Religione di stato e costituzione

Di Renata Puleo

Questa riflessione, in forma abbreviata, appare sul numero di dicembre della rivista “Valori”

Viviamo un momento storico in cui la pandemia da Covid 19 (Sars-CoV-2) mette al centro il nodo scienza-morale-politica mentre il dibattito è imprigionato da opposte concezioni della verità, fra presunzione dei saperi esperti, credenze nate dalla paura e legittimi dubbi di chi non rinuncia alle forme critiche della conoscenza. In Italia, molti di questi aspetti caratterizzano anche il rapporto del cittadino con la Religione Cattolica. Siamo, ci dicono, un paese ancora profondamente cattolico, dove però tale profondità si configura spesso come interpretazione personale di dogmi e rituali, ipocrisia etica, forme autentiche di eresia, fanatismo, miscredenza. Mentre il potere temporale della Chiesa di Roma è ancora piuttosto solido, basato su proprietà, finanza, capacità di influenzare le scelte politiche, la laicità sembra patire una battuta di arresto 1. Così, su questo sfondo tornano, come i revenants di un romanzo gotico, i Crociati, ovviamente con le sopravvesti della democrazia e dei pari diritti di culto ed educazione religiosa.

Mi riferisco a due vicende piuttosto annose, la prima relativa all’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, la seconda all’intreccio fra Insegnamento della Religione Cattolica e nuovo curriculo di Educazione Civica (IRC), protagonisti gli insegnanti di IRC, i dirigenti, gli organi collegiali che

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Rapporto scuola media 2021 della Fondazione Agnelli: lobbisti e velinari all’opera

persone o cervelli

Impressionante lo stuolo di insipienti, fondazioni, associazioni, centri di ricerca che riescono a pontificare sulla scuola pubblica italiana. Più ancora stupisce la sostanziale unità che li tiene legati tra loro e i legami tra loro il potere economico e finanziario da cui promanano.

Non riusciamo a capire se i quotidiani, la stampa, i media facciano tutti parte della stessa cordata o se si prestino tutti a fare i corifei dei potere istituiti. Il 29 settembre di quest’anno, il giorno dopo il comunicato stampa della Fondazione Agnelli che annunciava e descriveva il Rapporto sulla scuola media 2021 i sette maggiori quotidiani d’Italia dedicavano tutti dei bei paginoni al rapporto stesso: La Stampa, il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Avvenire, Il Messaggero, Il Mattino (quelli che noi abbiamo intercettato).

A fronte di tanto inchiostro e tanta carta colpisce l’azzeramento dello spirito critico che redazioni e singoli giornalisti hanno messo in campo. L’assenso, il conformismo, lo scopiazzamento, le citazioni evocano il regime, la scuderia, la squadra, piuttosto che l’esercizio della libertà di pensiero, il rigore della verifica e dell’attendibilità. Forse ormai non è più tempo di parlare di lobbismo egemone, ma di un regime ormai ferreo e soffocante.

Pubblichiamo una delle poche voci fuori dal coro tutta interna alla scuola composta da insegnanti di varie discipline e di vari ordini scolastici che fa da contraltare a questi sedicenti esperti di scuola (nella quale non hanno mai messo piede) abituati a riempirsi la bocca di termini altisonanti quali “neuroscienze” senza sapere di cosa parlano.

Fortunato e Piero del Collettivo NiNaNda

La Scuola media della Fondazione Agnelli: persone o cervelli?

Abbiamo letto con molta attenzione il Rapporto scuola media 2021 della Fondazione Agnelli; la parte più singolare è quella che riguarda le modalità di apprendimento delle persone durante la pubertà e i metodi didattici da adottare. Il meccanismo purtroppo è noto: si presenta un rapporto della Fondazione Agnelli come autorevole e oggettivo; questo studio “dimostra” che grazie a nuove acquisizioni “delle neuroscienze” è assodato che fare lezione – meno che mai frontale, per carità – e voler insegnare qualcosa ai ragazzini delle

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Condannato Mimmo Lucano. Colpevole di solidarietà.

Mimmo-lucano-condannato

Riace è da cancellare, può diventare un’epidemia

«Ho visto negli anni nascere, crescere e fiorire un borgo fantasma, riaprire botteghe, uffici e scuole. Le discariche trasformarsi in giardini. Questa esperienza non può morire – aggiunge – prevediamo di organizzare un nuovo sistema di accoglienza spontanea, che farà tesoro dell’esperienza maturata fino a oggi, partendo, per cominciare, da un grande sostegno esterno da parte di una comunità internazionale, da una legge regionale del 2009 sulla tutela del diritto d’asilo, da iniziative che possano rimettere in moto l’economia del territorio, dalle botteghe all’agricoltura, al turismo dell’accoglienza. Del resto Riace è già un brand» dice Chiara Sasso, una delle coordinatrici, autrice di due libri su Riace, che segue la realtà calabrese dal 2004.

Certo sono molte le ragioni per cui a Salvini e agli uomini del potere, la magistratura non possono sopportare la sperimentazione di Riace e il sindaco Mimmo Lucano: la solidarietà che diventa motore di sviluppo e benessere, la cooperazione tra uomini donne di lingua, pelle, origine diverse che diventa operativa, un’umanità di diversi che s’incontra e collabora, lo scandalo dei regolamenti e norme che vengono travolti dalla lettera e dai valori costituzionali e dai diritti fondamentali dell’uomo sanciti dagli organismi sovrannazionali, lo stato di polizia che non ce la fa a reprimere la forza di una piccola società creata dalla fiducia e dalla speranza tra uguali e ugualmente poveri… ce n’è a iosa di motivi per perseguitare Riace, i suoi abitanti e il sindaco che li accompagna. Ma c’è una ragione profonda che spesso non viene raccontata ed è quella che pure si legge nelle parole di Chiara Sasso. Leggiamo e sentiamo testimoni raccontare che per almeno quattro anni Riace non ha avuto alcun aiuto né statale né di benefattori pelosi. Ecco dove sta la testimonianza, la prova, la documentazione, che è insopportabile per i poteri costituiti:

Riace nasce, si istituisce, cresce, si sviluppa grazie al lavoro delle donne e degli uomini che ne fanno parte.

Il lavoro delle loro braccia, della loro intelligenza, dei loro sentimenti della loro intera umanità, uno scandalo inaccettabile. Inaccettabile per gli uomini che oggi rappresentano i poteri costituiti e che decidono quotidianamente di dimettersi dall’umanità per servire i poteri per combatterla frontalmente.

L’esperienza di Riace, con lei tutte le innumerevoli testimonianze che documentano la ricchezza originaria e fondamentale prodotta dal lavoro di persone, può pure esistere ma deve rimanere occultata, ridotta al rango di beneficenza, elemosina, addirittura di azione umanitaria, ma se diventa pubblica deve essere nascosta, vilipesa, smembrata, processata prima che diventi epidemia.

Non sia mai che gli uomini e le donne di questo paese, dell’umanità si rendano conto, prendano coscienza che la loro è una servitù volontaria, che li impoverisce, li immiserisce mentre libertà e umanità e lavoro sono i fondamenti della loro possibile ricchezza, benessere e fratellanza.

La sentenza alla pena di 13 anni e due mesi di una parte della magistratura preferisce reprimere lo scandalo della umanizzazione del vivere civile anziché raccogliere dalla realtà i suggerimenti utili per formulare una nuove regole in grado di accompagnare e coltivare una umanizzazione sempre più estesa e approfondita contro una vita sempre più disumanizzata.


Fortunato e Piero del Collettivo Ninanda


Le classi pollaio “classi fuori legge”

batteria-di-polli-studenti

Fuori legge come e perchè

Il fenomeno delle classi con un numero eccessivo di alunni per classe, irrispettosamente definite, nei confronti dei suoi occupanti, “classi pollaio” è cresciuto in modo esponenziale a causa dell’introduzione DEL DPR 81 del 2009, la cosiddetta Legge Tremonti-Gelmini. Purtroppo da allora i Governi che si sono succeduti nulla hanno fatto in merito.

Così esordisce il paragrafo 2.2, pag. 20, del XIX rapporto di CITTADINANZA ATTIVA* sull’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola”**.

Prosegue il XIX rapporto:

Ora però è arrivato il momento di porre mano a questo grave fenomeno, che ha messo in luce durante la pandemia, ulteriori effetti negativi, come quello di non poter garantire il distanziamento di almeno un metro tra gli studenti di molte classi italiane con grande spreco di denaro pubblico per porvi rimedio con banchi mono posto e nuovi spazi da adibire ad aula.

Occorre superare quello che si potrebbe definire un paradosso “normativo” che da un lato prevede una norma relativa all’anti incendio e pienamente vigente che vieta che ci siano più di 25 alunni per classe (DM 26/81992) e un precedente DM18/12/1975 che stabilisce oltre all’altezza di almeno 3 metri di un’aula anche il rispetto del cosiddetto spazio vitale per studente pari a 1,80 mq e 1,96 mq, secondo l’ordine di scuola, che confliggono con il DPR successivo che ha consentito di innalzare il numero di alunni per classe fino a 30 nelle Secondarie di II grado (il Decreto del Presidente della Repubblica 81/2009, frutto del recepimento della cosiddetta legge Tremonti-Gelmini).

Tabella classi pollaio

La tabella pubblicata nel rapporto denuncia che 458.664 tra alunni e studenti fanno scuola dal 2008 nelle classi pollaio, perché il decreto Gelmini/Tremonti ha aumentato gli alunni per classe violando la normativa edilizia e quella della

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Dal scuola del tempo pieno alla scuola parcheggio

scuola parcheggio

Le lotte per la scuola democratica e popolare hanno avuto a partire già dagli anni ’70 un caposaldo, le iniziative per il Tempo Pieno. Una caratteristica delle lotte per il Tempo Pieno alle elementari è stata quella di aver tenuto insieme i problemi della cura, della qualità e quella della quantità: 40 ore settimanali indispensabili per consentire una didattica forte, con bambine/i protagonisti dell’apprendimento, con il gioco, il lavoro di gruppo, la lettura, le attività cognitive tutte mediate dal corpo e l’attività, ma anche l’attenzione alle necessità del contesto sociale, del territorio, del lavoro dei genitori, degli adulti.
Nei cinquanta anni che hanno seguito la sua nascita le lotte per la difesa del tempo pieno – sempre sotto attacco – non sono mai cessate del tutto, in modo intermittente sono sempre riprese a volte con successi che hanno superato gli obiettivi immediati. Fino a qualche anno fa il Coordinamento per il Tempo Pieno di Roma ha ottenuto risultati estesi anche a livello nazionale attraverso le sentenze riuscendo a mantenere condizioni migliori soprattutto in presenza delle bambine e dei bambini disabili nelle classi: deroghe con insegnanti uno ad un per i casi con maggiore difficoltà, restituzione delle ore di sostegno rispetto a quelle indebitamene tagliate dagli uffici regionali, numero contenuto di alunni per le classi in cui erano inseriti.
Sebbene negli anni in cui il Coordinamento Scuole Elementari è stato attivo la percezione fosse che i risultati ottenuti fossero insufficienti, la pressione esercitata sul Ministero, sia sotto forma di manifestazioni che in forma di azioni legali attraverso i ricorsi per difendere i diritti delle bambine/i disabili, ha costituito un deterrente che ha avuto il merito di contere il degrado del modello del tempo pieno.
Il numero delle classi richieste, la composizione degli organici per effettuare il Tempo Pieno nelle ore di scuola cui le classi a T. P. avevano diritto, in una certa misura fu salvaguardato proprio grazie a quelle lotte.
A distanza di pochi anni dalla cessazione del Coordinamento a Roma registriamo sia una forte ripresa nella politica dei tagli alle ore settimanali sempre più ridotte, sia un degrado nell’organizzazione e svolgimento della didattica che sta traformando un modello scolastico studiato e imitato nel mondo in una scuola parcheggio sempre più umiliata e degradata.
Ormai il modello Tempo Pieno originario viene difeso con i denti in poche scuole e poche classi nelle città e queste purtroppo sono le conseguenze.

Piero e Fotunato collettivo Ninand@

Lotta per il tempo pieno


20 SETT. MANIF.

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Dalla Scuola Normale Superiore di Pisa una denuncia dell’università neoliberale

Retorica dell’eccellenza, premialità, standardizzazione, precariato, divari sociali e territoriali, discriminazione di genere: questi i temi della denuncia delle studentesse della classe di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa, pronunciata durante la consegna dei diplomi il 9 luglio 2021, che pubblichiamo qui sotto.

Una presa di parola contro le trasformazioni che il neoliberismo sta imponendo al sistema universitario e contro il silenzio o peggio l’adesione ideologica da parte di un mondo accademico che sembra aver introiettato la demonizzazione della forza emancipatrice della conoscenza (per questo l’arte e la scienza sono – dovrebbero essere – libere) e aver accettato per sé un ruolo subalterno al potere economico. Lo aveva esemplificato con chiarezza pochi minuti prima il direttore della Scuola Normale, incoraggiando in apertura della cerimonia il coinvolgimento degli allievi e delle allieve “nella terza missione dell’università, che non è un’appendice superflua delle due missioni tradizionali – didattica e ricerca – come il termine ‘terza’ potrebbe far credere, ma sempre più parte integrante e costitutiva della loro identità e della loro valutazione da parte di chi le università poi le finanzia” (è dunque vero che il mercato, incapace di valutare – di dare valore – a didattica e ricerca, non può che snaturarne la funzione e l’identità); concetto ribadito nella replica finale: “noi abbiamo il dovere di dimostrare ai nostri finanziatori quanto valiamo”, con un’adesione esplicita (“come è giusto che sia”) e una precisazione storico-temporale: “30 anni fa non era così; adesso è così, ma è così in tutto il mondo”.

Infatti: nel 1990 la legge Ruberti sull’autonomia dava il via all’aziendalizzazione dell’università pubblica e all’aggressione a mezzo secolo di lotte e lavoro per un’istruzione democratica, di qualità, non autoritaria. Che si trattasse di uno snodo fatale per la libertà intellettuale e il diritto allo studio fu subito chiaro: il movimento studentesco della Pantera occupò gli atenei per

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