Ancora un giovane morto in Alternanza Scuola Lavoro

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Noventa di Piave (VE), 16 settembre 2022

Giuliano De Seta, 18 anni, è l’ennesima vittima in alternanza scuola lavoro svolta presso la Bc Service.

Ribadiamo quello che abbiamo sempre sostenuto: l’alternanza scuola lavoro introdotta dal PD e appoggiata da tutti gli altri schieramenti, non ha alcuna valenza formativa; o meglio, non ce l’ha per chi ritiene la scuola il luogo della formazione della persona integrale, non della formazione al lavoro, per di più non pagato.
È proprio questo, invece, il valore formativo a cui pensa chi l’ha ideata e la difende: educare i giovani ad accettare senza opporsi la cancellazione di qualsiasi diritto e la perdita di centinaia di ore di scuola.
C’è un tempo per la scuola e c’è un tempo per il lavoro.
L’alternanza scuola lavoro serve per rifornire ogni anno imprenditori amici di milioni di ore di manodopera non pagata e garantire così abbattimento di costi, minori posto di lavoro disponibili e ricatto sugli occupati di quelle aziende.
Affermare che il lavoro ha valore formativo significa cancellare decenni di battaglie e conquiste contro il lavoro minorile e per la dignità e il rispetto delle creature più piccole.
Insegno nella scuola da oltre 30 anni; prima avevamo laboratori funzionanti, insegnanti tecnico-pratici ed assistenti tecnici; il laboratorio era parte integrante del percorso didattico, rientrava in un’idea di scuola che puntava alle conoscenze, teoriche e sperimentali. Negli ultimi due decenni, con l’avvento della scuola-azienda, hanno abbandonato i laboratori a se stessi, senza materiali, senza sicurezza e soprattutto riducendo drasticamente il numero di insegnanti specifici e quasi cancellato gli assistenti tecnici, figure indispensabili per il loro funzionamento.
A quel punto hanno cominciato a recitare il mantra della “scuola del fare”. Dopo averla distrutta.
Fino al 2015, quando l’allora acclamato “rottamatore”, su richiesta di Confindustria, Trellle e ANP, introdusse con la “buona scuola” il lavoro gratuito obbligatorio in età ed orario scolastico. Ed oggi tutto questo ci sembra normale, come se quello fosse stato il provvedimento che mancava alla scuola per essere al passo con i tempi. Tempi liberisti, però.
Un anno accompagnai due quinte di un istituto tecnico in un caseificio e alla fine della mattinata tornarono a casa con un bagaglio di conoscenze sul processo produttivo (oltre ad un primosale prodotto da loro); dopo alcuni anni, due alunni di un’altra classe andarono a fare l’alternanza scuola lavoro nello stesso caseificio e in due settimane non impararono niente perché per cinque ore al giorno pulivano per terra e le attrezzature dello stabilimento. Potrei raccontare decine di queste esperienze, ma dov’è la differenza tra le due concezioni della “pratica”? Una era interna al percorso elaborato dal consiglio di classe e preparato in aula dal docente, l’altra assecondava le esigenze dell’azienda. Si potrebbe parlare di esternalizzazione privatistica della formazione culturale.
L’operazione è chiaramente ideologica, ancor più che economica: non solo risparmio sull’istruzione e contestualmente finanzio, direttamente e indirettamente (grazie alla manodopera gratuita) i “prenditori” di vario genere e la precarizzazione strutturale, ma insegno ai ragazzi e alle ragazze che questa è la realtà nella quale si devono integrare. Lo vogliano oppure no: negli anni scorsi si sono verificati diversi episodi di insubordinazione studentesca all’alternanza scuola lavoro (a Napoli, dove gli studenti venivano impiegati nei musei al posto degli operatori turistici, ad iniziative di singoli/e studenti) e tutti sono stati sanzionati, repressi, con il plauso e/o il silenzio complice di sindacati, partiti e media.
Per questo abbiamo sempre detto – collettivi di insegnanti, genitori, studenti – che non esiste la “buona alternanza”: posizione che oltretutto alimenta proprio la differenziazione di classe, per cui se al liceo vanno a fare il nulla formativo o le fotocopie in istituzioni prestigiose (università, musei, enti vari), quella va bene, salvo scandalizzarci se studenti del tecnico o del professionale vanno a pulire le cisterne senza protezioni o a servire ai tavoli in autogrill.

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Il risultato di tutto questo è anche il numero di gravi incidenti – per tre volte fatali solo nel 2022 – che noi puntualmente documentiamo su questo blog.
Un modo per evitare queste nefandezze c’è: lanciare una campagna di boicottaggio dell’alternanza scuola lavoro e dei tirocini al posto della scuola senza se e senza ma; studenti e genitori si sottraggono a quest’obbligo in modo da mettere in crisi il sistema.
Come genitori e studenti, mettiamo in pratica l’obiezione di coscienza (tanto di moda in questo paese per sottrarre diritti alle donne) contro un obbligo che lede il diritto all’istruzione e il diritto al lavoro, entrambi tutelati dalla Costituzione!
Ci vogliamo provare?

Mauro del gruppo Ninand@


Cos’è un libro? Sull’oblio della lettura nell’era digitale

Fonte: medicinaesocieta.it

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La pandemia ha ingigantito il già grande ruolo che la tecnologia giocava nella vita dei giovani. Cellulari e tablet, ormai estensioni naturali delle loro braccia, restringono le loro menti a pochi pollici di schermo, mentre ciò che potrebbe ampliarle e arricchirle, i libri, troppo spesso giacciono intonsi, a raccogliere polvere.

Genitori, insegnanti e professionisti si interrogano, anche con preoccupazione, sulle trasformazioni in atto nelle capacità cognitive di bambini e adolescenti, condizionate dall’uso smodato degli smartphone, della comunicazione immediata, semplice, se non addirittura sostituita da “emoji”, ideogrammi utilizzati per sostituire la parola. Anche il semplice ragionamento che si cela dietro la costruzione di una breve frase talvolta rischia di diventare uno sforzo ritenuto eccessivo.

Proprio per indagare la violazione che social media e piattaforme digitali stanno operando sulla lingua e il suo principale supporto, il libro, Anna Angelucci e Renata Puleo hanno scritto “Cos’è un libro? Sull’oblio della lettura nell’era digitale”. Le autrici, educatrici e persone di scuola, riconoscono non solo le opportunità e i pericoli della tecnologia digitale, ma anche la portata politica e sociale del suo uso.

Le autrici hanno parlato ad “Associazione Il Paese delle Donne” del loro lavoro, in una ricca discussione che esplora i principali argomenti trattati dal libro.


La fuga dalla scuola: l’Invalsi “la butta in caciara”

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l’INVALSI l’ha “sempre buttata in caciara” da quando è nato in via sperimentale in Italia nel 2004. Una caciara con la quale impone le sue idee perché ha i mezzi, la forza e le complicità per strillare più forte, mettendosi in condizione di essere l’unica entità ad essere sentita ed ascoltata.
Bastano pochi esempi per far capire ai lettori come nasce e da cosa nasce la caciara.
1) Nonostante la pedagogia, ma anche il normale buon senso comune riconosca che le competenze nella lettura di un bambino di 7/8 anni si possano conoscere e valutare solo e soltanto attraverso la relazione, l’ascolto, l’interlocuzione verbale; anno dopo anno l’INVALSI fa sostenere agli alunni di seconda elementare prove di lettura (millantate come prove di lingua italiana) attraverso la lettura di parole e testi scritti. Il fatto scandaloso è che nei vari testi predisposti dall’invalsi emerge che i “signori INVALSI” questo lo sanno ma rispondono che l’ascolto dei bambini costerebbe troppo e perciò ogni anno circa 500mila bambini vengono torturati in seconda elementare con prove censuarie che non hanno nessuna motivazione né di valutazione né tantomeno di ricerca.

2) Il fattore tempo, nel corso delle prove di rilevazione, non ha nessuna funzione rispetto ai livelli di comprensione dei testi. Di contro, nel corso delle prove standardizzate somministrate dall’INVALSI, il tempo la fa da padrone. La fa da padrone proprio nel senso più autoritario possibile: non solo nei protocolli relativi alla somministrazione il tempo è fissato inderogabilmente, ma proprio nelle indicazioni fornite ad alunni e studenti il tempo viene fissato perentoriamente e in forma inderogabile.

Insomma si capisce bene che mentre nel processo di apprendimento della lettura o nella capacità di risolvere problemi il tempo centra poco, questo è usato in forma regolativa e diventa addirittura un ostacolo alla realizzazione dei processi.

Nelle prove INVALSI, il tempo che deve essere impiegato è la misura regolatrice fondamentale e determinante per la classificazione delle prove, la classificazione degli alunni/studenti, collocandoli in una graduatoria, in una classifica che con la comprensione e le capacità di apprendimento centra poco o niente. Il tempo reso stringente ed eliminatorio nelle prove INVALSI, come in tutte le forme di

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ITS privati. Quelli che… non sanno quello che fanno

Enzo Jannacci

Non è che gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), quelli che nascono e sono gestiti dalle Fondazioni, abbiano inventato chissà quale novità: il lavoro meramente esecutivo, eterodiretto, esclusivamente manuale, alienante.

UNO SGUARDO SUL CONTESTO

Serve ricordare qualche numero che descrive il contesto. In tutti gli anni ’70 la disoccupazione è restata ferma al 3% della forza lavoro. La disoccupazione tra i giovani era inferiore al tasso generale di disoccupazione, i redditi da lavoro costituivano il 70% del PIL, i redditi da rendite e captali non superavano il 30% del PIL, esattamente il contrario di quanto sta accadendo ai nostri giorni: reddito da lavoro 30% redditi da capitale e rendite il 70%.

All’epoca Enzo Jannacci cantava: “Quelli che hanno cominciato a lavorare da piccoli, non hanno ancora finito e non sanno quello che cavolo fanno. oh yeh

Il fenomeno degli sfigati che andavano a lavorare da piccoli e che dopo una vita non sapevano quello che facevano esisteva ma ben più marginale, quantitativamente fortemente minoritario, in continuo calo a fronte di una crescita della scolarizzazione di massa caratterizzata dal ruolo centrale assunto dagli Istituti Tecnici Statali.

Infatti i soli Istituti Tecnici Statali raccoglievano oltre la metà degli studenti delle scuole superiori (1.226.980 studenti) che, a loro volta, avevano raggiunto complessivamente 2.500.000 studenti l’anno. (ISTAT Annuario Statistico 1984).

LA FORMAZIONE SCOLASTICA TECNICA SUPERIORE

Il successo degli Istituti Tecnici Statali ebbe in quegli anni motivazioni e ragioni strutturali di fortissimo rilievo:

1) Il diploma rilasciato dopo un quinquennio era fortemente professionalizzate. Sia per la formazione culturale generale si per gli insegnamenti specifici e di indirizzo.

2) Il diploma rilasciato dagli Istituti consentiva l’accesso agli studi universitari in tutte le facoltà dopo la liberalizzazione dell’accesso alle università. Nel 1969 il Parlamento aveva trasformato in legge la prima vittoria strutturale del

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È ora di cittadinanza, tutti diritti a scuola!

Il 14 giugno la proposta di legge “Ius Scholae” sarà discussa in commissione. La destra, di varia tendenza, ha presentato centinaia di emendamenti per affossarla.

Pur consapevoli che:

  • non è un testo sufficientemente adeguato a sanare una situazione gravissima di ingiustizia
  • prima si è cittadini e in virtù di questo statuto si accede ai diritti fra cui quello all’istruzione
  • si dovrebbe essere cittadini perché si insiste su un territorio
  • debba essere snella e veloce la procedura di richiesta (non 36 mesi, anzi, con la possibilità di godere del silenzio-assenso),
    CREDIAMO che questa proposta di legge vada discussa e approvata dal Parlamento.
    In Italia la gran parte dei minori, nati qui o arrivati in minore età, NON ha diritto alla cittadinanza. Moltissimi italiani vogliono la regolarizzazione, malgrado la propaganda della destra.

Renata Puleo per NiNaNd@, Priorità alla Scuola, rete #italiadimmidisì, #dalla parte giusta della storia

Stampate, diffondete, affiggete il volantino!!!

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Un fiume di denaro per gli ITS privati, poche gocce per gli ITSS statali

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Gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) sul filo d’arrivo?

Il titolo del nostro articolo esprime esattamente ciò che ci si può aspettare dall’eventuale approvazione definitiva della legge di riforma degli ITS (atto camera 2333). Per avere le coordinate pertinenti per valutare l’operazione Istituti Tecnici Superiori delle Fondazioni e perciò privati, bisogna perlomeno conoscere la data della loro istituzione, la consistenza quantitativa e qualificativa di cui hanno dato prova questi ITS nei precedenti 12 anni di vita. Questo risultato cercheremo di raggiungere con questo ed i successivi articoli in materia.
Prima di arrivare ad approfondire il disegno di legge per la loro riforma è indispensabile conoscere la loro realtà attuale e fare qualche confronto con gli Istituti Tecnici Statali con i quali, visto il nome e la sigla c’è rischio di confonderli. Il Disegno di legge di riforma cui vorremmo trattare negli articoli futuri è quello che è già stato approvato dalla Camera dei Deputati il 21 luglio 2021, e che poi è stato approvato il 25 maggio del 2022: l’atto Parlamentare 2.333. Due approvazioni dello stesso atto, appunto il n. 2333 che però hanno dato vita a due testi di legge molto troppo diversi, pe cui si corre il rischio che le ulteriori approvazioni, incostituzionalmente, dicano cose profondamente diverse inducendo l’attività del Parlamento ad uno strabismo e una non consapevolezza inaccettabili.
L’età degli ITS non è proprio giovanissima, son già quasi 15 anni che esistono visto che sono nati per opera, ancora una volta non per Legge, ma di un Decreto del Presidente del Consiglio nel 2008 (Dpcm) del 25 gennaio 2008.
La quantità minima dei numeri la dice lunga sulla fiducia e l’apprezzamento con cui gli ITS sono stati accolti dai giovani dalle famiglie dalla società: pochi i

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