Condannato Mimmo Lucano. Colpevole di solidarietà.

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Riace è da cancellare, può diventare un’epidemia

«Ho visto negli anni nascere, crescere e fiorire un borgo fantasma, riaprire botteghe, uffici e scuole. Le discariche trasformarsi in giardini. Questa esperienza non può morire – aggiunge – prevediamo di organizzare un nuovo sistema di accoglienza spontanea, che farà tesoro dell’esperienza maturata fino a oggi, partendo, per cominciare, da un grande sostegno esterno da parte di una comunità internazionale, da una legge regionale del 2009 sulla tutela del diritto d’asilo, da iniziative che possano rimettere in moto l’economia del territorio, dalle botteghe all’agricoltura, al turismo dell’accoglienza. Del resto Riace è già un brand» dice Chiara Sasso, una delle coordinatrici, autrice di due libri su Riace, che segue la realtà calabrese dal 2004.

Certo sono molte le ragioni per cui a Salvini e agli uomini del potere, la magistratura non possono sopportare la sperimentazione di Riace e il sindaco Mimmo Lucano: la solidarietà che diventa motore di sviluppo e benessere, la cooperazione tra uomini donne di lingua, pelle, origine diverse che diventa operativa, un’umanità di diversi che s’incontra e collabora, lo scandalo dei regolamenti e norme che vengono travolti dalla lettera e dai valori costituzionali e dai diritti fondamentali dell’uomo sanciti dagli organismi sovrannazionali, lo stato di polizia che non ce la fa a reprimere la forza di una piccola società creata dalla fiducia e dalla speranza tra uguali e ugualmente poveri… ce n’è a iosa di motivi per perseguitare Riace, i suoi abitanti e il sindaco che li accompagna. Ma c’è una ragione profonda che spesso non viene raccontata ed è quella che pure si legge nelle parole di Chiara Sasso. Leggiamo e sentiamo testimoni raccontare che per almeno quattro anni Riace non ha avuto alcun aiuto né statale né di benefattori pelosi. Ecco dove sta la testimonianza, la prova, la documentazione, che è insopportabile per i poteri costituiti:

Riace nasce, si istituisce, cresce, si sviluppa grazie al lavoro delle donne e degli uomini che ne fanno parte.

Il lavoro delle loro braccia, della loro intelligenza, dei loro sentimenti della loro intera umanità, uno scandalo inaccettabile. Inaccettabile per gli uomini che oggi rappresentano i poteri costituiti e che decidono quotidianamente di dimettersi dall’umanità per servire i poteri per combatterla frontalmente.

L’esperienza di Riace, con lei tutte le innumerevoli testimonianze che documentano la ricchezza originaria e fondamentale prodotta dal lavoro di persone, può pure esistere ma deve rimanere occultata, ridotta al rango di beneficenza, elemosina, addirittura di azione umanitaria, ma se diventa pubblica deve essere nascosta, vilipesa, smembrata, processata prima che diventi epidemia.

Non sia mai che gli uomini e le donne di questo paese, dell’umanità si rendano conto, prendano coscienza che la loro è una servitù volontaria, che li impoverisce, li immiserisce mentre libertà e umanità e lavoro sono i fondamenti della loro possibile ricchezza, benessere e fratellanza.

La sentenza alla pena di 13 anni e due mesi di una parte della magistratura preferisce reprimere lo scandalo della umanizzazione del vivere civile anziché raccogliere dalla realtà i suggerimenti utili per formulare una nuove regole in grado di accompagnare e coltivare una umanizzazione sempre più estesa e approfondita contro una vita sempre più disumanizzata.


Fortunato e Piero del Collettivo Ninanda


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