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Gavosto il ministro ombra dell’istruzione

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Sale ancora una volta in cattedra

Gavosto… Gavosto… Gavosto. Gavosto sta imperversando da oltre venti anni come il burattinaio che muove governi e ministri dell’Istruzione sui temi e i problemi della istruzione pubblica e privata.

E sì che Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, ha avuto sempre molto poco a che fare con la pedagogia, l’apprendimento, la conoscenza e i saperi cui la scuola e demandata a trattare. Tutti possono verificare andando a leggere il Curriculum Vitae (www.fondazioneagnelli.it ) di 15 intense paginette a partire dal: “2002-2007: Chief Economist, Telecom Italia. Responsabile dell’Ufficio studi Aree di competenza: analisi economica della regolamentazione e della concorrenza nei mercati delle comunicazioni elettroniche, in applicazione in Direttive dell’Unione europea; analisi dell’impatto delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni sulla crescita economica.

Per arrivare all’attuale: ”Dal 2007 consigliere di amministrazione di Prometeia, associazione per la ricerca economica, Bologna, che effettua previsioni trimestrali sull’andamento dell’economia italiana.”

Non mancano sette fitte pagine di pubblicazioni, tutte rigorosamente scritte da eminente membro esterno alla scuola e da posizioni di eminente economista main-stream.

LA CATTEDRA DI TUTTE LE CATTEDRE

Eppure Gavosto Andrea non è mai sceso dalla cattedra, per lo meno quella sua principale che è il quotidiano della Confindustria “Il Sole 24 Ore”. Ed è proprio

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Dalla Scuola Normale Superiore di Pisa una denuncia dell’università neoliberale

Retorica dell’eccellenza, premialità, standardizzazione, precariato, divari sociali e territoriali, discriminazione di genere: questi i temi della denuncia delle studentesse della classe di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa, pronunciata durante la consegna dei diplomi il 9 luglio 2021, che pubblichiamo qui sotto.

Una presa di parola contro le trasformazioni che il neoliberismo sta imponendo al sistema universitario e contro il silenzio o peggio l’adesione ideologica da parte di un mondo accademico che sembra aver introiettato la demonizzazione della forza emancipatrice della conoscenza (per questo l’arte e la scienza sono – dovrebbero essere – libere) e aver accettato per sé un ruolo subalterno al potere economico. Lo aveva esemplificato con chiarezza pochi minuti prima il direttore della Scuola Normale, incoraggiando in apertura della cerimonia il coinvolgimento degli allievi e delle allieve “nella terza missione dell’università, che non è un’appendice superflua delle due missioni tradizionali – didattica e ricerca – come il termine ‘terza’ potrebbe far credere, ma sempre più parte integrante e costitutiva della loro identità e della loro valutazione da parte di chi le università poi le finanzia” (è dunque vero che il mercato, incapace di valutare – di dare valore – a didattica e ricerca, non può che snaturarne la funzione e l’identità); concetto ribadito nella replica finale: “noi abbiamo il dovere di dimostrare ai nostri finanziatori quanto valiamo”, con un’adesione esplicita (“come è giusto che sia”) e una precisazione storico-temporale: “30 anni fa non era così; adesso è così, ma è così in tutto il mondo”.

Infatti: nel 1990 la legge Ruberti sull’autonomia dava il via all’aziendalizzazione dell’università pubblica e all’aggressione a mezzo secolo di lotte e lavoro per un’istruzione democratica, di qualità, non autoritaria. Che si trattasse di uno snodo fatale per la libertà intellettuale e il diritto allo studio fu subito chiaro: il movimento studentesco della Pantera occupò gli atenei per

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