Piano nazionale di ripresa e resilienza: il vuoto assoluto

Piano per Confindustria

Il vuoto assoluto? No!!! Il pieno per confindustria & company

Qualche lettore ingenuo, insegnante o genitore che sia, può pensare che le 5 (v. in calce) paginette smilze dedicate alla scuola dal PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (Come spendere i soldi del Recovery Fund) presentato il 16 Dicembre dal Presidente del Consiglio dei Ministri non dica proprio niente!!
E invece chi ha avuto la possibilità di discuterne e sottoporre il piano ad un po’ di ragionamento critico può arrivare a dire: – che si è vero non si parla di scuola, non si parla di apprendimento, non si parla né di conoscenze né di saperi, non di educazione/formazione, né di discipline o materie, non di studio, non di maestri e professori stabili, non di continuità didattica, non di aule, biblioteche, palestre… insomma chi si aspettava che si parlasse di scuola ha diritto di essere deluso. Ma si parla di ben altre cose.
Intanto è giusto anche rilevare che la scuola con il bisogni che ha (centinaia di miglia di insegnanti da stabilizzare, quasi 45mila edifici scolastici da mettere a norma e riqualificare), bisogni resi più manifesti dalla pandemia, 19 miliardi sono un nonnulla.
Pietro Lucisano un professore di pedagogia che qualche anno fa divenne, per breve tempo, assessore all’istruzione del comune di Roma direbbe che non sono sufficienti nemmeno per la Provincia di Roma.
Ma se adottiamo il sistema di analisi dell’economista francese Jean-Paul Fitoussi nel suo “La neolingua dell’economia” (Einaudi 2019, pagine 100, euro 17) che ha scritto questo pamphlet per spiegare “come si fa per dire a un malato che sta bene… una lingua che ormai parliamo tutti e che ha scarsi

contatti con la realtà che vogliamo spiegare” forse riusciamo ad intendere quello che le parole cercano di nascondere.
C’è, nelle cinque pagine in oggetto, una parola ricorrente la parola “COMPETENZE” che proprio come la parola “autonomia” negli anni 2000 suscitava molta simpatia ed era proprio accattivante. Molti insegnanti usavano l’autonomia come parametro fondamentale per valutare alunni e studenti, quando poi gradualmente hanno capito il senso con cui questa parola tanto amata era usata dai poteri istituzionali che stavano sconvolgendo la scuola e la stavano trasformando in azienda, e cioè che la cultura nell’autonomia diventava cultura della merce.
Adesso sempre più spesso, vengono presi da conati di vomito quando sentono pronunciare autonomia dalle persone che rappresentano il potere.
Tornando alle “tanto importanti competenze” ormai da anni vengono usate per indicare esclusivamente le capacità da usare nel lavoro che è diventato il principio ordinatore della scuola. È nel nome delle “COMPETENZE” che si selezionano saperi e conoscenze, comportamenti e atteggiamenti, è in nome loro che si stabiliscono ordinamenti e programmi, orari e organizzazione che poi avranno poco a che fare con l’occupazione ma molto con la subordinazione, la ripetitività, il conformismo, l’obbedienza, il silenzio, la precarietà e i bassi salari.
Altro termine ricorrente nel Piano è la parola IMPRESA, anche l’impresa ha molte accezioni nobili: le imprese di ricercatori, dei geografi, degli amanti dell’avventura. Qui e in molti altri contesti ormai le imprese sono soltanto i luoghi in cui si producono le merci, i servizi e i profitti, ma sempre più raramente. Invece sempre più spesso sono i luoghi e le organizzazioni che consentono alla finanza di estrarre rendite dal lavoro e dal pianeta.

L’APPRENDIMENTO

Avevamo detto che la parola apprendimento non c’è nelle pagine che riguardano la scuola ed è vero, ma vale la pena di prendere in considerazione l’unica volta che si fa uso della parola apprendimento dentro l’intero documento di 125 pagine.
Quella che segue è la citazione che abbiamo tratto dal capitolo successivo (pag.75) a quello dell’Istruzione e ricerca che recita: “Negli ultimi anni le politiche sociali e di sostegno della famiglia sono state notevolmente rafforzate ma è necessario inserirle in un quadro organico e coerente per migliorare la coesione sociale, la solidarietà intergenerazionale, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e l’incentivo al lavoro. Risulta, inoltre, importante migliorare la qualità della vita quotidiana anche attraverso la rigenerazione e la riqualificazione sia del tessuto urbano, soprattutto periferico, valorizzando il ruolo della cultura e dello sport per l’inclusione e il benessere sociale, sia delle aree interne, attuando riforme e investimenti anche nel campo dell’Istruzione e della Sanità. Nell’ambito di questa missione, il Governo prevede di adottare un ampio spettro di interventi, che includono misure fiscali (Piano per la Famiglia – Family Act raccordato con la riforma dell’IRPEF, spese sostenute dalle famiglie in attività educative e di apprendimento), politiche attive del lavoro, politiche che incidono sulla qualità del lavoro e sulla sicurezza dei lavoratori (miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, contrasto al lavoro sommerso).
Anche qui belle parole, bei concetti ma le parole evidenziate in grassetto non lasciano dubbi. Non si sta parlando di diritti delle persone e delle comunità, di Stato Sociale. Si sta parlando del welfare aziendale quello che viene già ampiamente adottato perlomeno dal 2016, e cioè da quando Confindustria e sindacati hanno firmato il protocollo che consente in sede di contrattazione di non pagare una parte del salario ai dipendenti in cambio di prodotti in natura: una assicurazione per la salute aziendale, una iscrizione ad un fondo pensione privato, il costo delle rette della scuola privata, carrello della spesa, costo dei libri di testo, il costo di una palestra e così via come riterranno più conveniente padroni e sindacalisti che firmeranno il contratto.
Per il grave danno che questo welfare aziendale procura a tutta la società è interessante leggere il “Rapporto sullo stato sociale del 2019” della facoltà di Economia della Sapienza di Roma a cura del prof. Felice Roberto Pizzuti.
Qui basta ricordare il regime fiscale. La detassazione, di questa parte di risorse fa mancare ogni anno miliardi al bilancio statale non pagati dalle imprese: Che queste spese così “generosamente pagate dai datori di lavoro” fanno parte delle risorse contrattuali destinate al salario dei lavoratori dipendenti che non le hanno più in busta paga. Sanità aziendale, pensioni integrative, rette pagate alle scuole private stanno dando il loro sostanziale contributo allo smantellamento della sanità pubblica, del sistema previdenziale pubblico, della scuola pubblica.
Tutte istituzioni costituzionali create per soddisfare diritti fondamentali che attraverso questa forma di privatizzazione cessano di avere quel carattere universale che ha caratterizzato la loro nascita e sviluppo negli anni del secondo dopoguerra ad opera di un formidabile movimento di lotte e conflitti condotti da lavoratori, studenti e cittadini.

Fortunato e Piero del Collettivo NiNaNd@


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