Archivi categoria: La Buona Scuola di Renzi

Dalle classi pollaio ai pollai da batteria

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Anno scolastico 2021-2022

Basta che una legge, una normativa, un atto governativo sia stato concepito e scritto contro la Costituzione o perlomeno ne tradisca lo spirito, e i governi che si succedono da 30 anni si adoperano alla loro sacrale conservazione e intangibilità, a meno che non si intraveda l’opportunità di aumentare il loro carattere antipopolare, antidemocratico e anticostituzionale.

Forse esiste un’altra costituzione, sconosciuta ai cittadini, alle istituzioni, allo stesso Parlamento che impone al nostro paese il comando assoluto del mercato, della rendita del profitto, della disuguaglianza, dell’abrogazione anche concettuale dei diritti

Un esempio in tal senso è costituito dal Decreto del Presidente del Repubblica 2009 (Napolitano-Gelmini) che: riorganizza la rete scolastica e stabilisce i nuovi criteri e parametri relativi al dimensionamento delle istituzioni scolastiche e il numero di alunni nelle classi.

Il decreto ha avuto l’esito nei cinque anni successivi di sopprimere 131 mila posti tra il personale scolastico (docenti e non docenti), tagliare al bilancio della scuola pubblica 8,5 miliardi. Tutto realizzato attraverso due operazioni: tagliare il numero delle scuole sul territorio nazionale, aumentare il numero degli alunni/e nelle classi.

Lo stesso decreto ha lo scopo di limitare, ledere, cancellare uno dei diritti fondamentali della Repubblica, il diritto all’istruzione e allo studio.

Ciascuno dei governi che si sono succeduti negli ultimi 12 anni ha custodito con la massima cura il decreto Napolitano-Gelmini. Le uniche trasformazioni sono state quelle che, con il pretesto dell’ulteriore risparmio, hanno reso possibile l’ulteriore degrado della scuola pubblica con misure come quelle che, per esempio, avrebbero impedito la chiamata dei supplenti, o l’attuazione di un tempo pieno degno del modello pedagogico che lo aveva ispirato.

Gli ultimi tre governi (Conte I e II e l’attuale governo Draghi) si sono assunti la responsabilità ulteriore e particolare, cioè quella di proseguire, nei due anni scolastici in tempo di pandemia, e di confermare ed incrementare le “classi pollaio ora diventati veri pollai da batteria”.

Mentre l’universo mondo, nel corso dei primi mesi della pandemia, prendeva coscienza di un fatto semplicissimo, e cioè che la scuola avrebbe potuto riprendere in presenza soltanto diminuendo gli alunni per classe, aumentando il numero degli insegnanti e aumentando il numero delle aule, su questi fronti nulla è stato fatto per eliminare “le classi pollaio” e nulla si farà, a leggere lo “schema di decreto sugli organici” che riportiamo in versione completa con l’aggiunta di un breve commento si evince una sfacciata volontà peggiorativa del sovraffollamento delle classi, ancor più grave se si pensa alle attuali condizioni sanitarie.

La scuola in presenza non ha alternativa

Una componente importante di questo vasto mondo della scuola ha subito contestato la parola d’ordine che bisognasse far ritornare “tutto come prima della pandemia”. Questa componente ha tentato di far capire ad una più vasta platea di persone che, per la cancellazione delle “classi pollaio”, non sarebbe stata sufficiente nessuna iniziativa emergenziale, che ciò che avrebbe ridotto le classi pollaio sarebbero stati dei provvedimenti strutturali, permanenti e strategici, in grado di restituire dignità agli studenti ed agli insegnanti, al fare scuola durante e dopo la pandemia.

Per rendere efficaci e significative le relazioni indispensabili perché formazione, istruzione, crescita potessero riprendere il percorso, peraltro già diventato incerto da un ventennio di “controriforme” neoliberiste, sarebbe stato necessario ricostruire le condizioni materiali e normative che nel ventennio precedente l’avevano fatta gravemente regredite. Sarebbe stato necessario adoperarsi per il ritorno in persona nelle scuole perché riprendessero ad essere luoghi di organizzazione, di iniziativa e di lotte senza una attesa miracolistica del “rischio zero” che, gli stessi provvedimenti sanitari in corso, tutti di carattere emergenziali, rendevano favolistico e irraggiungibile.

I tre governi che si sono succeduti nell’epoca della pandemia hanno saputo sfruttare le condizioni di incertezza, paura, in alcuni casi panico, a cui si è aggiunta la inadeguatezza della stessa struttura sanitaria a fronteggiarla, anch’essa tarpata da decenni di tagli ed abbandoni (scomparsa della sanità territoriale, bassissimo finanziamento alla ricerca farmacologica e di base, abbandono della sanità preventiva e riabilitativa…)

Così nella scuola si è fatto scientificamente l’esatto contrario del necessario per la ridurre il numero degli alunni per classe, per il recupero delle scuole ed aule in stato di abbandono e degrado. Anche nella scuola l’unica prospettiva è stata quella falsamente medica e vaccinale che anche in queste settimane viene rilanciata alla grande, oscurando i problemi strutturali e strategici che soli consentono prospettive positive per il futuro.

La questione del precariato nella scuola

L’informazione, perfino quella di regime, non ha potuto nascondere la realtà dei fatti. Questo anno scolastico è cominciato con 200.000 precari, quasi un terzo del totale dei docenti: ci sono state scuole che hanno aspettato i mesi di febbraio/marzo per avere l’insegnante definitivo. Nel frattempo i precari facevano la giostra avvicendandosi nelle classi in 3-4-5 a turno in attesa dell’”avente diritto”. Nel frattempo, con i pensionamenti di settembre, i precari non saranno l’anno prossimo i 200mila di quest’anno ma, all’inizio del nuovo anno, saranno 250mila.

L’edicolante del nostro quartiere di Roma sotto il cui naso passano centinaia di quotidiani al giorno di testate anche molto diverse dice agli studenti e a qualche lamentoso come noi redattori: <<Ahó che ve lamentate?… Quest’anno dè professori n’hanno assunti du mijoni!!!>>

Lo dice tra il serio ed il faceto però lui, che non ha tempo di leggere gli articoli, si riferisce alle migliaia di titoli che passano soto il naso: 12mila, subito 24mila secondo contingente, sanatoria per i 32mila con le condizioni europee, i 64mila vincitori di concorso abilitati, 120.000 per settembre… tutte nuove assunzioni a raffica! Invece tutte bufale, non un solo precario è entrato nell’organico di diritto quest’anno, anzi 650 insegnanti degli istituti Tecnici e Professionali hanno perso il posto a seguito dei tagli fatti dal governo Draghi a questi tipi di scuole.

Precariato nella scuola pubblica, miliardi per le scuole private.

Per fare un esempio calzante sui soldi abbondanti con cui foraggiare le scuole private è d’uopo fare un esempio, non solo recente, ma addirittura in corso.

Il Recovery Plan messo a punto dal Governo Draghi stanzia 1.500 milioni per gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) da non confondersi con gli Istituti Tecnici Statali né con gli Istituti Professionali Statali (vedi Genitore Attivo del 19 aprile 2021)

Gli ITS sono scuole di diritto privato gestite da fondazioni di private e occupano un posto centrale nella politica scolastica prevista dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Dopo averne parlato abbondantemente sul testo del Piano, altro spazio viene dedicato nei documenti successivi nella Missione 4 ISTRUZIONE (Vedi fascicolo n. 3, pag. 184-185).

Molti lettori si domanderanno cosa siano questi ITS privati. Infatti sebbene siano stati istituiti da oltre 10 anni, ben pochi li conoscono e ben pochi li frequentano… un flop totale e molto motivato.

L’Indire (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), ente pubblico coordinato dall’INVALSI e che ha il compito di monitorare gli ITS, sostiene che nel 2018 gli iscritti sono stati 4.606 e i diplomati 3.526.

Ora non viene spiegata con quale eccezionale magia il Ricovery Plan prevede che nei prossimi anni si iscrivano 18.750 allievi e se ne diplomino 5.250 l’anno e per essi vengono stanziati la bellezza di 1.500 milioni! Su questi numeri conviene fare una qualche considerazione.
Uno studente delle scuole superiorie costa allo stato complessivamente circa 7.000 euro l’ann
o.
Uno studente diplomato ITS verrebbe a costare ogni anno la bellezza di 57.142 euro. Un costo da capogiro: 8 volte di più di uno studente delle scuole statali, come se il bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione fosse moltiplicato otto volte.

Chiaramente i soldi serviranno più che altro a finanziare le fondazioni le quali per legge dovrebbero disporre di proprie risorse finanziarie per svolgere i compiti e le funzioni che esse stesse si sono date.

Ma i finanziamento dello stato agli ITS non finisce con i miliardi che li Continua a leggere


Con Bianchi alla scuola si premia chi è più ricco

Da il Fatto quotidiano
di Tomaso Montanari

Scuola classista

Da qualche giorno, informa ilare il sito del ministero dell’Istruzione, è disponibile “la piattaforma per la compilazione del Curriculum dello Studente: il nuovo documento debutta quest’anno all’esame di Stato del secondo ciclo di istruzione”. Il curriculum che mezzo milione di maturandi dovranno compilare è diviso in tre parti: Istruzione e Formazione, Certificazioni, Attività Extrascolastiche. In questa ultima parte i ragazzi sono invitati a inserire “informazioni sulle attività svolte in ambito extrascolastico e sulle certificazioni che possiedono, con particolare attenzione a quelle che possono essere valorizzate nell’elaborato e nello svolgimento del colloquio”. E “al termine dell’esame, il Curriculum sarà allegato al diploma e messo a disposizione di studentesse e studenti all’interno della piattaforma”.
Non è un’idea del ministro Patrizio Bianchi, era una delle “innovazioni” contenute nella Buona Scuola di Renzi: per fortuna finora lasciata inattuata da ministri con un residuo di consapevolezza della missione della scuola della Repubblica e della Costituzione. Ma l’economista ferrarese a cui Mario Draghi ha affidato la scuola ha rotto gli indugi, varando il Curriculum. Si tratta di una delle decisioni che chiariscono meglio la natura di questo governo: un gabinetto paleoliberista di destra, guidato dalle idee di Giavazzi e dell’istituto Bruno Leoni.
Il curriculum mette tra parentesi il diploma a cui è allegato: perché al mercato non basta il valore legale del titolo di studio, e nemmeno il voto. Il mercato vuole sapere cosa sta comprando. E così il ministero glielo dice: rendendo ben chiaro che la scuola deve servire non a formare cittadini, e prima persone umane, ma a piazzare capitale umano sul mercato del lavoro. E questo curriculum serve egregiamente a far capire che tipo di “pezzo di ricambio” è il ragazzo a cui sta attaccato – proprio come un cartellino sta su un pezzo di carne, sul bancone del supermercato. Ma il peggio deve venire, ed è legato alle Attività Extrascolastiche. Le commissioni della maturità si troveranno a interrogare e a valutare anche in base a un esplicito documento dell’abisso di diseguaglianza economica, sociale e culturale che divide e inghiotte i ragazzi della nostra scuola. Perché è chiaro a tutti che soggiorni all’estero, viaggi, sport, corsi di lingua, di teatro, di fotografia, di danza, di informatica, di

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Organici scolastici. I buoi sono già scappati?

La riunione del Ministro Bianchi del 16 marzo ha confermato che i buoi sono già scappati, il Ministro ha presentato ai sindacati le tabelle con gli organici per l’anno scolastico 2021-2022. (vedi allegati)

Non abbiamo dubbi che i sindacati concertativi faranno sostanzialmente sponda alle decisioni del Ministro e comunque ci sembra sia il caso per lo meno di allarmarsi per quello che ci dicono i numeri delle tabelle ministeriali. Partiamo dalla prima tabella A quella relativa all’Organico triennale dell’Autonomia 2021-2023 (esclusi i posti di Potenziamento)

a) La tabella ci dice che per il prossimo anno non ci sarà nemmeno un posto in più rispetto a quest’anno, anzi ad essere precisi ci saranno 8 posti in meno. Nei professionali dove vige l’“Obiettivo decremento” i posti in meno saranno 650 tra ITP (insegnanti Tecnico Pratici – 486) e insegnanti laureati -164).

La cosa ha dell’incredibile dopo tutte le parole espresse con impegno quasi fanatico nei confronti dell’importanza della centralità della scuola, non si prevede di diradare nemmeno un alunno dalle classi pollaio.

Inoltre incombe che i 20 miliardi del Ricovery Plan possano essere spesi per i Patti Educativi Territoriali per pagare i “volontari” che realizzeranno l’integrazione sui territori.

Ma la cosa che scandalizza maggiormente è che, dopo aver inneggiato alla formazione tecnico professionale, si cancellino 486 posti da ITP che significa la

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La scuola azienda spiegata bene da Alessandro Barbero


Lavoro precario. Mettere un freno vuol dire mettere in sicurezza studenti e lavoratori.

Non è la prima volta che da queste pagine invochiamo la messa in atto di provvedimenti dell’Unione Europea a favore dei lavoratori precari le cui condizioni di precariato si protraggono oltre i tre anni (36 mesi).

Sono rarissime le occasioni nelle quali è possibile schierarsi a favore di posizione prese dalle istituzioni europee a favore dei lavoratori. Infatti la cornice normativa e la prassi delle istituzione della U.E. coerentemente con le posizione neoliberiste su cui si fonda la U.E. opera con perniciosa continuità per fomentare privatizzazioni, precarietà all’insegna della deregolamentazione del lavoro, in funzione della concorrenza parassitaria delle imprese.

I casi quindi della Corte Europea e del Comitato europeo dei diritti sociali, come quello documentato nell’articolo pubblicato da Tecnica della Scuola, sono rari e certamente contraddittori con la politica generale perseguita dalla U.E.. Quella che invece procede con tetragona continuità è l’azione dei governi che si succedono dal Job Act di renziana memoria, governi di centro destra e governi di centrodestrafintasinistra, proseguono incessantemente nell’estendere e approfondire la condizione precaria dei lavoratori.

Non si contano le circostanze in cui anche i vari governi del buon CONTE hanno operato per incrementare la precarietà e i bassi salari per i lavoratori.

Prima che intervenisse il Decreto Poletti (2014) la legge prevedeva che i padroni (datori di lavoro) che volevano assumere dei precari dovevano fare una dichiarazione che spiegava le ragioni dell’assunzione a termine. I casi in per i quali l’assunzione a termine era consentita erano pochi molto tassativi

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La scuola che produce non è quella asservita alla produttività

Andrea Gavosto presidente della Fondazione Agnelli

L’assimilazione forzosa e snaturante dei presupposti, dei programmi e degli obiettivi della Scuola pubblica statale a quelli della privata impresa, resa possibile dalla legge Bassanini, che ha introdotto l’autonomia scolastica (Legge 59/97, integrata successivamente con il D.P.R. 233/98 ed il D.L. 44/01), e resa operativa dalla Legge 133/2008 (Gelmini), ha avuto un effetto devastante su tutte le componenti e le dinamiche del mondo della Scuola, senza produrne alcuno, invece, sul piano occupazionale, incrementando, anzi, gli indici di dispersione scolastica, abbandono e fuga all’estero dei giovani, nonché il disagio sociale.
La sciagurata scelta politica di battere cassa sulla Scuola e di renderla funzionale alle istanze di un “mercato del lavoro” ipostatizzato dalla propaganda ma in realtà respingente quando non addirittura inesistente, ha rivelato, nel corso dei duri anni di denuncia e umiliazione culminati nell’approvazione, con forzature procedurali notevoli e la fiducia, della Legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”), il vero scopo di tanto accanimento distruttivo: neutralizzare l’azione emancipante della Scuola, azzerare la mobilità sociale polarizzando nuovamente le classi sociali e fornire manodopera a costo zero alle imprese, prima con “l’alternanza scuola-lavoro”, una vera e propria involuzione pedagogica, culturale e giuridica, spacciata, come tante altre regressioni, per innovazione necessaria e modernizzante, e poi con l’immissione, nel circuito di un predace e vorace mercato, di lavoratori e lavoratrici fragili, ricattabili e ignari di tutele.
Il programma di riconversione violenta di quella che era la Scuola tendenzialmente perequativa della Costituzione, è stato accompagnato da ben orchestrate campagne mediatiche di diffamazione dei docenti, dalla soppressione o dall’esautoramento degli organi collegiali, ridotti ad assemblee di ratifica delle decisioni del potere monocratico del dirigente, da assunzioni condizionate all’accettazione di una deminutio di dignità professionale e tutela sindacale e dal disprezzo totale per il dissenso democraticamente espresso (750.000 docenti scesero in piazza il 5 maggio del 2015 contro la “Buona Continua a leggere


La potenza degli aspiranti padroni della scuola

Ripubblichiamo un articolo di Piero Castello del 2013 per rinfrescare la memomia sul tema: Chi comanda al ministero di viale Trastevere perché lo riteniamo di enorme attualità.

Un’operazione milionaria

La vicenda è passata sotto silenzio, ma è assai grave per chi ha a cuore la democrazia nel nostro paese e l’idea di scuola pubblica sottesa ad un paese democratico. L’associazione TREELLE ha pubblicato e Il sole 24 Ore ha distribuito un fascicolo di 51 pagine, dall’aspetto molto accattivante, in quadricromia patinata, un vero lusso intitolato:

I NUMERI DA CAMBIARE
Scuola, università e ricerca
L’Italia nel confronto internazionale

Il fascicolo è un estratto di un più ponderoso volume di oltre 160 pagine, ugualmente lussuoso inviato ad un gran numero di associazioni, scuole e chissà quale altro indirizzario. Il fatto eccezionale è che tanto il libro, quanto l’estratto sono arrivati a centinaia di migliaia di fruitori in forma del tutto gratuita. Non sappiamo quante migliaia di copie del libro sono state spedite tramite l’indirizzario, ma possiamo ipotizzare almeno l’ordine di grandezza del numero di persone a cui è arrivato l’estratto.

Estratto che si trovava cellofanato insieme alla copia de Il Sole 24 Ore di lunedì 16 settembre 2013, non solo la copia del fascicolo era gratuita ma era anche allegata al quotidiano di lunedì, l’unico giorno in cui il quotidiano viene venduto ad 1,5 euro, negli altri giorni il costo è ormai nella maggior parte dei casi è di 2 euro, quindi un gratuito facilitato.

Il Sole 24 ORE (organo ufficiale della Confindustria) ha una diffusione totale di 281.974 copie. Di cui 224.221 cartacee e 75.895 digitali. In più tanto il libro quanto l’estratto possono essere scaricati gratuitamente dal sito:

http//www.inumeridacambiare.it/download

Non ci sembra eccessivo presumere quindi che il fascicolo abbia raggiunto almeno 500.000 lettori e che la sua produzione, diffusione e l’intera operazione abbia avuto un costo intorno al milione di euro. Decisamente una operazione Continua a leggere


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