ITS. Le bufale della confindustria sono come le matrioske: stanno una dentro l’altra

Le bufale sugli ITS

(I dati ai quali attingono le considerazioni che seguono sono tratti dal Monitoraggio Nazionale realizzato nell’anno 2020 e relativo ai diplomati ITS del 2018)

Per chi non avesse seguito le precedenti puntate pubblicate su questo blog, gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) sono istituti privati post diploma di proprietà e gestitione privata attraverso Fondazioni private. Non hanno nulla a che fare con i 3.491 Istituti Tecnici Statali a cui si sono iscritti 830.860 studenti nell’anno 2020 dopo aver superato l’esame di scuola media (fonte Min. Istruzione). Per chiarire, a questi ultimi si aggiungono alla sigla ITS sempre altre lettere che indicano l’indirizzo di ciascuno di essi (es. ITIS – Istituto Tecnico Industriale Statale) sono quinquennali e consentono l’accesso alle università. Queste scuole, a partire dalla riforma Gelmini, sono stati fortemente penalizzati dai tagli all’orario e dalla soppressione di molti laboratori compromettendo l’efficacia della formazione professionale che ora si pretende di delegare agli ITS privati.

Ecco le bufale della propaganda ITS

  1. La bufala sistemica che ha creato l’Indire, ma che la Confindustria sta impegnandosi su tutti i fronti per diffondere, è quella relativa al sistema di “reclutamento” dei candidati per l’scrizione agli ITS delle fondazioni private. Questo sistema di selezione e reclutamento non si dice come venga attuato. Non spiega né documenta come, dei 10.458 che hanno fatto la domanda, dopo le prove di selezione (di cui non è dato sapere la natura) ne sono stati iscritti solo 4.606, il 44,0% dei richiedenti.

Il 56% non è stato ammesso ai “percorsi” né, quindi, alle successive (quali?) selezioni o esami. L’unica ipotesi che siamo in grado di fare è che prima dell’iscrizione vi sia un vasto ed impegnativo processo di cooptazione ispirato, e forse condotto, dalle imprese che hanno la partnership delle fondazioni.

  1. A pagina 4 del testo del MONITORAGGIO 2020 si legge:

Il monitoraggio nazionale è realizzato da INDIRE, su incarico del MIUR, e viene effettuato sulla base dei dati presenti nella banca dati nazionale e validati dai presidenti delle Fondazioni ITS. Il presente lavoro ha la principale finalità di analizzare e rappresentare i dati sull’occupazione ad un anno dal diploma.”

Pressappoco come chiedere “all’oste se il vino è buono”. Si percepisce l’area di regime che soffoca il paese, ma, visto che ancora non siamo tornati al “ventennio, un ente pubblico dovrebbe avere almeno il dovere di controllare, verificare e validare i dati delle Fondazioni ITS. Altrettanto grave, o forse peggio, è che anche i dati pubblicati dall’ISTAT nell’Annuario Statistico Italiano del 2020 in

merito a questo argomento, ha come “FONTE: Indire, Banca Dati Nazionale ITS” (pag. 256).

3. Dal punto di vista delle bufale, la più tecnica e forse la più efficace per convincere la popolazione più ingenua a scegliere gli Istituti Tecnici Superiori, è la misurazione del tempo. Come recita il MONITORAGGIIO INDIRE nella pagine della sua presentazione (e poi viene ripetuto all’infinito da milioni di corifei): “Gli ITS riescono a garantire all’83% dei propri diplomati un lavoro a un anno dal diploma“.

Questo “solo anno” illumina tutta la vicenda. Non è illegittima questa scelta dei tempi, ma è immotivata l’enfasi, il trionfalismo, che assume nel contesto. Infatti la tabella n. 62 (pag. 81) documenta:

a) il 40,8% dei neoassunti erano con lavoro a termine o autonomo (partita IVA)

b) il 27,5% dei neoassunti sono assunti come apprendisti, cioè la forma di precariato più storica e formalizzata che esista.

Quindi il 68,3% dei neo assunti sono i precari che più precari non si potrebbe. A 23 anni un giovane non ha bisogno del sacrificio di un diploma ITS per accedere ad un lavoro precario.

Comunque una scelta immotivata anche perché alla data del monitoraggio:

c) Il restante 31,7% ha il contratto a tempo indeterminato o lavoro autonomo. Si tratta di una condizione molto contigua al precariato. Dopo il Job Act sarebbe stato più onesto scrivere “contratto a tutele crescenti”… e disoccupazione mascherata.

Ne “IL MERCATO DEL LAVORO” Verso Una lettura integrata (INPS – ISTAT – ANPAL – INAIL Ministero del Lavoro) viene documentato che i contratti a tempo determinato sono stati nel 2017 5,9 milioni, di questi 5,9 milioni il 63,7% erano di durata da un giorno ad un massimo di 90 giorni (tre mesi!!!!!!).

Non sappiamo se la scelta di documentare le assunzioni solo per il primo anno sia stata dell’Indire o della Confindustria, ormai sono molte le circostanze nelle quali non è facile distinguere tra Confindustria ed istituzioni o addirittura tra Confindustria, Governo o addirittura Parlamento.

4. Dalle tavole dell’ISTAT relative al tasso di occupazione dei diplomati e Laureati (Annuario statistico 2020 pagg. 283-286) si possono trarre alcune considerazioni assai critiche nei confronti dei dati e della metodologia adottata dell’Indire per rendere conto del monitoraggio degli ITS come presentato nel 2020.

Ad alti livelli di scolarità corrisponde un più alto livello di difesa dalla crisi

a) La tavola 7.21 dell’Annuario Statistico Italiano del 2020 documenta il fenomeno della occupabilità dei Diplomati e Laureati con ben altra complessità di quella dell’Indire relativa agli ITS. Il tempo preso in considerazione per documentare l’occupabilità non è un solo anno ma da 1 a non più di 3 di anni dal titolo di studio e prende in considerazione 4 anni successivi (2008, 2014, 2018, 2019) che indicano dei trend significativi. La tabella documenta, tra l’altro, i riflessi in Italia della crisi e del suo evolversi per quanto riguarda l’occupazione di diplomati e laureati nel nostro paese.

Come si vede chiaramente la crisi incide violentemente sull’occupabilità di entrambe le categorie Diplomati e Laureati, ma con una forza negativa assai più accentuata per i Diplomati.

Anche l’evoluzione nel decennio dimostra una capacità di ripresa assai più elevata per i Laureati rispetto ai Diplomati. I differenziali tra il 2008, anno pre-crisi e il decennio successivo (2018) sono 6,1 punti per i laureati, mentre per i diplomati il differenziale si attesta dopo un decennio all’11,1 punti.

Ancora una volta un livello di studi più elevato manifesta una capacità di difesa del lavoro quasi doppio di quanto ne abbia un livello meno elevato.

Tavola 7.21 – Tasso di occupazione dei 20-34enni con titolo di studio secondario superiore o terziario, non più in istruzione e formazione e che hanno conseguito il titolo da 1 a non più di 3 di anni per titolo di studio e ripartizione geografica
Anni 2008, 2014, 2018 e 2019, valori percentuali

2008201420182019
DIPLOMATI E LAUREATI
Nord81,658,971,773,0
Centro69,848,056,960,5
Mezzogiorno45,028,536,739,7
Italia65,245,056,558,7
DIPLOMATI
Nord80,051,565,768,9
Centro65,139,249,152,6
Mezzogiorno40,124,832,634,4
Italia60,438,350,352,9
LAUREATI
Nord83,266,977,677,1
Centro74,457,864,667,7
Mezzogiorno51,833,441,346,1
Italia70,552,962,864,9
Fonte Istat: Rilevazione sulle forze del lavoro

b) La territorialità, una condizione imprescindibile per valutare l’occupabilità

L’effetto causale territoriale sulla occupabilità risulta evidentissimo, sia per il buon senso che per le intuizioni immediate di chi conosce l’Italia.

La tabella dell’ISTAT ci fornisce una misura inequivocabile, sia per laureati che per i diplomati. Tra i diplomati la occupabilità, nel 2008, nel mezzogiorno è la metà (40%) rispetto a quella dei diplomati del Nord (80%).

Dopo un decennio di crisi questo fenomeno resta sostanzialmente lo stesso, al mezzogiorno la occupabilità resta la metà (34,4) rispetto a quella dei diplomati del Nord (68,9%).

Nel 2008 per il laureati il differenziale di occupabilità tra laureati del Nord e quelli del mezzogiorno è di 31,4%. Nel 2019, dopo un decennio, il differenziale resta sostanzialmente lo stesso -31,0% con una diminuzione seppur piccola.

Il carattere permanente degli indici di occupabilità, il differenziale che in un decennio resta sostanzialmente lo stesso, testimoniano che la territorialità costituisce un fenomeno imprescindibile per valutare la occupabilità, sia dei Diplomati che dei Laureati.

Un confronto diretto dei dati dell’ISTAT con quelli forniti dall’Indire è decisamente impossibile per la stessa diversa natura dei dati. Ma alcuni rilievi relativi agli andamenti son d’obbligo.

Primo fra tutti l’assenza, nel monitoraggio dell’Indire, nelle considerazioni valutative che percorrono tutta la pubblicazione, del rilievo decisivo che ha la territorialità nel quantificare e definire la occupabilità.

Non basta pensare che il fenomeno è tanto ovvio da apparire banale.

Da Tabella 40 – occupati distribuzione per aree geografiche, percorsi terminati nel 2018
Aree Geografichevalori assolutivalori %
Nord1.91665,6%
Centro57019,5%
Mezzogiorno43414,8%
Totale2.920100,0%
Fonte Indire, Banca dati Nazionale ITS Elab. NiNaNDaD

Quando l’occupabilità diventa il traguardo fondamentale e costituisce l’esito “trionfale” che si vuol far credere è doveroso un minimo di rigore rispetto ai fenomeni che accompagnano l’esito acclamato.

Mentre si esordisce nella presentazione del monitoraggio con: “…Gli ITS riescono a garantire all’83% dei propri diplomati un lavoro a un anno…” non dovrebbe essere possibile neanche per uno studio pubblicitario non documentare i dati di contesto, figuriamoci per un ente pubblico cui è delegato il monitoraggio di un intero settore.

I dati dell’Istat sull’occupabilità dei diplomati della scuola pubblica, nel 2018, segnalano un differenziale, davvero preoccupante, tra diplomati del nord e quelli del mezzogiorno del 16,0% (68,9% al nord, rispetto al 52,9% per quelli del mezzogiorno)

Tra i Laureati la percentuale di occupabilità, nel 2018, tra laureati del Nord e del Mezzogiorno c’è un differenziale del 12,2% (77,1% al nord rispetto al 64,9% nel mezzogiorno).

È vero che i dati dei laureati e dei diplomati delle scuole pubbliche e delle università, per vari motivi che cercheremo di analizzare in altre puntate, non sono confrontabili anche per la pochezza e la scarsità del monitoraggio a nostra disposizione, ma non è possibile neppure ignorare che, quali che siano i motivi, i differenziali territoriali degli ITS quelli delle Fondazioni private hanno un differenziale tra Nord e Mezzogiorno ben diverso e maggiore del 50,8% (65,6 dei diplomati al Nord, 14,8% dei diplomati nel mezzogiorno).

Seppure rinviamo ad altre pagine ed altri dati l’indagine sulle cause di questi differenziali tra Nord e Mezzogiorno, dobbiamo segnalare che tra le cause troviamo certamente una diversa distribuzione territoriale degli ITS e delle loro fondazioni con forti differenziali già solo nella loro presenza: su 104 Fondazioni in Italia 49 sono al Nord, 20 al centro e soltanto 35 nel Mezzogiorno. I dati differenziali si aggravano ulteriormente quando si considera il numero degli occupati, in percentuale (e in valore assoluto) dei diplomati occupati: 65,6% (1.916)al Nord, 19,5% (570) al centro, 14,4% (434).

Prime conclusioni

Non si riesce a capire il tono trionfalistico con cui viene data l’informazione sia dagli ITS, singoli ed associati, dalla Confindustria, da molte Regioni, dall’Indire. Quella dell’83% dell’occupabilità dei diplomati ITS senza completare l’informazione su altri dati:

A) tra gli iscritti 4.606 dei diplomati nel 2018, 952 sono gli allievi che hanno abbandonato, con un tasso altissimo del 20,7%. Nei sei anni documentati in media il tasso di abbandono è sostanzialmente uguale: il 20,6 ogni anno, un quinto degli allievi abbandona prima degli esami.

B) Tra i diplomati 262 non sono occupati nell’anno successivo al diploma il 7,4%.

C) Dei 10.478 che avevano fatto la domanda di iscrizione ai “percorsi” ne sono stati ammessi solo 4.606. Una preselezione che ha escluso 6.212 candidati, ossia il 56,1% di chi aveva fatto la domanda, senza che il monitoraggio Indire ci dica il come e il perché. Degli oltre 10mila autocandidati ne sono risultati “occupati” meno del 28%. Una nefandezza ancora tutta da capire ma di cui bisognerebbe perlomeno chiedere il conto,

D) Così il monitoraggio non da nemmeno conto dell’incidenza fortissima del territorio, della sua economia, della sua occupazione. Il fenomeno è documentato da alcuni numeri: sui 2.920 occupati tra i diplomati 1916 (il 65,6%) sono al Nord. 570 (il 19,5%) degli occupati è al centro. Nel mezzogiorno sono occupati solo 434 (il 14,8%) diplomati. Non solo non c’è nemmeno il minimo tentativo di riequilibrio, ma si incrementa, con un effetto straordinario, il disequilibrio esistente.

Si potrà eccepire che l’attenzione ai disequilibri, le disuguaglianze territoriali non era tra gli obiettivi, della loro nascita, degli ITS. Ne conveniamo gli ITS non hanno mai mirato a nessuna uguaglianza e nemmeno all’attenuazione delle disuguaglianze territoriali. Infatti i dati degli esiti degli ITS documentano che la subordinazione del lavoro alle imprese e alla finanza che le orchestra è totale, l’effetto non può essere che la crescita delle disuguaglianze, l’assenza di giustizia sociale.

La regressione scelta e chiaramente programmata è quella di un arretramento politico e sociale, umano del nostro Paese.

Fortunato, Andrea e Piero del Collettivo Ninanda


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