – definizione “in tensione” fra due e più concetti contrari quando non contradditori, propostaci dalla Fondazione Agnelli (Le competenze. Una mappa per orientarsi, il Mulino, 2018, pp 45-61) – alle discipline, alle conoscenze, porta la nostra attenzione su un “Discorso”. Tale Discorso (parola, abiti mentali, fumosa teoria e efficace praxis) sospende la temporalità lenta e discontinua dell’apprendimento del pensiero critico, quello che lavora sui bordi e conosce la crisi, mentre immette nel processo formativo le skill, performanti e discrete, funzionali alla costituzione del soggetto come capitale umano sottoposto ai processi di valorizzazione economica.

Vorrei trattare questo Discorso rispetto a due tematiche dell’Appello per la Scuola Pubblica: la 4° intorno ai dispositivi di alternanza-scuola-lavoro (ASL), la 7° sull’inclusività.

Il capitalismo- disse Etienne Balibar – al posto dell’habitus mentale sviluppatosi organicamente nella connessione fra mano e testa, interpone una conoscenza che si esteriorizza nelle macchine, nella tecnologia e si interiorizza in modi del pensiero atti ad accettarla. Concludeva affermando che in questa maniera il capitalismo non si limita a estrarre valore dal lavoro, dalla forza-lavoro umana e dalla Natura (la ferocia delle pratiche neocoloniali di estrattivismo), ma altera alla radice il principio societario medesimo. 

I dispositivi dell’ASL (Legge 107/2015, art 1 cc33-43- norme in combinato e di cornice) sono concepiti per:

1) alternare una sorta di didattica dell’impresa a quella scolastica, in regime di parità;

2) formare le giovani generazioni alla accettazione passiva del lavorismo contemporaneo e dunque alle attuali forme del lavoro (ovviamente con i dovuti distinguo classisti operati con il diverso regime delle convezioni: licei prestigiosi, licei periferici, istituti tecnico-professionali);

2.1) costruire un consenso basato sulla presunta naturalità dei rapporti sociali ineguali, sulla necessità dell’obbedienza dovuta anche a norme inique, e dunque alla liquidazione del concetto di legittimità, slegato, contrastante anche giuridicamente, con quello di legalità.

I due aspetti contribuiscono alla sistematica distruzione della formazione liceale (L. Russo/ M. Bontempelli, 2000) e di quella tecnico-professionale, anche nella sua forma tradizionale di avviamento al lavoro (si veda la diminuzione di ore di laboratorio e di stage orientanti, mirati). Nel contempo favoriscono l’avvio precoce all’apprendistato svolto direttamente in azienda, condanna per gli adolescenti a scelte di vita di fatto irrevocabili. Come si poteva leggere su uno degli ultimi numeri della rivista Le Monde Diplomatique, si tratta di una tendenza in atto anche in Francia, dove la formazione professionale statale subisce tagli massicci mentre si favorisce quella svolta direttamente in azienda, rendendo in tal modo ancora più classista, legata al retroterra famigliare, la scelta del percorso scolastico.

Le pratiche di ASL deprimono ulteriormente, come se non bastassero i dispositivi dell’INVALSI, la funzione docente, colpendola nella sua caratteristica fondamentale, la valutazione dei percorsi, azione in cui si insinua, per numero di ore e con le modalità previste dalla norma, il tutor aziendale. Successivamente sarà l’ Anpal, l’agenzia del lavoro nata dalle ceneri dell’ISFOL, che definirà l’inclusione dei soggetti nelle 8 qualifiche del quadro europeo, effettuando la cosiddetta “referenziazione delle competenze” (MLPS, DM 08/01/2018 artt.2-5). La cornice si sposta in Europa, i testi di riferimento sono le Raccomandazioni della Commissione, ultima in ordine temporale quella del gennaio 2018; testi ambigui, al limite fra la cogenza come atto giuridico e l’impegno politico vincolante per gli stati membri.

Ma ci spiegano i testi ministeriali, e quelli dei suggeritori eccellenti (Confindustria, associazionismo padronale travestito da centri di ricerca e cultura) – due per tutti le Indicazioni Nazionali-Nuovi Scenari e il documento della Cabina di Regia/MIUR sulla Povertà Educativa – la scuola ha bisogno di affacciarsi alla realtà, di uscire dalla scholè come otium, come amore per la conoscenza. La buona vita, il suo standard ottimale per livelli di consumo, si consegue se si è “inclusi”. E si è inclusi se si accettano le condizioni date dal concetto di norma, ergo si è inclusi grazie all’inserimento nel mondo del lavoro e alle forme del consumo massivo. Lavoro modulato attraverso le modalità che vanno dalla schiavismo, alla prostituzione, alla precarietà a vita: realtà queste che ovviamente non vanno fatte conoscere ai giovani “alternanti”, come punti di defaillance del modello di sviluppoma, tutt’al più – quando capita di incrociarne l’evidenza – come dati di contesto, contingenze. Allora, nella categoria dei potenziali inclusi consideriamo (si vedano i dati dei rapporti annuali BES/ISTAT): i giovani, le donne, gli stranieri, i vecchi, non ultimi i “diversi”. Coloro che per collocazione generazionale, culturale, per difetto, caduta delle facoltà fisico-mentali, si discostano dalla norma compresa nella gobba di una curva di Gauss, di cui invece occupano i due estremi.

Provo a far uso del concetto di povertà per tenere insieme i due corni della mia riflessione, sperando sia convincente o che, quanto meno, faccia discutere. Concetto spurio, sporcato dalle differenze culturali, sempre da contestualizzare rispetto agli scenari geopolitici, qui me ne servo per definire la forza-lavoro espropriata. La forza-lavoro è di per sé capacità di mettere in atto la dynamis, la potenza di operare, di creare con la mente e con la mano, mai separati, di fatto inseparabili. Essa è divenuta, con l’imporsi del modo di produzione capitalista, la facoltà che può essere oggetto di compravendita sul mercato. Liberi – dice Marx – nel senso di apparentemente sciolti da vincoli (quelli feudali, quelli dei commons agricoli, quelli delle corporazioni, ecc), sono i soggetti. Liberi di venderla al miglior offerente. Libertà di fatto negata dai rapporti reali di produzione: a monte perché non si può non venderla visto che è tutto quello che si possiede, a valle perché è chi fa la domanda che detta le modalità contrattuali. Sono poveri ripeto, oggetto di questa transazione ineguale, i giovani, le donne, gli stranieri, i vecchi, i diversi, tutti coloro che ho definito su come passibili di processi inclusivi, la cui disponibilità di forza lavoro dipende dalle condizioni con cui questa si manifesta e dal grado di interesse da parte del capitale di acquistarla, nelle differenti forme di messa a valore, non esclusivamente nella modalità del rapporto salariale.

I portatori di handicap (i DA, i diversamente abili, come vuole la politica corretta, sbiancata: non solo un’ipocrisia, ma una promessa di rendere efficace, diversamente performante anche il differire), la popolazione infantile e giovanile che incaselliamo sotto gli acronimi BES (bisogni educativi speciali), DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), che sottoponiamo a misura, controllo, classificazione, addestramento, rientrano nella categoria dei poveri in quanto espropriati. Non bastando la anodina violenza operata sui corpi, mai davvero solo naturale, essendo l’oggettività di un problema di deficienza sempre connotato culturalmente (la medicina è un enorme apparato discorsivo oltre che di pratiche cliniche), l’esproprio si consuma nel momento in cui si applicano dispositivi inclusivi basati sul disciplinamento. Gli articoli – per entrare nel merito – del Dlgs 66/2017 (altra nefasta ricaduta della legge 107 sull’inclusione), mentre differenziano fino allo sfinimento burocratico procedure, misure, categorie, livelli di controllo, creano una indifferenziata, generica umanità di diversamente assistiti. Mentre la legge 104/1992 – insieme ai decreti degli anni ’70 – obbligava la scuola e la società ad accettare anche per l’handicap il paradigma basagliano della diversità come apertura della crisi nel cuore della norma, lo squarcio che ne nostra le debolezze, i processi inclusivi previsti nel decreto corrispondono ad nuova istituzionalizzazione dei poveri e dei diversi, a vario titolo, come ho cercato di coglierli più su. Nel caso dei DA la colonizzazione è perpetrata attraverso il mercato dell’assistenza, della tutela. La mercificazione di coloro che sono oggetto di bando: tutto può tornare utile, tutto può costituire lo stock delle potenzialità e delle abilità che creano valore aggiunto.

La formazione della soggettività nel modo di produzione neoliberista ha bisogno di moltiplicare quelli che sono stati chiamati i processi di “interpellazione”, ovvero il richiamo che un locutore dominante rivolge ad un dominato perché risponda alla chiamata, ad esempio quella della cosiddetta cittadinanza attiva, concetto generico per veicolare la pratica dell’obbedienza alla città che c’è. Tali chiamate hanno effetti di scomposizione sui destinatari: è sempre più difficile che questi riconoscano la matrice comune di tale interpellazione, ciascuno forma il proprio abito mentale, vive in solitudine godimento di diritti e violazioni degli stessi. Ricomporre dunque la forza lavoro dentro un medesimo complesso di pratiche alienanti contro cui aprire il conflitto, risulta un compito politico tutto da costruire, ineludibile. Le famiglie dei ragazzi disabili e non “a norma” dovrebbero mostrasi sordi alle sirene dell’ASL, promessa ipocrita di inclusione. Allo stesso modo insegnanti e studenti dovrebbero portare lo studio e la conoscenza lontano dalle competenze plurali, riflettere dentro la relazione educativa sul ruolo storico del lavoro, sulla lingua come patrimonio collettivo, sulla cittadinanza come agorà. La città dove sia ancora possibile differire come soggetti che portano “altro” al patrimonio comune dei saperi.


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