Tavola rotonda “Valutazione del sistema, istruzione, formazione e università: obiettivi e metodi”. 15 maggio 2019

Mercoledì scorso, a Roma nella sede del Cnel si è svolta la tavola rotonda a porte chiuse “Valutazione del sistema, istruzione, formazione e università: obiettivi e metodi”.
Incontro, voluto dal Vice-Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, ha riserbato a noi del gruppo NoInvasi una piacevole sospresa. Udite udite, con orgoglio abbiamo incassato l’invito ufficiale alla partecipazione con diritto di intervento della nostra Renata Puleo.
Questo per noi è un fatto molto importante perché legittima e certifica il nostro lavoro di studio e critica senza sconti al sistema di Valutazione Nazionale presso una sede istituzionale.

Di seguito pubblichiamo l’invito della segreteria del Ministro, l’abstract della tavola rotonda e l’intervento di Renata.

Prossimamente pubblicheremo gli interventi dei principali relatori alla tavola rotonda.

Tavola rotonda

Valutazione del sistema, istruzione, formazione e università: obiettivi e metodi

Chair: Lorenzo Fioramonti

Panel: Annamaria Ajello, Elio Catania, Juan Carlos De Martin, Claudio Galderisi, Franco
Lorenzoni, Paolo Miccoli, Carmela Palumbo, Alessandra Petrucci, Jaap Scheerens, Tiziano Treu, Giuseppe Valditara.

Abstract

La formazione delle persone nel corso del ciclo di vita rappresenta uno dei fattori principali per assicurare la crescita individuale e collettiva, contrastare le povertà e le disuguaglianze. La formazione è dunque elemento fondamentale per un modello di benessere equo e sostenibile.

In questo contesto, il Viceministro Fioramonti ritiene che gli obiettivi che compongono l’indice del Benessere Equo e Sostenibile – che possono riassumersi nella definizione di benessere ispirato alla sostenibilità e che bilancia la dimensione puramente economica misurata dal PIL con le dodici dimensioni considerate- possano costituire un utile riferimento dei sistemi di valutazione per scuola ed università. Rispettando, come è ovvio, l’autonomia delle istituzioni scolastiche, di alta formazione e di ricerca nel definire il proprio funzionamento interno, il Viceministro intende, dunque, verificare la fattibilità dell’utilizzo degli indicatori BES come strumenti per definire gli obiettivi ultimi della valutazione della scuola e dei sistemi di alta formazione e ricerca.

Il BES, definendo il benessere in maniera articolata e multidimensionale, permetterebbero di rendere più efficaci criteri di valutazione quali l’innovazione e la creatività come valori indipendenti, l’istruzione come strumento di partecipazione sociale, l’ambiente, le relazioni sociali, ecc..

L’ipotesi di lavoro è che gli strumenti di valutazione disponibili possano essere usati per definire quali siano i punti di forza e debolezza delle istituzioni valutate in tutte le dimensioni, fornendo al decisore politico utili indicazioni su possibili provvedimenti normativi o di assegnazione delle risorse volte a valorizzare i primi e contrastare i secondi.

La valutazione dei sistemi di formazione e di ricerca è fondamentale per modificare sostanzialmente il funzionamento degli stessi e i loro effetti sulla società. Nel nostro Paese, l’introduzione di meccanismi di valutazione è stata caratterizzata da ampie discussioni con valutazioni differenziate riguardo al bilancio tra i costi sostenuti ed i risultati prodotti, sia in termini di risorse che in termini di influenza sui comportamenti delle istituzioni coinvolte.

Questo incontro è basato sulla convinzione che uno dei motivi principali per cui è stato finora difficile raggiungere un consenso sul tema, sia la mancanza di chiare finalità della valutazione, al di là del generico “miglioramento” dei sistemi di riferimento, senza indicare in cosa il miglioramento possa estrinsecarsi riguardo le funzioni di questi sistemi per la società. Con questo spirito, il Viceministro Fioramonti raccoglie gli attori istituzionali dell’intero sistema di formazione attorno allo stesso tavolo per discutere dell’opportunità e della possibilità di informare i sistemi di valutazioni esplicitando gli obiettivi cui la società deve tendere, ed a cui i sistemi di formazione e ricerca devono contribuire in quanto motore cruciale della evoluzione personale, scientifica e che costituiscono, in ultima analisi, le determinanti fondamentali del futuro della nostra società.

Il Vicemnistro è grato al CNEL per aver messo a disposizione la sua competenza in ambito di valutazione delle politiche e di esperienza nel favorire il dialogo produttivo tra esponenti di diverse estrazioni.

Nel dettaglio il formato dell’incontro sarà quello di un sorta di workshop operativo, senza ambizione di essere rappresentativo delle numerose realtà interessate alla valutazione e, di conseguenza, senza alcun potere decisionale, neanche di tipo preliminare. Vi sarà un primo panel di personalità scelte per la loro esperienza cui sarà chiesto un breve intervento di 5-10 minuti rispetto alla possibilità di finalizzare la valutazione agli obiettivi BES. Dopo una iniziale discussione tra i membri del panel il VM, moderatore dell’evento, aprirà il dibatto al secondo panel di rappresentanti dei settori della società più interessati al tema. Tutti gli interventi verranno registrati e resi pubblici al fine di favorire l’apertura di un dibattito di ampio respiro tra gli operatori coinvolti.


INTERVENTO DI RENATA PULEO PER IL GRUPPO NOINVALSI

CNEL Sala Gialla, 15 maggio 2019

  1. Questioni di sfondo.
  2. L’aspetto tecnico: il test, restituzione, feedback e teaching to test
  3. Soft skills, nuova frontiera
  4. Burocrazia professionale

In ultimo: i percorsi intellettuali nell’arco di un ventennio

1] La mia presenza oggi in questo interessante dibattito sul Servizio Nazionale di Valutazione – ne ringrazio la Segreteria del Vice Ministro – si deve proprio alla divergenza in quello che definirei lo sfondo culturale, valoriale, politico che, le persone con cui lavoro, manifestano nei confronti della modalità attraverso le quali tutto l’impianto è stato costruito: la storia del ruolo dell’INVALSI, l’emanazione del nuovo statuto voluto dalla norma-Madia per gli istituti di ricerca, passando per il Regolamento n. 80, per arrivare al recente Dlgs 62/2017. Al di là di qualsiasi inutile polemica di principio è però ai principi culturali e teorici che occorre rivolgere attenzione: i nostri considerano centrale la vis valutativa che caratterizza le società a capitalismo avanzato, o anche detto neoliberista, come viene definita nel lavoro di impianto sociologico ed economico di Dardot e Laval, di Mariana Mazzucato, e dello stesso Onorevole Vice Ministro Fioramonti relativamente alla tirannia del numero nei processi di valorizzazione economica del capitale umano, e nella stessa nozione di PIL. La ricerca del Collettivo di Manchester per l’Economia Fondamentale (2013, 2019) classifica l’istruzione come diritto di economia fondamentale e non come mero servizio, argomento che a parer nostro ben si sposa con la definizione di benessere solidale a cui fa capo l’abstract consegnato agli invitati. Il riferimento ispiratore della nostra critica pedagogica e didattica verso la valutazione standardizzata, si rifà al costruttivismo sociale, ripeto sociale, di Lev Vygotskij, al modello relazionale transindividuale di Gilbert Simondon. In termini di pratica didattica e valutativa questa ispirazione è centrata sulla relazione. Questa sì sempre situata, contestuale, fra insegnante/insegnanti, discente/discenti, in legame di complessità fra loro. Centratura che non esclude l’uso di materiale strutturato – in stile test – per la valutazione di apprendimenti, ma ne considera soprattutto l’aspetto di fermo-immagine per la rilevazione di singoli comportamenti, da includere nella fase della valutazione formativa, da inserire come uno dei feed back parziali nel più ampio giudizio discorsivo a cura dei docenti, che costituisce la valutazione sommativa o finale. Giocando fino in fondo il rischio dell’autoreferenzialità che del resto sussiste anche nella valutazione cosiddetta oggettiva, essendo ogni framework frutto del lavoro di una comunità, e quindi legato ai paradigmi da questa scelti.

2] “…nella prospettiva retroattiva, gli strumenti di valutazione, che possono essere un’ampia banca di quesiti, prendono il posto del curriculum prefissato laddove valutazioni valide dal punto di vista del contenuto rispetto al curriculum prefissato devono essere viste come strumenti funzionali all’adattamento dell’attività didattica. Nella situazione ideale di una banca quesiti completa, l’approccio teaching to test potrebbe essere considerato un’attività del tutto legittima e raccomandabile. Questo tipo di valutazione sarebbe di norma interpretato in chiave di valutazione formativa, secondo cui la valutazione si inserisce in una attività didattica continua e conduce all’adattamento di tali pratiche.” Il prof Jaap Scheerens avrà sicuramente riconosciuto la citazione dal suo testo, laddove si occupa del rapporto fra struttura e indipendenza dell’insegnamento, fattori importanti della sua ricerca su efficacia ed efficienza della Knowledge Base. Secondo noi questo aspetto rappresenta un vulnus, interroga il rapporto fra Indicazioni Nazionali, non programmi dunque, l’offerta formativa e la libertà di insegnamento. Spinge verso il teaching to test la modalità di restituzione alle scuole, ai docenti, degli esiti delle prove INVALSI: nelle superiori di fatto possibile solo per dati aggregati, nella primaria con l’analisi successiva dei fascicoli di prova. Pertanto, solo se si sono svolte prove pre-test e si è adattato il curriculum, se ne può fare uso, uso eterodiretto. Si rinforza in questo modo la funzione della somministrazione come controllo sulla performance docente, anche da parte del dirigente scolastico, come di fatto avviene, tanto da inibire ogni relazione di confronto sereno fra valutatore esterno e insegnante. Un’altra questione a questa legata è sollevata da chi ritiene più proficuo utilizzare una metodologia di indagine campionaria e non censuaria, metodica che favorirebbe il confronto fra gli attori esterni e interni nei processi di regolazione retroattiva e che tra l’altro meglio si confà all’analisi del segmento scuola-sistema, di chiaro interesse statistico per orientare la politica scolastica.

3. Altro punto è rappresentato dalla nostra preoccupazione per la ricerca internazionale in atto sulle soft skill, avviata dall’INVALSI e dalla Regione Trentino. Le dichiarazioni del dott. Roberto Ricci al convegno di presentazione della ricerca nel marzo scorso, i framework trentini, convergono verso uno scopo di profilazione, brutto termine per definire il tentativo di studiare le emozioni, l’affettività, che giocano certo un ruolo fondamentale nell’apprendimento e in qualsiasi costruzione intellettuale, ma che in questo quadro virano verso una sorta di conformismo etico, più che verso traguardi di equità. L’evidenza dei fattori non cognitivi diventa parte della misura di produttività dell’insegnamento, nella convinzione che sia possibile una loro descrizione per step definibili su cui operare una verifica da inserire in una più ampia valutazione di performance “ideale”. Le domande del questionario per la classe V della primaria, che miravano a indagare motivazioni e desideri dei bambini, hanno suscitato lo scorso anno aspre critiche e forse non a caso sono state espunte in questa tornata. Anche alcune componenti della Commissione Infanzia istituita presso il MIUR si sono espresse in forma fortemente dubitativa verso la ricerca della dott.ssa Cristina Stringher rivolta alla prima infanzia, un tentativo di messa a fuoco dei costrutti latenti in bambini di 4, 5 anni, anche come modellizzazione longitudinale.

4. Quella che abbiamo definito la vis valutativa eterodiretta su tutto il sistema nelle 4 articolazioni in cui lo analizza il prof Scheerens, rischia a nostro avviso proprio di creare quella burocrazia professionale analizzata in un paragrafo della ricerca basato sugli studi della scuola come organizzazione. Questi lavori sottolineano gli aspetti di chiusura a prototipo da parte di una sorta di docente re/regina della classe, mentre per noi sembrano alludere al costituirsi di un corpo docente formato da funzionari della didattica, esecutori di curricula prefissati, burocrati senza motivazione e senza autorità per adattare al proprio retroterra culturale e formativo, ma anche per situare nei contesti sempre diversi, un curriculo che si presenta con protocolli fortemente normativi.

Ultima riflessione: ultimi anni’90. La professoressa Anna Maria Ajello ha contributo alla ricerca “Discutendo si impara” con Clotilde Pontecorvo, Cristina Zucchermaglio e altri. Un lavoro che, come quello sulla scrittura prima degli apprendimenti formali, vedeva ricercatore, osservatore, docenti e alunni interagire in una ottica sistemica, in cui la valutazione dei percorsi era interna al percorso medesimo e ai suoi attori, i protocolli di analisi delle interazioni discorsivi, decisamente situati. Il dottor Paolo Mazzoli, Direttore dell’INVALSI, ha condotto da formatore e da responsabile istituzionale il vasto progetto verticale SeT (scienze e tecnologia) di cui ho fatto parte. Ogni attività didattica, matematica, scientifica, pur molto strutturata si concludeva con analisi qualitative dei punti di forza e di debolezza riscontrati e risolti nel gruppo dei docenti e degli esperti. Il Maestro Franco Lorenzoni ricorderà l’esperienza denominata “Autoriforma Gentile” che già vedeva nella valutazione standardizzata di marca statunitense un pericolo per la ricerca svolta dal basso, nelle scuole. Ci creano molta curiosità questi percorsi intellettuali, a noi così tetragoni nelle nostre critiche. Forse ci è sfuggito il netto cambio di paradigma culturale e politico che ha investito società e scuola?


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