Distanti ma presenti

Il testo che qui pubblichiamo è stato scritto in forma collettiva da studenti di un liceo piemontese. Da leggere con estrema attenzione: coro di voci che ci dice del disagio degli adolescenti, costretti-soffocati, in una fase della vita in cui avevano cominciato a volare oltre la domesticità famigliare.

Il tema centrale della riflessione è la mancanza della scuola, come luogo di relazione e vita vissuta, assenza evidenziata proprio dalla Didattica a Distanza (DaD).

Ogni giorno l’emergenza – che per pura ignoranza filosofica e giuridica alcuni credono sbagliato chiamare “stato di emergenza” – apre squarci su realtà di disagio, su scenari di profonda ingiustizia sociale. Aspetti che appunto oggi “emergono”, ma già lavoravano sotto la superficie appena increspata di preoccupazioni che, spesso, non arrivano alla coscienza politica.

Forse, a causa di questa carenza di analisi, oppure semplicemente perché la paura obbliga a censurare, molti fra coloro che leggono questo blog, hanno giudicato fuori luogo la nostra critica alla DaD, svolta – in sovrappiù – da una categoria di lavoratori protetta, che ancora può contare su stipendi e pensioni versati regolarmente. Anche in questo caso, molte sono le situazioni in cui il reddito da lavoro non basta all’economia famigliare, né migliora le condizioni di vita quotidiana. Il lavoro a distanza è faticoso, e allevia poco la pena dei ragazzi. Inoltre, si è fatta un’enorme confusione giuridica nella assimilazione tra la DaD, il telelavoro, e quello smart/agile, richiamati sia nei decreti di Conte sia nella famosa nota MIUR. Un commento, già svolto da altri (documento Unicobas 09/04/2020), segnala anche la perversa connessione fra la legge 107/2015 e le politiche del lavoro normate dal JobsAct, che qui sarebbe troppo lungo richiamare. 

La mia critica alla DaD – come ex dirigente e appartenente al gruppo NoINVALSI – si nutre di anni di analisi del Sistema Scolastico e della Valutazione nello specifico, spia importante delle sue debolezze.

Oggi la DaD ci dovrebbe obbligare a ragionamenti complessi, con cui leggere il ruolo della scuola dentro un quadro di politiche globali assai poco rassicurante, a cui fa eco l’incerto vagolare nel giorno per giorno della Ministra Azzolina.

Ce lo segnalano – tutto ciò – anche questi nostri ragazzi.

Renata Puleo

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Una voce corale racconta il tempo vissuto dagli studenti del Liceo Norberto Rosa di Susa (III A-C scienze umane)

Rielaborazione testuale a cura di Giusi Venuti – insegnante di storia e filosofia

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Stiamo vivendo una situazione drammatica che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

Il mondo sta soffrendo. Soffre perché è in crisi, soffre perché molte persone stanno morendo a causa di un virus. Sì di un virus che si sta impadronendo delle nostre vite modificandole irrimediabilmente. Incredibile a pensarci. Un virus si è preso mio nonno, ce lo ha strappato da sotto gli occhi. E noi non siamo riusciti neanche ad andare a salutarlo, a rassicurarlo, a dirgli di provare a combattere ancora un po’ perché forse uniti ce l’avremmo fatta. E invece no. Noi non ce l’abbiamo fatta. Mio nonno è morto. Solo. Non gli è stato fatto un funerale, niente manifesti, niente di niente, è come se non fosse mai esistito. Invisibile. E io, che fino ad oggi non mi sono ammalata e che sono viva ma vulnerabile, mi sento impotente, impotente perché non servo letteralmente a niente.

La verità è che tutti siamo impotenti anche se ostentiamo sicurezza. Chi governa ha il compito di dare delle direttive – anche se da quello che vedo mi sembra che giochino a mosca cieca – e così ci è stato chiesto di restare a casa e di mettere in pausa la nostra vita quotidiana.

Si esce solo per svolgere attività indispensabili per la sopravvivenza e preferibilmente solo uno per famiglia e, in caso si violino le regole imposte dal governo, ecco che scattano multe molto salate.

Nelle strade c’è un silenzio quasi disumano che fa paura, ma che sottolinea il periodo cupo che stiamo vivendo.

Anche noi studenti siamo stati messi in quarantena e invitati a studiare in cattività e a distanza.

A quale distanza? Troppa per me che ho bisogno della scuola per costruire e definire la mia identità.

In tutti questi anni non ho mai dato troppa importanza alla parola scuola; pensavo fosse solo un male necessario per acquisire le tanto osannate competenze. Invece, in queste settimane di sospensione, ho iniziato a pensare a questo strano termine e alla sua derivazione dal greco (scholè) “tempo libero” perché liberato dal lavoro da schiavi.

E così mi sono accorta che la scuola è una casa. È fonte d’istruzione. È un luogo dove si impara a vivere, a combattere per le proprie opinioni e confrontarsi. Nella scuola non sono solo i professori a darti lezione, ma anche i tuoi compagni. È con loro che capisci di chi ti puoi fidare e di chi no. La scuola ti insegna a vivere e a fare della tua vita qualcosa di utile, inimitabile e bello.

È vero ti accorgi dell’importanza delle cose solo quando le perdi e oggi abbiamo perso la scuola, non in modo definitivo (spero) ma al momento, per quello che percepisco, siamo tutti più poveri. Non nego che tutti si stiano prodigando per consentire la continuità didattica e la tecnologia, unita alla professionalità di ciascun docente, è sicuramente una buona base da cui ripartire, ma non basta. Il problema non si risolve facilitando l’apprendimento. Non abbiamo bisogno di essere facilitati, ma nutriti.

Ripenso alla prima lezione online: quella di fisica. Difficile mantenere la concentrazione. Troppe le distrazioni (dal telefono ai genitori che sembrano non capire che stiamo facendo lezione e che ti dicono di “andare a tavola” mentre siamo nel mezzo di una spiegazione). E’ questa infatti la parte più brutta delle lezioni a distanza. Mi riferisco alla mancanza di disciplina che a scuola ci viene richiesta. A casa possiamo fare lezione sul letto, in pigiama. A casa manca il silenzio e la serietà, manca lo sguardo del professore che ti riprende alzando il tono della voce, manca la sua presenza. Ora, nelle lezioni online, basta disattivare il microfono e nessuno si accorge se ci sei davvero e siamo ‘’liberi‘’ di fare ciò che vogliamo e quindi, spesso, niente. E’ per questo che penso sia bene trasformare queste giornate, apparentemente “strane”, in normalità, creando una nuova routine e cercando di utilizzare il tempo nel migliore dei modi. Penso che questa centratura sia importante per affrontare i troppi input che arrivano dalla scuola e che unitamente alla mancanza di accordo tra i vari professori, contribuiscono a creare confusione. Qualcuno manda i compiti sulla mail di classe, qualcun altro li detta via skype, qualche allievo risponde con mail, altri li inviano tramite edmodo …. Dovrebbe esserci un unico canale dove vengono distribuiti e consegnati i compiti e le verifiche. Ci dovrebbe essere più chiarezza e serenità, invece ho l’impressione che molti professori facciano delle gare per dimostrare chi è capace di utilizzare meglio le risorse tecnologiche dimenticando che il centro della questione non è quanto loro siano bravi ma quanto noi possiamo realmente usufruire di ciò che viene mandato.

In queste settimane ho ascoltato molti pedagogisti che avevano opinioni diverse riguardo alla didattica a distanza: alcuni accusavano la Rai e lo Stato di non essersi attivati per far continuare l’educazione e la trasmissione del sapere, una maestra delle elementari affermava che alcuni dei suoi allievi più distratti a scuola partecipavano di più alle lezioni in videochiamata, forse perché abituati già a casa a stare davanti al computer o alla televisione e poi c’erano quelli che dicevano: “meglio di niente”. Si è vero! Le lezioni a distanza sono meglio che niente, ma non sono ciò che la scuola dovrebbe essere come istituzione educativa. Credo, infatti, che la scuola non sia quello che sta diventando: un esamificio, ma una vera e propria casa, un piccolo e complesso mondo che va osservato e curato non dagli esperti che spesso ci guardano come se fossimo degli insetti, ma dagli stessi abitanti della casa: dirigente, professori e personale ata. Da tutte quelle persone che ogni giorno sono lì a far fronte alle richieste nostre e dei nostri genitori, alle nostre resistenze, alle nostre paure, alla svogliatezza, alla pigrizia e alla furbizia con cui spesso affrontiamo il nostro quotidiano. Persone che ci sono in presenza, persone con cui spesso confliggiamo e che per questo ci mancano.

Io, per esempio, ho bisogno di vincere la mia ansia da prestazione anche solo con un “buongiorno professoressa, come sta?” Ho bisogno di inciampare nei miei pregiudizi e di scontrarmi con pensieri altri per poi rifugiarmi e cercare chiarimenti in quel luogo ideale dove, grazie alla filosofia, ogni considerazione è possibile. Mi manca andare in biblioteca, lasciarmi attraversare dal sorriso benevolo della bibliotecaria, farmi incantare dalla sua gentilezza e dalla sua pazienza. Mi manca perdermi tra gli scaffali a leggere titoli di libri che probabilmente non leggerò mai. Mi manca stare ad oziare fino a quando non trovo il libro che fa per me e su cui mi piace soffermarmi più del dovuto anche solo per capire da quante mani sia già passato. Più un libro è vecchio e rovinato più mi attira perché mi trasmette sicurezza. Il suo stato dimostra di esser stato apprezzato da moltissime persone prima di me e la cosa mi conforta e mi toglie dalla solitudine della mia mente che in questi giorni si sta trasformando in una gabbia. E se vi sembra esagerata la metafora pensate solo al fatto che in casa siamo in sei: io, mia mamma, il suo compagno e i miei tre fratellastri.

Il compagno di mia mamma lavora da casa perciò spesso è al computer utilizzando il Wi-Fi. Su tre dei miei fratelli due vanno a scuola, uno alle medie e l’altro alle superiori, e anche loro usano quotidianamente il computer con il Wi-Fi per seguire le lezioni. E poi ci sono io che, come loro passo, la maggior parte delle mie giornate davanti ad uno schermo, non tanto per le lezioni quanto per i compiti che giustamente sono da fare e inviare.

Con il passare del tempo stanno venendo a galla tutti i difetti di questa didattica a distanza, modalità più imposta dall’emergenza che scelta e pianificata per fornire a noi studenti delle reali e concrete competenze digitali. Al momento siamo tutti impreparati e ci arrangiamo alla meglio, come i professori del resto che appaiono spesso presi dall’ansia di dover finire il programma, quasi dimenticando che ad essere in gioco è la salute di tutti. A fine giornata gli occhi bruciano, la mente è stanca e cresce l’insoddisfazione.

 

“Impara a pensare” diceva il maestro Alberto Manzi.

In questa situazione decisamente critica sotto tutti i punti di vista, penso che sarebbe davvero necessario imparare dalla sua saggezza. “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Non era solo una provocazione quella del maestro ma un monito per dire che davvero spesso, se non facciamo di più, non è per svogliatezza, ma perché non capiamo. I libri di testo hanno un linguaggio troppo difficile per la nostra capacità di comprendere e quello che durante una spiegazione sembra semplice poi diventa immediatamente confuso. Bisogna davvero decidersi ad attuare una didattica non finalizzata alla semplice acquisizione di informazioni ma una didattica che sia relazione tra esseri umani che hanno voglia di dare affinché altri imparino meglio, bisogna ispirare negli studenti la voglia di studiare anche in un tempo malato e privo di futuro come quello che stiamo vivendo. Perché non siamo stupidi, il nostro è proprio un tempo triste in cui difficile scegliere cosa vogliamo fare da grandi sapendo che quello che vogliamo difficilmente riusciremo a farlo.

Spero che questa quarantena e la didattica a distanza ci insegnino che la scuola senza il contatto umano non è scuola che il rapporto che si crea con i professori è insostituibile, fondamentale e assolutamente necessario. Spero e cito una poesia di Josè Saramago: “La speranza è come il sale, non nutre, ma dà sapore al pane”.


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