L’eldorado dell’occupabilità e del lavoro

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La Tabella documenta la selezione operata dagli ITS nel corso dell’anno 2018 a partire dai giovani che si sono candidati alla iscrizione. Il Monitoraggio pubblicato dall’Indire nel 2020 non dà ragione delle modalità e motivazioni con cui tale selezione è stata effettuata, se non per i non ammessi all’esame e i bocciati.

Nel precedente articolo sullo stesso argomento avevamo valutato molto negativamente il processo di selezione che ha condotto prima a ridurre al solo 44% gli aspiranti ad ottenere l’iscrizione e poi, con le ultime tappe, la selezione aveva portato al diploma solo un terzo dei candidati che avevano fatto la domanda iniziale.

Selezione clandestina e omertosa

Il più rilevante fenomeno della selezione tra gli aspiranti allievi dei percorsi è quello che si manifesta tra il numero delle domande e gli iscritti. Tra i 10.458 giovani che fanno la domanda di iscrizione il 66% non vengono iscritti, circa

2.000 non partecipano alle prove. Dei 7.226 idonei alle prove 2.620 non sono iscritti. Il monitoraggio condotto dall’Indire non dice e non documenta in nessun modo questa progressiva esclusione dall’iscrizione.

A noi sembra che ci sia un vistoso fenomeno di esclusione e di emarginazione, in aperto contrasto con il diritto alla studio sancito dalla Costituzione. Contrasto che non può essere giustificato dal carattere privatistico delle Fondazioni che gestiscono gli Istituti Tecnici Superiori. La Costituzione detta all’art. 34: “La scuola è aperta a tutti. …I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

È’ ovvio che quanto stabilito dall’art. 34 riguarda la Repubblica tutta e non solo le istituzioni pubbliche. Infatti all’articolo 33 la stessa Costituzione stabilisce: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

E ancora, l’attività degli ITS è sottoposta a verifica e monitoraggio del Ministero della Istruzione tramite un organismo pubblico, l’Indire (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa).

Probabilmente ci troviamo davanti ad un fenomeno clandestino, per la mancata spiegazione e documentazione da parte degli ITS del come e perché possa avvenire questa prima selezione di oltre il 50% dei candidati all’iscrizione e, da parte dell’Indire, per la mancata rilevazione e denuncia in sede di Monitoraggio dell’attività degli ITS.

Inoltre non va trascurato l’ingentissimo (Unico?) finanziamento pubblico all’attività degli ITS, in aperta contraddizione sempre con il dettato Costituzionale che in modo perentorio detta:

art. 33 “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”

La propaganda della grandiosa occupabilità dei diplomati ITS

La grande occupabilità decantata dall’Indire e dai numeroso corifei rischia di essere un falso propagandistico, se contestualmente non si documenta la grande selezione che ha preceduto i percorsi formativi degli ITS.

Prima di approfondire la “grandiosa occupabilità” manifestata nei 12 mesi successivi al diploma è importante ribadire che non esiste proprio questa pretesa eccezionalità del fenomeno. I 3.536 occupati sono esattamente soltanto un terzo dei candidati che avevano fatto la domanda: 10.458.

Tra i diplomati, nei 12 mesi successivi al diploma, il 25% -un quarto- o non è occupato o è occupato in un posto di lavoro non coerente con la propria formazione professionale.

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Occupati in pessimi lavori

Degli occupati i due terzi lavorano facendo pessimi lavori, 803 fanno gli apprendisti ed è veramente un insulto alla condizione dei lavoratori che abbiano fatto due o tre anni di formazione post diploma e siano ancora recessi alla condizione di un lavoro a termine di apprendistato che potrebbe protrarsi per altri 4 anni, e concludersi comunque senza alcuna assunzione. La condizione di apprendista è caratterizzata da un più basso salario e più basse contribuzioni ed è il più antico tra i lavori a termine.

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La condizione di lavoro a termine è riferibile ad una gamma vastissima di lavori, tutti precari, con forme diverse che spesso si sommano. Per esempio, una signora di 52 anni lavora (a Torino) in una ditta della logistica con un contratto a termine di un anno (Contratto Nazionale Multiservizio firmato dai maggiori sindacati), ma allo stesso tempo è un contratto part-time involontario di 920 ore l’anno, ma è anche in contratto a somministrazione assunta da un’agenzia che affitta il suo lavoro alla ditta committente (retribuzione 6,20 euro lorde l’ora) che sarebbero 5.704 euro lordi di stipendio annuo. Questa condizione può essere comune al 68,3% dei lavoratori a termine ed apprendisti. Non è una condizione di cui vantarsi per giovani che, oltretutto, dopo il diploma abbiano fatto anche 2 o 3 anni di ITS altamente professionalizzante.

Per quel restante gruppo di 926 lavoratori a tempo indeterminato, l’Indire dovrebbe ricordare che l’assunzione a tempo Indeterminato nel 2019, da cinque anni sostanzialmente non esiste più. Dopo la cancellazione delle garanzie di reintegro dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, molto più correttamente i contratti di questo tipo si chiamano a “tutele crescenti”. Il che significa che i padrone ti può licenziare senza nemmeno una giusta causa: l’unica condizione è una remunerazione che cresce con gli anni di anzianità lavorativa presso la stessa impresa.

I diplomati non occupati

Si tratta di 616 persone delle 3.536 diplomate e costituiscono il 17,4%, un gruppo non piccolo ma assai indicativo anche nella sua varietà.

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Il maggior numero di essi, 262, (42,5 in %), a dodici mesi dal diploma risultano non occupate, una quantità ed una condizione mai ricordata dai media e nemmeno dall’Indire, se non annidata in qualche tabella in fondo, mentre logica indicherebbe che questa informazione venisse data con lo stesso risalto degli occupati.

Molto significativo che ben 179 diplomati ITC abbiano scelto di proseguire gli studi universitari, probabilmente delusi dalle conoscenze acquisite durante i percorsi ITC. Ma i fatto più grave consiste nel mancato allineamento tra ITC e corsi di laurea, e dal diverso impianto e coordinamento tra i due segmenti della formazione terziaria per cui gli eventuali studi svolti nei ITS non possono essere utilizzati nel percorso universitario.

Altrettanto grave è che 119 diplomati ITC, dopo anni di formazione professionalizzante e dopo 800/1.200 ore di stage obbligatori, debbano ancora permanere nella sfera dei tirocinanti.

Anche i 59 diplomati che risultano irreperibili son indice di una organizzazione degli Istituti approssimativa e forse poco seria, trattandosi di studenti che hanno compiuto un percorso biennale e conseguito un diploma.

La manipolazione dei numeri

Se ci sono “competenze” che l’Indire (ente che fa parte del Servizio Nazionale di Valutazione coordinato dall’Invalsi) e l’INVALSI stesso possiedono indiscutibilmente sono quelle di manipolare i numeri per piegarli alle necessità ideologiche o di finanziamento urgenti al momento. L’OCSE è il capofila di questo stuolo di “numerologi”, statistici, abilissimi nelle manipolazioni di numeri, spesso nemmeno prodotti da loro, ma presi dalle fonti ufficiali degli stati che aderiscono. Elaborazioni che spesso ottengono l’allineamento delle politiche economiche e sociali dei governi che potranno affermare che <<È l’OCSE e dunque l’Europa che ce lo dice!>> (1)

L’Indire ci ha detto, per esempio, che “Gli ITS riescono a garantire all’83% dei propri diplomati un lavoro ad un anno dal diploma” ed è vero… ma è anche platealmente falso, se si tiene conto che i diplomati sono stati solo il 34% (3.536), dei 10.458 che avevano fatto la domanda (100%). Se non si dice che quel 34% è l’esito di una feroce selezione fatta attraverso: le iscrizioni, le prove, gli idonei, i ritirati, i non ammessi agli esami… una falcidia del 75,9% che fa pensare ad un sistema di cooptazione piuttosto che all’accesso ad un percorso formativo.

Gli Istituti possono anche continuare a dire “che nel 92% dei casi (le assunzioni) sono state coerenti con i percorsi di studio seguiti”. Ma chi ha prodotto il monitoraggio avrebbe anche dovuto dire che tra i già pochi diplomati ben 610 (17,6%) non erano stati assunti dopo un anno.

Ancor più sarebbe stato doveroso dire qualcosa sulla qualità del posto di lavoro occupato. Per esempio, degli assunti, ben 803 che sono stati assunti come apprendisti, dopo un biennio professionalizzante, potrebbero restare precari per altri quattro anni. E magari aggiungere che i 1.191(40,8%) erano assunti a termine o a partita Iva (spesso disoccupati mascherati da autonomi) a basso reddito. E avrebbero dovuto specificare anche che per i 926 assunti a tempo indeterminato o come lavoratori autonomi a regime ordinario il tempo indeterminato sostanzialmente è stato cancellato con l’articolo 18 dello statuto del Lavoratori e che è restato il “Contratto a tutele crescenti” con il quale il padrone può licenziare i lavoratori senza nessun bisogno di “giusta causa”, basta pagare un mese di stipendio in più per ogni anno lavorato nella stessa impresa.

Questa melma un po’ purulenta emerge dai dati forniti da un ENTE di Stato. Ciò nonostante il presidente Draghi è riuscito a dire nel suo discorso al Senato:

In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (SIC! – confondendo con gli istituti tecnici statali N.d.R.) In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate.

Su questa affermazione di intenti, con la quale Draghi dimostra di non sapere bene di cosa stia parlando, dovremo tornare in una delle prossime puntate, adesso ci limitiamo a avidenziare ai nostri lettori quale sia il livello di eterodirezione dei politici da parte delle “manine” che scrivono le leggi, i discorsi, i proclami, le finanziare, i piani…

Fortunato e Piero del Collettivo Ninanda

(1) L’OCSE non è un’istituzione europea, è soltanto un ente autocratico della finanza mondiale.
Il più forte dei gruppi finanziari di ciascun paese designa il suo rappresentante presso l’OCSE, i presidenti dalla sua nascita sono sempre stati presidenti di Banca, Ministri Finanziari, capi di governo con le mani in pasta nella finanza nazionale, una mafia di alto lignaggio assolutamente contraria ad ogni forma di democrazia anche al suo interno.


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