ITS privati. Quelli che… non sanno quello che fanno

Enzo Jannacci

Non è che gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), quelli che nascono e sono gestiti dalle Fondazioni, abbiano inventato chissà quale novità: il lavoro meramente esecutivo, eterodiretto, esclusivamente manuale, alienante.

UNO SGUARDO SUL CONTESTO

Serve ricordare qualche numero che descrive il contesto. In tutti gli anni ’70 la disoccupazione è restata ferma al 3% della forza lavoro. La disoccupazione tra i giovani era inferiore al tasso generale di disoccupazione, i redditi da lavoro costituivano il 70% del PIL, i redditi da rendite e captali non superavano il 30% del PIL, esattamente il contrario di quanto sta accadendo ai nostri giorni: reddito da lavoro 30% redditi da capitale e rendite il 70%.

All’epoca Enzo Jannacci cantava: “Quelli che hanno cominciato a lavorare da piccoli, non hanno ancora finito e non sanno quello che cavolo fanno. oh yeh

Il fenomeno degli sfigati che andavano a lavorare da piccoli e che dopo una vita non sapevano quello che facevano esisteva ma ben più marginale, quantitativamente fortemente minoritario, in continuo calo a fronte di una crescita della scolarizzazione di massa caratterizzata dal ruolo centrale assunto dagli Istituti Tecnici Statali.

Infatti i soli Istituti Tecnici Statali raccoglievano oltre la metà degli studenti delle scuole superiori (1.226.980 studenti) che, a loro volta, avevano raggiunto complessivamente 2.500.000 studenti l’anno. (ISTAT Annuario Statistico 1984).

LA FORMAZIONE SCOLASTICA TECNICA SUPERIORE

Il successo degli Istituti Tecnici Statali ebbe in quegli anni motivazioni e ragioni strutturali di fortissimo rilievo:

1) Il diploma rilasciato dopo un quinquennio era fortemente professionalizzate. Sia per la formazione culturale generale si per gli insegnamenti specifici e di indirizzo.

2) Il diploma rilasciato dagli Istituti consentiva l’accesso agli studi universitari in tutte le facoltà dopo la liberalizzazione dell’accesso alle università. Nel 1969 il Parlamento aveva trasformato in legge la prima vittoria strutturale del

Movimento studentesco del 1968 che consentiva l’accesso alle università con qualsiasi titolo. In alcuni con corsi preparatori, di accesso riservati per singole facoltà.

3) La realtà istituzionale sociale consentiva e favoriva la prosecuzione degli studi dopo l’obbligo scolastico. Non solo gli ordini professionali accoglievano i diplomati nei loro ranghi per l’accesso alla libera professione, ma i titoli e i diplomi costituivano condizione per l’accesso al lavoro nelle pubbliche amministrazioni con valore legale ineludibile dei diplomi.

I giovani provenienti dagli strati più popolari che non avevano inizialmente nel loro orizzonte, l’accesso all’Università, ebbero così l’opportunità di accedervi anche in presenza di una maturità culturale e scolastica sopravvenuta nel corso degli studi superiori. Tutto questo fece sì che aumentasse per anni il numero dei laureati che aveva conseguito il diploma all’Istituto tecnico anziché la maturità al liceo.

4) Gli Istituti Tecnici Statali avevano maturato un’immagine compiuta di serietà ed impegno degli studi molto elevata. Gli orari scolastici in molti casi erano più corposi degli orari settimanali dei licei, spesso superavano le 40 ore settimanali per consentire anche lo svolgimento di percorsi opzionali e volontari attinenti allo specifico settore. L’attività di studio e teoria era accompagnata da attività laboratoriali per lo svolgimento delle quali gli stessi edifici scolastici erano attrezzati con locali ad hoc, con organici di personale addetti ai laboratori, con finanziamenti specifici per i consumi, la manutenzione e il rinnovo delle attrezzature laboratoriali.

5) Complessivamente la scuola nel corso degli anni dal 1969 al 1980 contribuì notevolmente alla crescita culturale, sociale e civile dell’intero paese: il passaggio dalla scuola dell’obbligo alle superiori raggiunse il 99,6% della popolazione, gli edifici scolastici delle superiori crebbe fino a circa 7.500 e in particolare quelli degli Istituti Tecnici in senso stretto arrivò a 2.500 edifici. Gli studenti iscritti all’università superarono il record di un milione, i professori universitari superarono nel 1984 i 47.000 ed i laureati i 74 mila in un anno.

IL VUOTO PNEUMATICO DEGLI ITS

Prendiamo come un’espressione compiuta del carattere degli ITS quello che dice in proposito l’INDIRE, l’agenzia dello stato dipendente dal Ministero dell’Istruzione cui lo Stato ha demandato la raccolta dei dati per il monitoraggio degli ITS a livello nazionale ed annuale.

Alle pagine 13-14 del monitoraggio nazionale del 2020 viene considerata la partnership a rete degli ITS come uno dei caratteri fondanti del modello ITS.

4. Partnership a rete: “Gli ITS implementano un modello organizzativo a rete in cui uno dei nodi più significativi è rappresentato dalle imprese. Il 43% dei soggetti partner, infatti, è composto da imprese e associazioni di imprese.

Nel partenariato degli ITS, coinvolti nel monitoraggio 2020, convergono più soggetti: 2.349 tra imprese, agenzie formative, università, scuole. Gli ITS sono governati da una leadership forte, capace di gestire relazioni e processi, diffondere uno spirito imprenditoriale animato da una responsabilizzazione diffusa e con una passione ottenuta anche da politiche di sviluppo che forniscono l’energia del cambiamento.”

Commento: Il monitoraggio documenta la forza e il dominio delle imprese nella gestione generale degli ITS l numero schiacciante del 43% dei partner all’interno delle fondazioni e delle fondazione nell’organizzazione e gestione dei percorsi vanno aggiunte i privilegi cui attingono le imprese in termini di dirigenza degli ITS nelle cariche interne istituzionali quali la presidenza degli ITS di cui le imprese hanno il monopolio escludendo la possibilità che la direzione venga affidata a un partner della fondazione che non faccia parte di una impresa.

5. Flessibilità organizzativa: Uno dei nodi della rete degli ITS è rappresentato dalla organizzazione. Diversi gli elementi di flessibilità, tra questi il reclutamento dei docenti. Il 70% dei docenti proviene dal mondo del lavoro, dato che trova conferma anche nel monitoraggio 2020. I docenti delle aziende attraverso studi di caso aziendali rendono situate le lezioni.

Figura 4 – Distribuzione dei docenti per settore di provenienza

Commento: Più che di flessibilità i dati forniti dal monitoraggio documentano di una rigidità assoluta visto la percentuale decisamente esorbitante dei docenti provenienti dal mondo del lavoro e quindi dalle imprese, la normativa già molto pesante prevede almeno che il 50% dei docenti vangano dal mondo del lavoro. Nei fatti l’INDIRE testimonia, con un certo compiacimento, che la realtà supera di gran lunga la rigidità del 50% e i docenti provenienti dal mondo del lavoro raggiungono più dei due terzi dei docenti, senza che essi dispongano né di titoli né di esperienze formalizzate nell’insegnamento, nei compiti educativi, nella trasmissione ed elaborazione di scienze e saperi di alcun tipo.

6. Flessibilità didattica: Un altro nodo della rete degli ITS è rappresentato dalla flessibilità didattica. Una didattica che non si muove solo in una direzione. Il 70% delle ore è svolto dai docenti che provengono dal mondo del lavoro, il 43% delle ore del percorso è in stage4 presso imprese, oltre il 25% di ore di teoria in laboratori di impresa e di ricerca. Spazi dedicati (aula/laboratori4.0/stage), docenti provenienti dal mondo del lavoro, organizzazione del tempo, creano le condizioni negli studenti di un apprendimento continuo

Commento: Complessivamente è evidente chele figure provenienti da ambiti non aziendali, sono marginali e residuali. Questo dato, è rafforzato dal dato relativo alla flessibilità didattica dimostra che tale flessibilità non esiste, esiste semmai una flessibilità aziendale che ha ben poco di formativo per il singolo iscritti agli ITS: Va aggiunto che sempre l’INDRE documenta che anche le attività non curricolari si svolgono presso le stesse imprese in cui si sono collocati gli ITS. A tutto questo va aggiunto che gli ITS, scuola del “fare”, fa svolgere ai propri allievi le attività quasi totalmente “on the Job” Il che significa che gli iscritti svolgono un vero e proprio lavoro, non pagato, per almeno 2.000 ore nel biennio.

7. Metodo 4.0: Il 52% dei percorsi monitorati ha utilizzato le tecnologie abilitanti 4.0, di questi il 74% ne utilizza più di una. La progettazione degli ITS si rinnova così non solo in alcuni contenuti ma anche nelle metodologie (agile: scrum, …) creando dei contesti esperienziali nei quali gli studenti utilizzano le tecnologie esercitando anche la propria capacità di risolvere problemi.

Figura 6 – Le tecnologie abilitanti 4.0 – Mise 2016

Commento: La lettera e il senso dell’elenco pubblicato dall’INDRE, non lasciano dubbi i percorsi raggiungono l’ECCELLENZA quando sono subordinati e ancillari alle macchine che caratterizzano l’azienda: Robot collaborativi, stampanti 3D connesse, simulazione tra macchine interconnesse, sicurezza durante le operazioni in rete, gestione di elevate quantità di dati. Un apprendimento atrofizzato intorno al “qui e adesso” imposto dalle macchine e dal livello tecnologico che esprimono. Non che le ”macchione” non abbiano e non avranno in futuro importanza nella produzione delle aziende, ma è proprio in questa materia è indispensabile che macchine e tecnologie non diventino “PRINCIPI ORDINATORI” delle imprese umane ma restino, o ritornino ad essere gli strumenti che facilitino l’umanità a compiersi e non a irreggimentarla e soffocarla.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il grande vuoto nella esperienza ormai ultradecennale degli ITS è l’assenza di un percorso e un contesto di formazione a beneficio dei giovani che li frequentano. Sono completamente assenti lo studio, la formazione culturale e la coltivazione della critica, non ci sono nemmeno più le discipline, i saperi quelli fondanti e generativi che consentono a donne e uomini del pianeta di leggere la realtà del mondo interpretarla, criticarla, orientarla e dirigerla.

Il programma proposto dagli ITS è un programma di addestramento passivo alla realtà tecnologica, produttivistica, delle imprese per qui ed oggi, evitando di fornire gli strumenti per agire e attrezzarsi individualmente e socialmente per affrontare le complessità odierne e quelle future.

Lo stesso refrain usato dai promotori della OCUPABILITA’ lavorativa all’80- 83% è un falso palese. Intanto questo dato non tiene conto della selezione clandestina che intercorre tra il numero di domande e il numero degli iscritti, almeno il 20% dei richiedenti viene escluso prima della partecipazione alle prove di selezione. Il 17% viene escluso delle prove, di 10.458 soltanto 4.606 sono iscritti. Tra gli iscritti 952 (il 20,7%) si ritira. Alla fine del lungo slalom selettivo soltanto 3.563 si diploma dei 10.458 che avevano fatto la domanda.

Più che una selezione sembra di assistere ad una falcidia provocata da una COOPTAZIONE operata dalle imprese, né documentata né argomentata dal monitoraggio INDIRE.

Un’altra trascuratezza, se non vogliamo definirla falsità, è misurare l’occupabilità al solo primo anno dopo il diploma. È chiaro che un addestramento durato due anni può essere una golosità per le imprese ma quanti saranno occupabili di questi giovani dopo tre o cinque anni dal diploma. Molti operatori della formazione professionale denunciano l’obsolescenza del mero addestramento che fa diminuire di anno in anno la occupabilità vantata per il primo anno.

ITS PIGLIATUTTO

Obiettivi che sembra possano essere più reali di questa operazione possono essere i seguenti:

1) privatizzare un percorso scolastico che potrà estendersi all’infinito. Già la riforma approvata (D.L. 2333) dal Parlamento prevede agli articoli 2 e 3:
A) La gestione da parte degli ITS dell’attività di orientamento permanente realizzata con famiglie e studenti.
B) La formazione su lavoro di tutti gli insegnanti materie tecniche
C) la formazione in servizio di tutti i lavoratori dipendenti
D) L’educazione degli adulti
E) Sostenere la diffusione della cultura tecnologica
F) realizzare le politiche attive del lavoro

2) Scaricare i costi della formazione aziendale sul bilancio dello stato. Insieme trasformare in LAVORO GRATUITO sia il lavoro regolato dall’apprendistato, sia i periodi di prova che possono diventare addirittura triennali. A pagarne il prezzo ed il costo sociale saranno giovani e famiglie.

3) Beneficiare le imprese e le fondazioni di centinaia di milioni che verranno erogati dal PNRR, 1.500 milioni in cinque anni in forma diretta attraverso gli stanziamenti dello stato e delle regioni dalla fiscalità generale.

4). La legge di riforma colpisce in forma diretta e violenta il sistema dell’istruzione e formazione tecnica superiore pubblica (IFTS) privandoli di 48 milioni l’anno a partire dal 2022 (Art. 11, DL 2.333.).
Un altro segmento della formazione professionale pubblica fatto naufragare a suon di tagli e smantellamento dei laboratori, utile a veicolare l’idea che passare danari pubblici provenienti dalla fiscalità generale agli ITS delle fondazioni private è cosa buona e giusta.

PER I GIOVANI ASPIRANTI AL LAVORO

Resta l’iscrizione agli ITS privati per avere la certezza di entrare a far parte della schiera definita da Jannacci: “Quelli che hanno cominciato a lavorare da piccoli, non hanno ancora finito e non sanno quello che cavolo fanno. Oh yeh” e soprattutto non lo sapranno quando padroni e azionisti decideranno il rinnovo dei processi, dei prodotti o più definitivamente la delocalizzazione dell’impresa.

Fortunato e Piero del Collettivo NiNaNda


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