La scuola del Sud e la falsa coscienza dei test INVALSI

INVALSINoi del gruppo NoINVALSI non facciamo mistero del fatto che non ci convince quanto l’INVALSI va compiendo e facendo ormai da più di 10 anni in Italia. E ciò nonostante ci sembra particolarmente interessante il punto di vista del Prof. Vertecchi che, essendone stato il presidente defenestrato, forse qualche aspettativa ce l’aveva. Il “povero” presidente/pedagogista pensava infatti che dalle prove oggettive standardizzate ne potesse venire qualcosa di buono per le scuole d’Italia.

Altrettanto interessante ci sembra il parere dei professori Latempa e Laccetti che forse usano l’argomento del “mancato convincimento” come strategia narrativa per muovere accuse puntuali e pesanti alle pessime pratiche e prospettive dell’Istituto. L’argomento usato da loro (che riportiamo di seguito) ci sembra particolarmente efficace per tutti quei docenti, studenti e genitori fanatici dei quiz INVALSI i quali non riescono, o forse nemmeno provano, ad assumere un barlume di spirito critico su ciò che avviene sotto i loro occhi.
Speriamo che gli argomenti dell’articolo finalmente li spingano a
leggere con altri occhi la realtà in cui rischiano di annegare. Noi riteniamo convincente un volantino plastificato portato al collo da una mamma nel corso di una manifestazione del 2015 durante le lotte contro LA BUONA SCUOLA poi legge 107. Il volantino recitava:

INVALSI BANDA DI TORTURATORI
AL SOLDO DEI NEMICI
DELLA SCUOLA PUBBLICA

Nonostante il linguaggio un po’ ruvido, gli argomenti di quella mamma di una scuola romana della Prenestina, andavano al cuore dei molti problemi creati dall’INVALSI nella sua presunzione di quantificare la preparazione di alunni e studenti. E soprattutto se questa preparazione sia in linea con le aspettative mercantilizie di chi controlla l’istituto dietro le quinte.

Aggiungiamo un argomento di attualità relativa al costo di questa gigantesca operazione. In questi giorni la Corte dei Conti dovrebbe pronunciarsi nei confronti del CINECA, un consorzio di enti di ricerca e 67 facoltà universitarie che viene annualmente incaricato dal MIUR per compiere l’elaborazione delle grandi quantità di dati prodotti. Il pronunciamento è relativo a 18 milioni sborsati nel 2015 dal ministero, seguiti da altri 16 milioni ogni anno successivo.
A tal proposito vorremmo riportare un fatto di cui siamo stati testimoni durante un incontro in un liceo romano con il direttore della ricerca dell’INVALSI: alla domanda di uno studente che gli chiedeva “quanto costasse l’intera operazione INVALSI” il direttore rispose “
Ma quanto vuoi che costi, i due euro del fascicolo stampato che dovete usare voi per i test”. Al che il ragazzo replicò mostrando i dati forniti da un articolo di giornale (era il Fatto Quotidiano) dove erano chiaramente riportati i 20 milioni di euro l’anno che l’INVALSI percepiva dallo stato. Colto in contropiede il direttore della ricerca INVASI farfugliò: “Mbeh! E voi ci credete?” per poi svignarsela accampando la scusa di una riunione urgente.

Bene se qualcuno di quegli studenti, professori, genitori ci sta leggendo sappia che, nonostante i 20 milioni l’anno, l’INVALSI non riesce da solo nemmeno a fare conti e tabelle. Ma attinge dal CINECA qualche altro milioncino extra pagato dal ministero (cioè da noi).

Fortunato e Piero del gruppo NoINVALSI – Roma

La scuola del Sud e la falsa coscienza dei test INVALSI

Non ci convince quanto scrive Chiara Saraceno («I test Invalsi per una scuola più giusta») sulla possibile revisione/fusione degli enti preposti alla valutazione del sistema di Istruzione pubblico. «Pericoli» – lievemente accennati da Saraceno – come il teaching to test (insegnare a .. rispondere bene ai test), o l’impiego dei loro risultati nelle certificazioni individuali degli studenti nel mercato del lavoro o nelle Università – non sono occasionali né accidentali. Il problema non è l’uso distorto del test da parte delle scuole. Come sottolinea la vasta letteratura scientifica critica sui fondamenti epistemologici, le metodologie impiegate e l’affidabilità dei risultati, i test standardizzati censuari (ossia rivolti alla totalità degli studenti, come quelli Invalsi) non sono neutri strumenti di indagine, da impiegare a fini di miglioramento, come recita la retorica ministeriale. Essi svolgono perfettamente il proprio lavoro: quello di regolare e controllare l’attività educativa trasformando l’esito delle prove in una misura dell’apprendimento degli studenti correlata alla qualità delle scuole. Valutare, afferma Benedetto Vertecchi, ex-presidente Invalsi, «serve se aiuta a capire qualcosa di più: le potenzialità di un ragazzo, come è cambiato per effetto della scuola e dei rapporti sociali; bisogna conoscere l’evoluzione del profilo culturale dell’allievo». Ammesso che i test diano informazioni valide su alcune abilità scolastiche, si tratta, in ogni caso, di capacità isolate, di fatti e funzioni specifiche: «aspetti dell’apprendimento meno interessanti e meno significativi». Quanto agli esiti e alla loro distribuzione sul territorio nazionale, sono circa 10 anni che l’Invalsi restituisce la fotografia di un paese disuguale tra Nord e Sud, centri e periferie, licei e professionali, autoctoni e immigrati. Interesse dello Stato – e dunque generale – dovrebbe essere quello di garantire la presenza di scuole di buonissima «qualità» su tutto il territorio nazionale. Non ci risulta, tuttavia, che l’informazione del (presunto?) differenziale negativo negli apprendimenti si sia mai tradotta in concrete politiche scolastiche perequative. Pensando al caso del Mezzogiorno, questo avrebbe significato più attenzione, più insegnanti, più risorse al Sud! Al contrario, la direzione intrapresa sembra essere quella opposta. Con l’autonomia differenziata che il Veneto intende portare avanti, chiedendo in maniera «eversiva» che il gettito fiscale locale rimanga nelle disponibilità della Regione, chi più ha, avrà ancora di più, a svantaggio della perequazione nazionale prevista dalla Costituzione. Molti insegnanti nel Mezzogiorno operano in contesti in cui la scuola può essere più formativa della famiglia di provenienza, in cui rafforzare la fiducia degli studenti nelle istituzioni o contrastare l’abbandono sono il primo, vitale compito educativo. La scuola resta un baluardo di democrazia e di legalità, oltre che di conoscenza. Questo lo misurano i test Invalsi? In definitiva, pensare -come scrive Saraceno- che rifiutare i test standardizzati significhi nascondersi dietro il “velo dell’ignoranza” somiglia a un velo di ipocrisia, che strangola la scuola nelle morse di un fallimento di cui è ritenuta unica responsabile. Non è migliorando uno strumento di misura che si modifica il fenomeno che si vuole misurare.

Giuliano Laccetti è ordinario all’Università di Napoli Federico II

Rossella Latempa è insegnante di Matematica e Fisica a Verona


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