Invalsi. La sociologa vada a lezione dall’insegnante

Condividiamo fino all’ultima virgola la replica della professoressa Latempa alla sociologa Chiara Saraceno.
Con quest’ultima vorremmo congratularci per il doppio salto carpiato per tentare di salvare, nel finale del suo articolo, l’INVALSI e le sue pratiche valutative dopo averne snocciolato le innumerevoli nefandezze.
Non è che stia anche lei proponendosi per una nuova “Cordata per il nostro INVALSI”? Una cordata, quella di qualche anno fa, molto meno “sapiente” che però riuscì a portare il suo promotore, l’audace Paolo Mazzoli, a scalare l’INVALSI e a diventarne addirittura il Direttore Generale.

Fortunato e Piero del Gruppo NoINVALSI


Chiara Saraceno da Repubblica.it 15/12/2018

I test INVALSI per una scuola più giusta

I test Invalsi non hanno mai goduto di molta popolarità tra gli insegnanti e anche tra molti pedagogisti, per motivi diversi. Si va, infatti, dall’ostilità di principio a ogni tipo di valutazione (di fatto degli insegnanti, visto che questi valutano, eccome, gli allievi) all’ostilità verso tutti i test standardizzati, inclusi quelli Ocse-Pisa, al test come strumento di valutazione di effettive capacità e apprendimento di uno studente e dei suoi progressi nel tempo. È stato anche denunciato il progressivo adattamento della didattica alla preparazione per i test, scambiando il mezzo per il fine. Ci sono interi scaffali di libreria dedicati a come superare i test Invalsi, a imitazione di quanto è già successo per i test di ammissione all’università. Ovvero, invece di agire sui meccanismi che favoriscono (oppure ostacolano) l’apprendimento, la capacità di comprensione e il ragionamento logico, si addestra a utilizzare lo strumento test, come se si trattasse di un concorso a quiz.

Lasciando da parte l’ostilità a ogni tipo di valutazione dell’efficacia del proprio operato rispetto al contesto specifico — una cattiva traduzione della libertà di insegnamento come insindacabilità e inverificabilità — le preoccupazioni per i rischi di trasformazione della scuola in un “testificio” non vanno sottovalutate. Così come non va sottovalutata la sfiducia circa l’uso cui questi test sono destinati: valutazione degli studenti rilevante a fini curriculari anche sul mercato del lavoro?

Valutazione degli insegnanti più o meno contestualizzata? Valutazione dei problemi specifici sperimentati nell’apprendimento e nella maturazione delle capacità cognitive da bambini e ragazzi in contesti difficili? Queste domande non hanno trovato risposte chiare e univoche sia dai responsabili Invalsi che si sono via via avvicendati sia dal ministero. A livello pubblico, comunicativo, rimangono le impietose fotografie tra le scuole e le regioni che danno risultati migliori e peggiori, senza che questo produca una riflessione, appunto, sui meccanismi all’origine delle differenze e tantomeno solleciti interventi mirati, ampliamento delle risorse, là dove c’è più bisogno.

Molti dunque, anche se per ragioni diverse, festeggeranno l’avvio dello smantellamento dell’Invalsi. Lo prospetta il disegno di legge sulla semplificazione.

A chi si rallegra, pur comprendendone le buone ragioni, chiedo tuttavia se sia un bene che il sistema scolastico italiano, gli insegnanti, i politici, si privino di uno strumento che, certamente perfettibile, consente di monitorare le disuguaglianze nell’offerta educativa in Italia, le necessità diversificate che presentano i vari contesti e che non possono essere lasciate da affrontare, con scarsi mezzi e scarsi riconoscimenti, ai singoli insegnanti. Non sarebbe meglio circoscriverne e chiarirne gli obiettivi, specificandone il carattere di monitoraggio del sistema su alcune dimensioni selezionate? Temo che con la cancellazione dell’Invalsi o la sua trasformazione, da organismo indipendente in ufficio del Miur, non prevarrà chi si batte per una scuola più giusta e più attenta allo sviluppo di ciascun bambino e ragazzo, quindi anche più attenta a compensare le disuguaglianze di contesto e famigliari.

Al contrario, il Miur non si troverà più nell’imbarazzante situazione di sapere che l’uguaglianza rispetto all’istruzione è lungi dall’essere attuata, ma di non fare nulla. Potrà continuare a non fare nulla sotto il “velo dell’ignoranza”, evitando di essere valutato esso stesso.


La replica di Rossella Latempa da ilManifesto.it

Test Invalsi: l’illusione morale di una giustizia che non c’è

Non convince quanto scrive Chiara Saraceno sulle pagine di Repubblica («I test Invalsi per una scuola più giusta»), a commento delle recenti voci su una revisione/fusione degli enti preposti alla valutazione del sistema di Istruzione pubblico.

Non convincono né il titolo – il test strumento di giustizia sociale- né le argomentazioni – gli insegnanti che si rifiutano per principio di essere valutati – che hanno fatto da grancassa alla progressiva trasformazione neoliberale dell’istruzione italiana, in un contesto globale. Le denunce di Saraceno – l’addestramento seriale nelle scuole trasformate in ”testifici”, l’impiego dei test nelle certificazioni individuali degli studenti come biglietto d’ingresso nel mercato del lavoro o nelle Università– non descrivono distorsioni accidentali. Non si tratta di un uso deformato e perfettibile del test, “strumento di giustizia” incompreso, che non gode di simpatie nel mondo scolastico.

Un test censuario, come quello Invalsi, ossia somministrato alla totalità degli studenti dai 7 ai 18 anni, non è un neutro strumento di indagine scientifica, ma uno strumento di regolazione e controllo (accountability) dell’attività educativa, il cui fine è esattamente quello previsto: trasformare l’esito delle prove in una misura dell’apprendimento degli studenti correlata alla qualità delle scuole.

Buon punteggio ai test significherebbe automaticamente buona qualità. D’altra parte a questo serve il “valore aggiunto” che l’Invalsi ha confezionato: a capire quanto “aggiunge” o “sottrae” un istituto – e dunque via via il singolo insegnante – all’apprendimento dei suoi studenti. Si tratta di uno strumento performativo, capace di indurre comportamenti e giudizi di valore, contestato scientificamente e dagli effetti ben noti a chi conosce l’evoluzione dei sistemi di istruzione angloamericani, che premia chi avanza e punisce chi recede (per ora, solo moralmente all’interno della comunità professionale).

Se l’intento fosse quello di “monitorare le disuguaglianze”- impegno nobilissimo condiviso da tanti insegnanti- basterebbero dati statistici raccolti su campioni ben scelti. La somministrazione di massa di test e i questionari di carattere psicometrico (come dimenticare i nuovi quesiti della scorsa primavera sulle “aspettative future” a 10 e 15 anni: avrò abbastanza soldi per vivere? Sono un ragazzo capace di pensare in fretta? Riuscirò a comprare le cose che voglio?) sono invece perfettamente coerenti con la nuova deriva tecnocratica che l’istruzione (non solo italiana) sta attraversando e che tanti denunciano da tempo (si leggano i post di Roars o del gruppo Noinvalsi).

Deriva che poggia, da una parte, sull’illusione razionalista di poter quantificare ogni performance del soggetto-capitalista umano (così lo definisce Roberto Ciccarelli, Il capitale disumano, la vita in alternanza scuola lavoro, Manifestolibri) e, dall’altra, sulla totale delegittimazione del giudizio professionale e della specificità dei contesti, sostituiti da indicatori numerici facilmente comparabili.

Pensare -come sostiene Saraceno -che rifiutare i test standardizzati significhi nascondersi dietro il “velo dell’ignoranza” somiglia a un velo di ipocrisia. Così si strangola la scuola nelle morse di un fallimento di cui è ritenuta unica responsabile. Non è migliorando uno strumento di misura che si modifica il fenomeno che si vuole misurare.


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