La Scuola: modello di sviluppo, produzione, riproduzione, Diritti della Natura

(perché siamo arrivati dove siamo)

Collettivo NINAND@ (NoINVALSI/ No AlternanzaScuolaLavoro/NoDaD ninanda2020@gmail.com

la competizione umana è unilaterale, individuale, non reciproca […] finalizzata all’accaparramento individuale di valore di scambio e di consumo […] Si ha competizione fisiologica ogni volta che una risorsa necessaria è cercata contemporaneamente da più animali o piante (quindi non solo da un’unica specie) e questa risorsa è in quantità limitante; quando, se la risorsa non è limitante, animali, piante che cercano quella risorsa interferiscono reciprocamente in questo pro di ricerca. Di conseguenza la competizione in natura, esige, ai fini della sopravvivenza, la ricerca costante di un limite dentro e fra le specie viventi. […] Interferire sul competitore vuol dire accettarne la vita come specie, non distruggerla in cambio di artifici materiali non vitali, di mero consumo individuale […] la competizione umana contemporanea identifica come unici competitori solo gli individui umani, classificando tutti gli altri viventi come oggetti […] destinatari non di interferenze, ma di appropriazioni.

Michele Carducci (Diritto Costituzionale Comparato e Diritto Climatico)

Come lavoratrici/ori della scuola siamo consapevoli che nel sistema di istruzione repubblicano siamo chiamati a svolgere una doppia azione: trasmettere cultura, quella di cui siamo depositari, ed elaborare saperi che, partendo da quel patrimonio, lo traducono, lo meticciano, in parte lo tradiscono, molto lo arricchiscono grazie all’apporto della platea delle creature giovani a cui ci rivolgiamo. Per questo difendiamo la scuola come luogo in cui si esercita il diritto alla conoscenza e alla ricerca, disinteressate rispetto alle aspettative del mercato, come patrimonio a disposizione di ogni soggetto. 

La scuola non è un mondo a parte in questo difficilissimo momento storico, essa subisce tutte le contraddizioni che lo hanno originato e può contribuire ad affrontarle, solo e se sarà considerata oggetto di investimento economico, ideale, etico. E non ci pare che le modalità fin ora adottate per garantire il diritto costituzionale ai saperi vadano in questo senso, quanto piuttosto verso una destrutturazione del sistema. Le pratiche emergenziali rappresentate dalla didattica a distanza (DaD) rischiano di diventare il nuovo modello di scuola leggera, in remoto, in cui la separazione fisica è in senso proprio separazione sociale. Le creature in età evolutiva private dei rapporti fra pari e con gli adulti di riferimento, vedono impoverita non solo la comunicazione, affidata totalmente ai sistemi digitali, ma la stessa competenza linguistica, per sua natura “incorpata”, come ci insegnano linguistica e neuroscienze. Con effetti di profonda mutazione antropologica ancora difficili da valutare.

La lunga citazione in esergo ci aiuta a definire il quadro da cui partire per rispondere alla domanda su come siamo entrati nella situazione che stiamo vivendo e patendo, nelle nostre vite, a livello mondiale. E ci fornisce una pista per darci la risposta. Senza poterci addentrare in analisi non solo complesse, ma svolte in una sterminata letteratura di riferimento meglio di come potremmo fare noi qui, ci limitiamo a ribadire che il tunnel (o vicolo cieco?) in cui siamo finiti è frutto di precise scelte di politica economica.

Questa emergenza sanitaria, la pandemia da Covid 19, non arriva come una maledizione biblica e non è una evenienza naturale. Da tempo la scienza non prezzolata, i movimenti nati nella consapevolezza che esiste una sistema di Diritti della Natura, sistema di cui siamo i soggetti attivi, Natura di cui noi come specie animale siamo parte, ci allertano sulle conseguenze del prevalere del competitore umano sugli equilibri di interferenza. L’economia – fatte poche eccezioni – ha cessato da almeno tre secoli dall’essere l’oikos, il governo della casa comune, ed è diventata la disciplina che governa il modo di produzione secondo il modello di sviluppo capitalista-neoliberista, che condiziona il decisore politico, che orienta il consenso e piega al suo modello la democrazia, fattasi pura forma. Formalismi privati dell’elemento partecipativo, sia nelle forme dirette, sia in quelle mediate dalla rappresentanza, come è evidente in questi giorni in cui la paura ci riporta a una tardiva infanzia, dopo la quale – è stato detto – non ci aspetta che un’amara età ingrata..

Un modo di produzione è costituito dalla organizzazione produttiva e sociale, cosa e come produrre, quali beni immettere in produzione, cosa e come distribuire la ricchezza prodotta, pertanto è a queste scelte che occorre guardare per cogliere il nesso fra il modello produttivo e i suoi effetti sulla Natura e sul Benessere sociale. Se consideriamo l’estrattivismo selvaggio, vero saccheggio delle risorse naturali, lo sviluppo senza prospettiva futura, ancorato a un oggi imprevidente, cogliamo il primo nodo fra l’emergenza sociale che stiamo vivendo e quella ambientale, ci rendiamo conto del debito ambientale che abbiamo accumulato. Da tale evidenza emerge il secondo nodo, quello fra scelte produttive e riproduzione sociale. Nella riproduzione sociale è compreso il doppio aspetto del curare: i) la preoccupazione, il provvedere, il disporre di risorse per la vita e i suoi bisogni, la necessità legata all’allevare e all’educare la prole, all’abitare in agio, al coltivare i desideri e l’affettività (the care);ii) la salvaguardia della salute come risorsa sociale, le misure per affrontare malattia, vecchiaia, disabilità, in prevenzione e in emergenza (the cure). I due aspetti, cuore di quella che è stata definita l’Economia Fondamentale, hanno rivelato, in questi interminabili mesi, tutta la trascuratezza in cui il modello di sviluppo da anni perseguito li ha lasciati. Il vero corpo malato degli stati neoliberisti si è rivelato il Sistema Sanitario. Privatizzazioni, esternalizzazioni, distrazione di risorse, corruzione e mancanza di intervento dello Stato sulle situazioni già compromesse da altre povertà, come il nostro sud e molte sacche di emarginazione del nord “virtuoso”, hanno impedito, non solo di affrontare l’espandersi del contagio, ma hanno contribuito alla sua diffusione. Le misure drastiche intraprese, spesso ben oltre i limiti costituzionali, hanno messo in luce la consapevolezza che i resti di anni di smantellamento del sistema sanitario non avrebbero potuto reggere nemmeno un’epidemia di minori proporzioni.

Tale situazione con il restringimento degli spazi sociali, nel caso della scuola la sua totale chiusura, ha provocato una regressione verso forme di familismo che credevamo superate. Il peso maggiore di questa crisi, gli effetti nefasti sulla cura della vita, sono ripiombate sulle spalle delle donne.

Al centro della riproduzione sociale sta la scuola, l’articolato sistema di educazione, istruzione, formazione pubblica creato circa duecento anni fa, i cui aspetti apparentemente improduttivi nel calcolo economicista, potrebbero rappresentare una delle voci più importanti di un PIL meno rozzo, capace di rilevare il grado di benessere, ovvero tutto ciò che si può definire la cultura di un paese e la sua ricaduta in termini di ricchezza condivisa. In questa crisi la scuola torna al centro dell’interesse politico, ma con un’attenzione che ne sottolinea solo l’aspetto semi-assistenziale, come luogo in cui le famiglie – ancora le madri in primis – hanno finora potuto collocare i figli per poter lavorare. Ora che la scuola viene a mancare, tocca sempre alle donne occuparsi della cura e dell’apprendimento dei bambini. Si ripropone la questione di genere, in regressione rispetto al diritto a scegliere la propria collocazione nella vita sociale e nel mondo del lavoro. Non è un caso che tempo pieno (non solo tempo-scuola ma modello pedagogico-didattico) e la Scuola dell’Infanzia (non asilo-custodia ma luogo di attività formative) siano spariti dall’agenda del governo. Con la complicità della scriteriata legislazione sul lavoro (Jobs Act in primis, cornice di un coacervo di norme che hanno abbattuto ogni tutela), al più, le donne lavoreranno da casa, sotto il cappello del telelavoro, del lavoro leggero, ancora più fragili sul piano dei diritti e obbligate alle forme del multitasking, nella confusione fra tempi di vita, di cura, di lavoro. A ciò si aggiunge la marginalità in cui la ricerca e la sua sede elettiva, l’università pubblica, è stata confinata, privata di sostegno finanziario e affidata alla deriva privatistica.

Questa succinta analisi dei problemi che fanno da cornice a quelli che oggi assediano il sistema-scuola, manca di molte considerazioni. Infatti, assai complesso appare il quadro legato al dissolversi dei diritti del lavoro fra delocalizzazioni e migrazioni, al riattivarsi degli egoismi locali e alla ripresa del ruolo dello Stato come decisore di ultima istanza.

Pertanto, al fine di alimentare la controinformazione, ci siamo costituiti come Collettivo con lo scopo di animare e di partecipare ad iniziative di lotta, contribuire a momenti di riflessione. A tal fine raccoglieremo in un dossier – in continuo aggiornamento e in libero accesso – materiali attinenti le tematiche qui sollevate.

Proposte di politica scolastica e di mobilitazione

  1. Rientro a settembre per tutti gli ordini di scuola, fino all’Università, in sicurezza (valutazione tecnico-scientifica del rischio in base al principio di precauzione e a quello di giustificazione)

  2. Sopralluoghi sullo stato degli edifici attualmente adibiti a scuola, ripristino, restauro, recupero in base ai Documenti di Valutazione dei Rischi (parametri di legge), rinvenimento di nuovi spazi all’aperto e al chiuso

  3. Riduzione del numero di alunni per classe con duplicazione degli organici docenti e con incremento del personale ATA

  4. Estensione del tempo pieno nella Scuola d’Infanzia e dell’obbligo

  5. Riesame dei provvedimenti di dimensionamento degli istituti scolastici e rientro in parametri di governabilità (non oltre i 500 alunni)

  6. Provvedimenti a favore della ripresa degli spazi sociali di aggregazione e cultura, sia pubblici che su iniziativa di cittadini associati

  7. Moratoria sulle iniziative (INDIRE e privati finanziati pubblicamente) di formazione esclusivamente volte al digitale, alla valutazione standardizzata, alle forme della DaD

  8. Moratoria sul Sistema Nazionale di Valutazione e della Ricerca (INVALSI, ANVUR); abolizione della misura quantitativa a scale sintetiche/numeriche nella scuola dell’obbligo (voti)

  9. Moratoria sulla digitalizzazione, sulla DaD e su altre forme di corsi in remoto nelle Università Statali

Opposizione a:

– cambi di orario, rimodulazioni titolarità, rotazioni per classi parallele, banche del tempo, a tutto ciò che normalizza la DaD a nuovo modello di organizzazione scolastica

– piattaforme uniche per la gestione di pratiche in remoto e a protocolli contenenti Linee Guida Nazionali

– modalità di convocazione e svolgimento di OOCC in remoto senza garanzie di buon funzionamento democratico che legittimino le decisioni assunte

– contrattualizzazione, alla salarizzazione del lavoro in remoto

Difesa delle libertà di insegnamento costituzionalmente protetta a garanzia dell’uso in piena responsabilità di qualsiasi strumento didattico (tradizionale e digitale)

(Dossier/contenitore per approfondimenti dei punti tematizzati nella premessa)


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